28 maggio 2025

Intervista a Donato Carrisi: “Se non avessi paure non potrei raccontarle”

Lo scrittore di thriller ha ricevuto il Premio SIAE / La Milanesiana
Donato Carrisi

Donato Carrisi

Le paure non si ignorano, si ascoltano. Ed è così che diventano storie.  Donato Carrisi le accoglie e le racconta. E se oggi è uno degli autori di thriller più letti in Italia, è perché ha scelto di esplorare il lato più oscuro della mente umana, quel territorio inquieto che ha iniziato a conoscere tra le aule di criminologia. In tutti i suoi libri ha dato voce a personaggi ambigui e complessi, continuando a interrogarsi sul rapporto tra bene e male, evitando le scorciatoie del giudizio. 

Lo abbiamo raggiunto al telefono in occasione de La Milanesiana – ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dove ieri ha ricevuto il Premio SIAE in una serata evento al Teatro Franco Parenti di Milano.

Nei suoi romanzi la mente umana è un labirinto affascinante e inquietante. Quando ha capito che era proprio lì, nel lato più oscuro della psiche, che voleva ambientare le sue storie?

Ho capito che nel lato più oscuro della mente umana c’era un intero mondo da esplorare già durante i miei studi in Criminologia. Approfondendo poi con un corso in Scienze del comportamento, quella consapevolezza è diventata più chiara. Mi affascinava – e continua ad affascinarmi – il modo in cui la psiche può spingerci a compiere atti malvagi, riprovevoli, e persino a compiacercene. È un territorio straordinariamente fertile per raccontare storie.

I suoi personaggi – anche quelli più oscuri – non sono mai semplicemente cattivi: portano dentro ferite, traumi, umanità. Riesce a creare un’inversione del punto di vista, una trasformazione che vive il lettore quando si ritrova a comprendere chi dovrebbe solo spaventarlo. Non c’è il rischio, secondo lei, che a forza di capire il male si finisca quasi per assolverlo?

Non credo ci sia questo rischio. Il rapporto con il male è molto più intimo rispetto a quello con il bene. Il bene, per esistere davvero, ha bisogno di essere esternato. Il male, invece, può restare nascosto, vissuto in silenzio, dentro di noi. Puoi essere una persona apparentemente impeccabile, fare tutto “per bene”, ma solo per paura delle conseguenze. E intanto coltivare dentro pulsioni terribili. Credo che il male sia una parte dell’animo umano con cui in pochi vogliono fare davvero i conti. Eppure, non è detto che affrontarlo porti automaticamente a un cambiamento, positivo o negativo. Basta riconoscerlo, prenderne atto. È questo il punto: la consapevolezza di avere un lato oscuro. Quelli che dicono di non avere un lato oscuro sono spesso i più pericolosi.

Il suo romanzo d’esordio, Il Suggeritore, è stato un grandissimo successo. Quali sono state le sfide più grandi che ha incontrato nel trasformare l’idea originale in un romanzo avvincente? 

La prima grande sfida è stata capire come funziona davvero il mondo dell’editoria. Venivo dalla scrittura per il cinema, e l’editoria mi sembrava un universo parallelo completamente sconosciuto. Una volta comprese meglio le sue dinamiche, il primo passo è stato quello di trovare la persona giusta con cui condividere le idee. Per me è stato Luigi Bernabò, un agente letterario che ho contattato con una semplice mail in cui raccontavo la sinossi de Il Suggeritore. Lui si è appassionato subito al progetto e da lì è cominciato tutto: ha creduto nel romanzo e ha iniziato a costruire quello che poi è diventato un caso editoriale. Ovviamente, un agente non basta. Serve anche un editore che ci creda davvero e che sia pronto a scommettere sul libro. Nel mio caso è stato Stefano Mauri. È grazie a lui e a Luigi Bernabò se Il Suggeritore ha avuto il successo che ha avuto.

Ha diretto anche film tratti dai suoi romanzi. Com’è stato passare dalla scrivania al set?

È stato un po’ come tornare a casa. Il Suggeritore, prima di diventare un romanzo, era nato come sceneggiatura. All’epoca, però, nessun produttore voleva investire in un thriller: era considerato un genere troppo rischioso e poco “commerciale”. Quando ho diretto film tratti dai miei libri è stato un ritorno alle origini, un passaggio inverso ma naturale. Ho riportato le storie nel luogo in cui erano nate.

Nel suo ultimo romanzo, La casa dei silenzi, ritroviamo lo psicologo e ipnotista di bambini Pietro Gerber alle prese con un nuovo caso. Come è nata l’idea del personaggio e perché è un ipnotista di bambini?

L’idea di Pietro Gerber è nata dal desiderio di scrivere un romanzo sull’ipnosi, un tema che mi affascina da sempre. Allo stesso tempo, però, temevo che parlare di ipnosi per adulti fosse un argomento poco interessante da un punto di vista narrativo. Dopo vari tentativi poco soddisfacenti, ho trovato la svolta proprio nella figura dell’ipnotista per bambini. La mente dei più piccoli è un territorio misterioso. È quasi complessa quanto quella di un serial killer, e questo la rende perfetta per un certo tipo di thriller psicologico.

Durante la serata di premiazione ha letto Il pellegrino del mondo vuoto: è l’anticipazione del suo prossimo romanzo?

No, assolutamente. Il pellegrino del mondo vuoto è un racconto originale e autoconclusivo pensato appositamente per La Milanesiana.

Donato Carrisi ha delle paure? E se sì, quali?

Tutte. Se non avessi tutte le paure non potrei raccontarle. Sono un autentico fifone e me le tengo strette.

 

La foto è di Gianmarco Chieregato

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