COME SI SCRIVE IL NUOVO CINEMA ITALIANO
Vivaverdi
di Valerio Mattioli

COME SI SCRIVE IL NUOVO CINEMA ITALIANO

Una conversazione tra gli sceneggiatori di Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo, le due sorprese della stagione cinematografica, i due film più nominati ai David di Donatello.

Affinità & divergenze tra Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot

Menotti: Con Nicola Guaglianone, il co-sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot, abbiamo fatto un tentativo: quello di scrivere un film “universale”; volevamo insomma che Jeeg fosse riconoscibile ovunque, e in Italia di  cose riconoscibili ovunque ne abbiamo: una di queste è tutta quella tradizione che viene dal neorealismo e che negli anni è stata reinventata e riattualizzata, per esempio da autori come lo stesso Claudio Caligari. Credo anzi che Nicola in passato ci abbia anche lavorato, con Caligari... In ogni caso: per me è una tradizione che vale come riferimento culturale, più che semplicemente documentaristico: è un precedente tanto quanto il mondo dei supereroi americani, che alla fine non abbiamo fatto altro che “innestare” in una realtà più prossima a noi. Quando sento dire che Jeeg è un prodotto di puro intrattenimento, che è “solo” un action movie e così via, mi viene da ribattere che in realtà queste radici io le avevo ben presenti; il fatto che Lo chiamavano Jeeg Robot sia stato paragonato a un film comunque diversissimo come Non essere cattivo (che di quella tradizione lì è quasi un esito naturale), è una cosa che mi fa enormemente piacere.

Francesca Serafini: Innanzitutto voglio dire che sono molto contenta che esista un film come Lo chiamavano Jeeg Robot, anche perché ha vinto alcune resistenze storiche della cultura italiana. Lo dico anche da grande appassionata di narrativa fantastica e di fantasy in generale: parliamo di generi che in Italia non hanno mai goduto di grande fortuna, e che invece il film di Mainetti ha risolto in maniera molto brillante. Insomma, è un'impresa che mi rende felice. Detto questo: c'è senz'altro una parentela tra i due film, ma penso comunque che le affinità siano molte meno di quanto si è detto. Va bene, c'è un contesto – la periferia romana – che accomuna entrambi i titoli, ma è comunque un contesto che viene affrontato in modi molto diversi, e a partire da presupposti parecchio differenti. Poi sì, capisco anche che la presenza in entrambi i film di un attore gigantesco come Luca Marinelli è in grado da sola di fagocitare tutto!

Brutti, sporchi e cattivi: marginali e periferie al centro

Menotti: Il marginale, l'underdog, il perdente, sono tutti stereotipi abbondantemente utilizzati in chiave narrativa. È una figura che d'altronde, per tornare ai riferimenti di cui parlavamo prima, trovi sia nel cinema neorealista che nell'universo dei supereroi. Prendi gli X-Men: sono tutti reietti che si mettono assieme perché ostracizzati dalla società. Poi è chiaro che quando prendi quell'immaginario lì e lo sporchi con una tradizione nostra viene fuori qualcosa di diverso. Per dire, un altro riferimento per noi è stato Sergio Leone e tutta la tradizione spaghetti western. Oggi come allora, il processo è quello che ti porta a far diventare i protagonisti sempre un po' più sporchi, sempre un po' più brutti, sempre un po' più cattivi di quelli che nascono dall'altra parte dell'Oceano.

Oggi come allora, il processo è quello che ti porta a far diventare i protagonisti sempre un po' più sporchi, sempre un po' più brutti, sempre un po' più cattivi di quelli che nascono dall'altra parte dell'Oceano - Menotti

Francesca Serafini: Di Non essere cattivo sono stati sottolineati molti aspetti: la borgata, l'influenza pasoliniana, gli anni ‘90, le droghe... Tutte cose che nel film ci sono, per carità. Ma se tu lo riduci all'osso, scopri che in fin dei conti altro non è che una storia d'amicizia. Il nucleo emotivo del film, il centro di tutta la storia, è il rapporto tra Cesare e Vittorio. Ora però: quella storia sarebbe stata diversissima se i due protagonisti fossero stati una coppia di tranquilli borghesi. C'è un contesto, e quel contesto non è solo lo sfondo. Perché in un contesto del genere, l'unica cosa su cui puoi fare affidamento sono proprio i rapporti personali, e con una verità, un'intensità molto superiore a quella di altre realtà.

La lingua

Menotti: Io non sono di Roma, e quando sentivo Nicola Guaglianone e Gabriele Mainetti confrontarsi su come dovesse parlare Claudio Santamaria, quasi mi sembravano matti. C'erano tutte queste discussioni sul fatto che Santamaria ha un accento di Roma Nord, e questo non poteva funzionare perché – viste le origini del protagonista nel film – serviva più un accento di Roma Sud, e insomma erano dei confronti che per me erano surreali. Nicola in particolar modo ha fatto l'assistente sociale a Tor Bella Monaca e quindi era molto sensibile a questo aspetto: avvertiva la necessità di rendere specifico il contesto anche attraverso la scelta delle parole. E questo è stato un dettaglio importantissimo per rendere credibile non solo il linguaggio dei protagonisti, ma tutto il film: visto il taglio fantastico della vicenda, un linguaggio troppo generico avrebbe causato una sorta di incredulità iniziale, e se alla storia non ci credi all'inizio poi succede che viene giù anche tutto il resto. Quindi c'è stato un vero e proprio lavoro di controllo sia su cosa dire che su come dirlo: perché sì, i protagonisti parleranno pure in romano, ma è questa credibilità di fondo che riesce a far emergere delle emozioni “universali”.

Francesca Serafini: Sia io che Giordano Meacci (che ha sceneggiato Non essere cattivo assieme a me) siamo linguisti di formazione, e molto spesso quello che ci allontana da un film è proprio l'uso improprio della lingua. Nel nostro caso, il primo problema che ci siamo posti è stato che la vicenda del film era ambientata nel 1995: avevamo quindi un problema di verosimiglianza rispetto a una lingua che è già del passato prossimo, anche perché espressioni che adesso diamo per scontate (per esempio, un banalissimo “ma anche no”) all'epoca semplicemente non si usavano. Su questo siamo stati molto rigorosi, così come sul gergo: anche piccoli particolari - come dire “chicca” per “pasticca” - rimandano ai termini esatti che si usavano nelle periferie romane dell'epoca. C'è poi la ricerca più importante, quella che chiamerei “operazione di scritto-parlato”. Nel senso: i dialoghi tu li senti e ti sembrano verosimili, ma in realtà ci sono momenti in cui gli attori dicono cose che sono volutamente “fuori dal personaggio”. Una battuta come “Sembri Cristo il giorno prima di Pasqua” sembra una di quelle classiche espressioni ciniche alla romana, ma in realtà è una frase che vuole sottolineare la personale via crucis che sta vivendo Cesare in quel momento. In questo gli attori sono stati bravissimi, sostenendo e rimasticando battute molto “scritte” (e quindi artefatte) fino a farle passare come cose assolutamente spontanee.

I dialoghi tu li senti e ti sembrano verosimili, ma ci sono momenti in cui gli attori dicono cose che sono volutamente ‘fuori dal personaggio’. In questo gli attori sono stati bravissimi, sostenendo battute molto ‘scritte’ fino a farle passare come cose assolutamente spontanee - Serafini

Ranxerox vs. Amore tossico (ovvero: borgatari postpasoliniani)

Menotti: Un'altra influenza molto importante per Jeeg è stato Ranxerox, il fumetto di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore che negli anni ‘80 veniva pubblicato su Frigidaire. Considera anche che io ho cominciato proprio disegnando fumetti: mi ricordo che all'epoca partivo da Bologna, arrivavo a Roma, andavo diritto a via Lorenzo Valla (dove c'era la sede di Frigidaire) a portare la mia cartellina piena di tavole disegnate e farle vedere al direttore Vincenzo Sparagna... E infatti il mio primissimo fumetto fu pubblicato lì, su Frigidaire. Io con quella generazione di fumettisti – Tamburini, Liberatore, ma anche Andrea Pazienza e tutti gli altri – ho scoperto una cosa che avevo sempre desiderato e non avevo mai osato chiedere: l'idea che i fumetti potessero parlare di qualsiasi cosa, e non per forza di paperini o cowboy. Quindi il solo fatto di vedere un personaggio come Ranxerox, un coatto-robot che viveva in una Roma che pareva Blade Runner, mi aprì un mondo, ed è una cosa che tuttora non posso dimenticare. Se ci pensi, ho fatto il contrario di quello che hanno fatto Nicola e Gabriele coi loro primi cortometraggi. Nel senso: loro infilavano un immaginario pop di tipo giapponese-americano in una tradizione molto italiana (il solito neorealismo eccetera); io invece nei fumetti, un mezzo molto pop, ci infilavo i santi e i personaggi mitologici.

Francesca Serafini: Uno dei protagonisti di Non essere cattivo si chiama Vittorio, e questo è chiaramente un riferimento pasoliniano molto diretto: rimanda al Vittorio di Accattone, come Cesare rimanda al Cesare di Amore tossico. Ma la realtà è che Pasolini è solo il punto di partenza. Anche perché la cifra stilistica tipica di Caligari, quella che lui amava definire “il trucicomico”, in Pasolini non c'è. Se tu invece prendi Amore tossico, ci sono battute che fanno ancora ridere e che hanno fatto epoca. Anche in Non essere cattivo, che certo non è una commedia, ci sono momenti che fanno ridere: perché i protagonisti sono disperati, truci e tutto il resto, ma anche un po' cialtroni, gente che nemmeno è capace di fare una rapina a una parrucchiera...

Fonti e immaginari

Menotti: Un'altra fonte ancora per Lo chiamavano Jeeg Robot è senza dubbio Léon di Luc Besson, che tra l'altro secondo alcuni si sarebbe a sua volta ispirato a Ranxerox, anche se Besson sull'argomento non mi pare si sia mai pronunciato. C'è anche tutto un lavoro sulla scelta delle canzoni e su un periodo preciso della musica italiana, che serviva a costruire un immaginario molto specifico. Poi naturalmente ci sono i supereroi, qualcuno ha pure tirato in ballo Toxic Avenger... Ma di nuovo, l'idea che il protagonista acquisisca i suoi poteri tramite radiazioni, l'abbiamo intesa veramente come uno stereotipo narrativo su cui lavorare a piacimento. A dire il vero in una delle prime versioni del soggetto il protagonista acquisiva i poteri già da piccolo ma ancora non lo sapeva, quindi era più una sorta di Unbreakable. Solo dopo, nel mezzo del processo di scrittura, è venuta fuori l'idea dei bidoni radioattivi nel Tevere.

Francesca Serafini: Per Claudio Caligari l'eredità più importante restava forse quella di Martin Scorsese. Lui poi aveva una conoscenza enciclopedica della storia del cinema, e praticamente in ogni sua inquadratura c'è qualche movimento di macchina che in realtà è una citazione. A livello di sceneggiatura però, devo dire che sia io che Giordano siamo lettori voraci e onnivori, oltre che appassionati di cinema. Quindi quando ci mettiamo a scrivere ci sono suggestioni e riferimenti che arrivano quasi per via preterintenzionale. In Non essere cattivo ci sono citazioni più o meno esplicite che vanno da Totò all'Alberto Sordi dei Vitelloni, ma anche tutto un bagaglio che viene dai nostri studi su Fabrizio De André, e poi cose a cui nemmeno avevamo pensato tipo lo Zanardi di Andrea Pazienza. Non sai quante persone ci hanno fatto notare che Cesare gli somiglia tantissimo, e noi ovviamente Zanardi lo conoscevamo e lo avevamo letto... Solo che mentre scrivevamo non era per nulla nei nostri pensieri! A volte le influenze si manifestano anche così, per via inconscia.

L'agognata “nuova stagione del cinema italiano”

Menotti: Io mi auguro davvero che arrivino altri esperimenti sulla falsariga di Jeeg. Mi ricordo quando da adolescente leggevo Lancio Story, e nella rubrica della posta c'era un lettore che chiedeva “ma perché i protagonisti dei fumetti sono sempre ispettori americani o al massimo inglesi?”. E la risposta del direttore era: “be', perché come puoi immaginarti un detective che vive in Russia e che magari si chiama Andrey Popov?”. Ecco, quei fumettisti di cui parlavo prima – Tamburini, Pazienza, il giro Frigidaire – dimostrarono invece che sì, era possibile immaginare un detective russo chiamato Andrey Popov. Da quell'esperienza sono venute un sacco di cose: riviste, autori, il fenomeno dei graphic novel che conosciamo ora... E allora forse nel cinema potrebbe succedere la stessa cosa. Negli ultimi decenni è come se il panorama si fosse polarizzato tra i film di natale da una parte, e i film per i festival dall'altra. Ma in mezzo si è persa tutta quella ricchezza di contenuti che invece è stata una delle grandi caratteristiche del cinema italiano. Nel nostro piccolo, quello che diciamo con Lo chiamavano Jeeg Robot è: “ehi, guardate: si può fare anche questo!”. 

Negli ultimi decenni è come se il panorama si fosse polarizzato tra i film di natale da una parte, e i film per i festival dall'altra. Ma in mezzo si è persa tutta quella ricchezza di contenuti che invece è stata una delle grandi caratteristiche del cinema italiano - Menotti

Francesca Serafini: Io spero che film come il nostro o lo stesso Jeeg convincano autori e registi che è possibile fare un cinema che non necessariamente insegue le richieste del mercato, ma le crea.  Sappiamo bene che negli ultimi anni c'è stata una frattura tra cinema di nicchia e cinema commerciale, ma forse esperimenti del genere sono la dimostrazione che si possono fare film dall'impronta autoriale molto forte, non per forza relegata a un'idea di cinema di nicchia. In altre occasioni ho molto parlato delle difficoltà che abbiamo incontrato per realizzare Non essere cattivo: sono difficoltà che, nel nostro caso, sono passate anche per l'immolazione del corpo dello stesso Caligari. E sappiamo che anche il film di Mainetti ha avuto una genesi complicata, difficile... Però alla fine questi film li abbiamo fatti. Ci sono, esistono. Si può fare. Solo che questo ragionamento deve venire innanzitutto dagli stessi autori. Perché alle volte sono proprio gli autori i primi ad autocensurarsi, a non proporre idee altre perché “eh ma tanto una cosa del genere non me la fanno fare”. Ecco, con questo tipo di autocensura preventiva non cambieremo mai niente.

Il culto (e la diffusione “informale”)

Menotti: Quando attorno a un film si sviluppa un certo culto, è normale che questo conosca anche forme di diffusione “informali”, magari per mano degli stessi fan. Io su fenomeni come la diffusione o persino la pirateria online sono molto laico. Anche perché di sicuro la pirateria non la combatti con la repressione o le leggi speciali. Tu guarda cosa è successo alla musica: più che le leggi, è stata la tecnologia che ha convinto tanti ragazzini che era più comodo spendere qualche centesimo su iTunes che mettersi a cercare i dischi nei siti di file sharing. Piuttosto, sia io che Nicola siamo tra i soci fondatori della WGI – la Writers Guild Italia, che si occupa di tutelare i diritti di scrittori e sceneggiatori di cinema, tv e web. Perché la realtà è che noi scrittori siamo un anello debolissimo nella catena produttiva, proprio a livello contrattuale, oltre che di diritti provenienti dallo sfruttamento delle opere (dai quali invece i produttori ricavano alle volte guadagni immensi). Mi ricordo una volta che andai in America e mi ritrovai nel pieno dello sciopero degli sceneggiatori: fu una cosa epocale, riuscirono a bloccare intere produzioni.

Francesca Serafini: La cosa a cui tengo di più in assoluto è che quello che faccio arrivi a quante più persone possibili. Specialmente nel caso di Non essere cattivo, per tutto quello che ha rappresentato per me, per le persone che vi hanno lavorato, e per Caligari stesso. Però sai: il film inizialmente è stato distribuito in 60 copie; dopo pochi giorni le copie si sono ridotte a 32, che fortunatamente sono andate avanti per mesi grazie al passaparola. E non hai idea di quanti mi hanno contattato per dirmi che il film, in varie parti d'Italia, non lo davano e basta. Ora, io posso sperare che un sacco di gente alla fine si compri il dvd, ma la vera priorità per me resta una soltanto: che il film venga visto. Che in qualche modo le persone lo guardino. Certo, c'è gente che al film ci ha lavorato, ed è giusto che questo lavoro venga riconosciuto. Ma credo anche che vada fatto un ragionamento più ampio sui mezzi e le forme della modernità. 

Illustrazione di Emma Verdet 
Per le immagini di "Lo chiamavano Jeeg Robot" si ringrazia Lucky Red
Per le immagini di "Non essere cattivo" si ringrazia Good Films

Valerio Mattioli

Valerio Mattioli è caporedattore di Prismo e collabora con XL, Linus e Vice Italia. Ha scritto per Rolling Stone, Blow Up, IL, Repubblica, L'Unità e Liberazione. Assieme all'editore d'arte NERO, ha curato rassegne per la Biennale di Venezia e la Festa del Cinema di Roma. Il suo prossimo libro uscirà nella primavera 2016 per Baldini & Castoldi.

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