ZEFFIRELLI, UN UOMO DEL RINASCIMENTO PIANTATO NEL XX SECOLO IL REGISTA, AL SECOLO GIANFRANCO CORSI, MUORE A 96 ANNI
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ZEFFIRELLI, UN UOMO DEL RINASCIMENTO PIANTATO NEL XX SECOLO IL REGISTA, AL SECOLO GIANFRANCO CORSI, MUORE A 96 ANNI

Michele Anselmi per Siae

Quattro anni fa, già fragile e malato ma sempre arguto dietro quegli occhi cerulei, così aveva risposto a Malcom Pagani e Fabrizio Corallo che l’intervistavano: «Alla morte penso in continuazione, forse perché ho visto morire troppa gente. L’idea di non essere più qui è terribile, ma sono cristiano, venero il Vangelo e non posso che credere a quel che Cristo ha detto sulla vita eterna. Se vengo colto da improvvisi dubbi, li tacito con la fede. Non è in fondo, sempre e soltanto, tutta una questione di fiducia?».

Franco Zeffirelli, al secolo Gianfranco Corsi, era un uomo spiritoso. Se n’è andato un sabato di giugno, alla venerabile età di 96 anni, e chissà cos’ha pensato in punto di morte. Per molti è stato un maestro indiscutibile, e di sicuro Zeffirelli ha incarnato un’idea di regista “totale”, capace di passare dai film hollywoodiani e al teatro di Eduardo, Albee, Pirandello e Shakespeare, passando per la radio, la scenografia e i costumi, esperienze d’attore, l’opera lirica e perfino il documentario (il suo ultimo lavoro è un Omaggio a Roma commissionatogli nel 2009 dall’allora sindaco Gianni Alemanno).
È stato un uomo facile all’ira, anche tagliente nei giudizi morali, sicuro di essere artisticamente una spanna sopra gli altri; e tuttavia capace all’occorrenza di sorridere attorno a questo lato “fumantino” del carattere. Diceva: «Mi sono incazzato spesso e spessissimo ho fatto incazzare gli altri. A volte, quando sono caduto in errore, mi è capitato persino di chiedere scusa. Se conosci la storia del mondo e della cultura, tentare di farsi perdonare non rappresenta un peso». Sacrosanto.
Una settimana fa, secondo quanto si apprende dai figli Pippo e Luciano, il regista aveva ricevuto l’estrema unzione. Le condizioni erano peggiorate, la lunga malattia l’aveva molto debilitato, ma si sarebbe “spento serenamente”. Lunedì camera ardente al Campidoglio, dopo i funerali romani il cineasta riposerà nel cimitero monumentale delle Porte Sante di Firenze, l’amatissima città dove era nato il 12 febbraio 1923.

A Zeffirelli piaceva pensare “in grande”, misurarsi senza complessi nell’agone internazionale, e certo la sua facilità con le lingue molto l’aiutò nel coltivare amicizie importanti: da Laurence Olivier a Richard Burton, da Liz Taylor a Maria Callas. Il suo cinema è stato patinato e sfavillante, di impronta fortemente popolare, imperniato sulle grandi storie: d’amore, di religione, di tradimento. «Illustratore» si disse di lui, perfino «arredatore»; nondimeno, nella maturità, sorprese tutti firmando due film per niente “zeffirelliani”, anche audaci nello stile, come Amleto con Mel Gibson e Jane Eyre con Charlotte Gainsbourg: animati da uno spirito cupo, fosco, gotico, quasi “barbarico”. Poi certo, tutti lo ricordiamo per titoli di elegante e robusta confezione come La bisbetica domata, Romeo e Giulietta, Fratello sole, sorella luna, il televisivo Gesù di Nazareth, Il campione, girati l’uno di seguito all’altro tra il 1967 e il 1979, e tutti baciati dal successo.

Era figlio illegittimo di un uomo già sposato, sua madre morì quando aveva appena sei anni, e quest’infanzia infelice, travagliata, segnò la sua giovinezza. Antifascista e partigiano, Zeffirelli rivendicò sempre una posizione politica fieramente anticomunista, il che non gli impedì di collaborare a inizio carriera, anche proficuamente, con Antonioni, De Sica, Rossellini, naturalmente con Visconti, il più “comunista” di tutti (il loro rapporto non fu dei più facili e sereni, specie nei giorni della rottura).

In buona misura Zeffirelli non si sentì mai accettato dalla critica, specie quella di sinistra, odiata e cercata allo stesso tempo, il che lo spinse negli anni ad assumere atteggiamenti anche di provocazione, con qualche ricaduta politica sull’immagine: fu amico di Berlusconi e senatore di Forza Italia, protagonista di ruvide campagne anti-abortiste, omosessuale in privato ma non in pubblico, nemico giurato dei festival internazionali di cinema, specie della Mostra veneziana, dove pure portò Il giovane Toscanini.

Certe sue uscite clamorose, destinate ad accendere polemiche sui giornali, furono dette “zeffirellate”; e lui stesso venne soprannominato affettuosamente “Scespirelli”, s’intende a causa delle frequentazioni londinesi e della sincera passione per Shakespeare. Gli piaceva circondarsi di amici, senza mai separarsi dalla sua mitica sciarpa bianca (un po’ come Gian Luigi Rondi), e la sua splendida villa sull’Appia antica, ricolma di oggetti preziosi, quadri, fotografie, sculture, bene riassumeva la sua idea del Bello, fors’anche un imperioso distacco dal mondo intellettuale “progressista” che sentiva lontano, incapace di capirlo e apprezzarlo.

Da fiorentino doc, si definiva uomo di bottega rinascimentale, in fondo s’è sempre considerato un artigiano, sia pure abituato a generosi ingaggi e alla benedizione rispettosa delle istituzioni. Non a caso lo scorso aprile, già molto provato nel fisico, aveva ricevuto in Senato un ambito premio alla carriera. In quell’occasione la presidente Elisabetta Casellati l’aveva definito «eccellenza e genio italiano nel mondo».

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