VERDONE E “LA CAREZZA DELLA MEMORIA”: UN LIBRO DA LEGGERE. PESCANDO NEI RICORDI EMERGONO STRANE STORIE, LE MIGLIORI
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VERDONE E “LA CAREZZA DELLA MEMORIA”: UN LIBRO DA LEGGERE. PESCANDO NEI RICORDI EMERGONO STRANE STORIE, LE MIGLIORI

A differenza di quanto teorizza Carlo Verdone, non saprei dire se la memoria sia sempre così carezzevole, ma c’è del vero in quanto l’attore-regista romano, classe 1950, scrive nel suo nuovo, già molto venduto libro, appoggiandosi a una nota riflessione di Gabriel García Márquez. Questa: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. Proprio così. 

“La carezza della memoria” (Bompiani, 17 euro, 223 pagine) è il terzo libro scritto da Verdone. Secondo me il più maturo e meditato, anche quello scritto meglio sul piano dello stile. Si vede che l’inerzia casalinga legata alla pandemia, unita a uno stato d’animo quieto e ulcerato allo stesso tempo, ha fatto emergere una vena letteraria che suona qui nitida, riflessiva, profonda, specie in alcuni dei sedici capitoli, più il bel prologo. 

“Io vivo di ricordi, perché sono l’unica prova che ho vissuto e che non sono solo esistito” annota Verdone; e certo sorprende, anche a me che lo conosco, l’acribia maniacale con la quale l’autore snocciola dettagli, citazioni, posti, nomi e cognomi, situazioni, riferimenti, dialoghi spesso lontanissimi nel tempo. Come se una massa enorme di memorie personali e familiari, magari compresse per anni in qualche parte del cervello o sepolte per favorire più pragmaticamente il lavoro nel cinema, rivendicasse un nuovo ascolto: grazie o per colpa di questo maledetto virus.

L’escamotage narrativo scelto da Verdone per “La carezza della memoria” è noto: uno scatolone rimasto chiuso per dieci anni, nel ripiano più alto di un armadio, dal quale fuori escono “foto in bianco e nero, Polaroid sbiadite, stampe in bianco e nero e a colori lucide oppure opache di marca Ilford, Kodak, Fuji” e poi lettere piegate, rubriche telefoniche, chiavi mai più usate, anche un santino. 

Il libro ha un andamento calmo, si sente la cura espositiva anche nella scelta di aggettivi desueti come “malandrino”, “screpolato”, “magnanimo”, “screanzato”, “ozioso”, ogni tanto il racconto è scandito da un affondo comico o paradossale, a fare emergere quel mondo di mitomani, megalomani e miserabili al quale Verdone ha lungamente attinto nel cesellare i suoi cine-personaggi; ma direi che il sentimento più vivido, a suo modo universale, affiori dai capitoli meno “verdoniani”, cioè riferibili al mestiere di attore e cineasta, dove il palpito della memoria trova le parole giuste per restituire le strettoie dell’esistenza, l’irrequietezza sentimentale, lo sbriciolamento di alcuni luoghi comuni, la curiosità mista a stupore nei confronti del prossimo.

Non per fare graduatorie, ciascun lettore avrà i suoi capitoli preferiti nell’alternanza tra sorriso e rimpianto, ritratto buffo e osservazione antropologica, ma posso dire qui, se Carlo non si arrabbia, ciò che più mi ha sorpreso, anche toccato con una punta di commozione. L’incontro giovanile con la giovane prostituta Maria F. che sarebbe potuto diventare un amore vero e così non fu; l’acuta descrizione fisica e psicologica di Guglielmo, l’aristocratico un po’ decaduto e sformato che visse come cristallizzato in un mondo a parte, buffo e tragico insieme; l’incontro con la signora Stella, che fu bellissima in gioventù e ora vuole incontrarlo, rivelandogli un segreto, poco prima di morire a causa di un tumore all’ultimo stadio. 

Per non dire appunto del prologo, datato marzo 2020, all’inizio del lockdown, nel quale Verdone, osservando di notte dalla sua terrazza una Roma inanimata e silenziosa, “come in apnea”, riflette sulla propria casa senza poesia “perché non ha storia”, sulla fatica nel conciliare il personaggio pubblico, quindi sempre disponibile alla battuta, al sorriso o ai “selfie”, con l’uomo colto e tendenzialmente malinconico che non sa cos’è la solitudine “perché con il tempo ho imparato a bastare a me stesso”. 

Ho letto “La carezza della memoria” in due giorni, trovandovi un Verdone per molti versi inedito, fuori dagli stereotipi più diffusi, a volte alimentati anche da lui stesso; e sì che ci si conosce dai tempi di “Borotalco” quando scrissi per la prima volta di lui su “l’Unità”. Nel riporre il libro ho pensato che ne potrebbe venire fuori un bel film, diverso dagli altri di Verdone, intendo una storia a episodi (non troppi), nel quale quel prologo notturno in terrazza faccia da spunto alla messa in scena di tre-quattro vicende narrate, le meno prevedibili, le più segrete, inattese, anche dolorose. Non succederà lo so, deve ancora uscire “Si vive una volta sola”, fermo giusto da un anno per via del virus, e a giugno c’è da girare una serie autobiografica per Amazon Prime intitolata “Vita da Carlo”. Eppure mi piacerebbe. Glielo dirò.

 

Michele Anselmi per Siae.it

 

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