Un punto sul jazz italiano
Vivaverdi
di Enrico Bettinello

Un punto sul jazz italiano

Cosa si intende per “jazz italiano”? In che condizioni versa? Quali sono le sue potenzialità? Una riflessione a partire dal successo de Il jazz italiano per L’Aquila e Amatrice.

Se è vero che i grandi improvvisatori si riconoscono negli imprevisti, e che anche da una nota “sbagliata” il vero jazzista è in grado di costruire qualcosa che suoni non solo “giusta” ma anche significativa, ebbene, il jazz italiano ha dimostrato in questi giorni di godere di ottima salute e possedere una notevole presenza di spirito.

Le vicende sono note. A nemmeno due settimane dall’annunciata grande iniziativa “Il jazz italiano per L’Aquila” – sviluppo naturale e più articolato della splendida giornata del settembre 2015 che aveva portato nella città abruzzese oltre sessantamila persone, per vivere lungo tutto il giorno decine di concerti in luoghi magici e purtroppo sfortunati – la terra del Centro Italia ha tremato nuovamente, colpendo in modo tragico le persone e gli edifici di Amatrice e di altri paesi tra Lazio, Marche e Umbria.

Nonostante l’emergenza e l’inevitabile frenesia dei giorni successivi al sisma, pur non essendoci più le condizioni per realizzare in sicurezza l’ambizioso programma che era stato messo a punto, l’iniziativa è stata ripensata dagli organizzatori – Midj, I-Jazz e Casa del Jazz, con la direzione artistica del trombettista Paolo Fresu e il sostegno del MiBACT, del Comune dell’Aquila e di SIAE – in “Il jazz italiano per Amatrice”. La manifestazione si è così svolta, oltre che all’Aquila in forma un po’ ridimensionata, anche alla Casa del Jazz di Roma e in molte altre città italiane, dove con grande spontaneità sono stati rapidamente organizzati concerti di solidarietà che hanno coinvolto complessivamente circa 70.000 spettatori.

Al di là del fortissimo impatto emozionale dell'iniziativa, sia nel sorprendente e non prevedibile successo della sua edizione del 2015 che nell'adrenalinica ed empatica condivisione nazionale dell’emergenza di quest’anno, questa rinnovata attenzione sul jazz italiano merita di essere raccontata in modo un po’ più articolato. Cercheremo quindi di attraversare senza timore le vaste zone soleggiate che il percorso suggerisce, ma anche le salite più ombrose e sdrucciolevoli, che certo non mancano, specie quando si parla di cultura e spettacolo dal vivo in Italia.

In fondo non è un caso che, con la consueta efficacia narrativa, lo stesso Paolo Fresu ami parlare della storia recente del jazz in Italia distinguendo un “prima dell’Aquila” e un “dopo l’Aquila”; evidentemente il trombettista attribuisce a questa iniziativa (che nel suo progetto complessivo triennale – ora spostatosi di un anno – dovrebbe vedere la partecipazione di oltre 1.800 musicisti diversi) un significato fondativo per un modo differente di contare e di contarsi, dal momento che solo ora si sta incominciando a mettere maggiormente a fuoco numeri e caratteristiche di chi fa il “mestiere del jazz” nella nostra penisola, sia come musicista che come giornalista, sia come direttore artistico o manager, sia come ufficio stampa o promoter.

La formula ‘jazz italiano’ è una semplificazione, utile ‘per capirsi’ ma inadatta a comprendere mondi e situazioni che presentano a volte anche forti differenze. Parliamo di jazz che si fa in Italia? O di jazz fatto da italiani? È riscontrabile un forte carattere nazionale in queste musiche? Di che musiche stiamo parlando?

E allora, “dopo L'Aquila” qual è dunque lo stato di salute del jazz italiano? Per affrontare questo argomento in modo serio, va chiarito subito che la stessa formula “jazz italiano” è chiaramente una semplificazione, utile “per capirsi” ma certamente inadatta a comprendere mondi e situazioni che presentano a volte anche forti differenze.

Parliamo cioè di jazz che si fa in Italia? O di jazz fatto da italiani? Ne parliamo unitariamente perché è riscontrabile un forte carattere nazionale in queste musiche? Ed esattamente di che musiche stiamo parlando? Di crooner pop venati di jazz o di improvvisatori radicali? Di stempiati ma affiatati gruppi di dixieland o di giovani hipster che passano con disinvoltura da Miles Davis all’elettronica? Di artisti che escono in cd allegati ai settimanali  o di altri che, magari nonostante il plauso della critica, continuano a essere ignorati dalle rassegne principali?

Insomma: nell’evidente impossibilità di trovare solidi denominatori comuni a una galassia di energie e musiche davvero variegata, non sarà inutile ricordare che sotto l’ombrellone del “jazz italiano” trovano posto un numero molto vasto di esperienze, che differiscono non solo per i tratti stilistici, ma anche per economie, sostegno e comunità di ascoltatori di riferimento. Esperienze, soprattutto, che da anni fanno una grande fatica a riconoscersi reciprocamente e a trovare le modalità migliori per dialogare in maniera unitaria con le istituzioni su alcuni grandi temi che sono – quelli sì – un po’ comuni a tutti gli artisti e gli organizzatori.

Con fatica e con tenacia, in questi ultimi anni stiamo assistendo a un rinnovato impegno di tipo associativo e strategico, specialmente da parte delle due associazioni che citavo prima, quella dei musicisti – la Midj – e quella dei festival –  I-Jazz. Realtà che, nonostante le grandi difficoltà e qualche resistenza, hanno avviato tavoli di confronto con varie istituzioni (compresa SIAE), e un proficuo dialogo con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali: un dialogo che – è bene ricordarlo – prima era praticamente inesistente, e che ha portato a un bando dedicato, all’evento dell'Aquila, al portale italiajazz.it, e in generale a una sempre maggiore attenzione al mondo del jazz.

Se per molti il jazz in Italia gode al momento di ottima salute, altrettanti si esprimono in modo meno positivo, sottolineando le difficoltà per i musicisti nel trovare un numero dignitoso di concerti all’anno, lo scarso coraggio di molti programmatori, o anche il fatto che un disco di jazz italiano, se vende qualche centinaio di copie in tutto è già un successo

Ma nei fatti, come sta davvero il jazz italiano? In un’inchiesta che avevo condotto qualche anno fa per l'edizione italiana del portale AllAboutJazz, non c’era concordia d’opinioni tra gli addetti ai lavori. E a quanto ne so anche dialogando quotidianamente con molti di loro, di persona e sui social network, la situazione non sembra molto cambiata.

Se per molti il jazz in Italia gode al momento di ottima salute (e a supporto del loro ottimismo portano prove come il numero altissimo di festival sparsi per tutta la penisola o il successo di iniziative editoriali cui accennavamo), altrettanti si esprimono infatti in modo assai meno positivo, sottolineando le notevoli difficoltà per i musicisti meno noti – ma a volte anche per nomi che hanno un lusinghiero riscontro critico – nel trovare un numero dignitoso di concerti all’anno, lo scarso coraggio di molti programmatori, le problematiche legate all’inquadramento lavorativo e fiscale o anche solo il fatto che un disco di jazz italiano, se vende – ai concerti, i negozi essendo praticamente spariti – qualche centinaio di copie in tutto è già un successo.

Facendo un po’ di conti al volo, l’impressione quindi è che complessivamente non si stia proprio benissimo. Di certo che non si stia come si potrebbe e dovrebbe stare, nonostante le grandi potenzialità del settore: sono ben lontani i tempi in cui ancora si parlava di colmare il gap tecnico con i colleghi americani, e il jazz italiano è in grado oggi di esprimere esiti di alta qualità in ambiti stilistici molto differenti, dalle produzioni “pop-oriented” più raffinate alle proposte venate di folk mediterraneo, dalle sonorità elettriche avantgarde che sono comuni un po’ ai trenta/quarantenni di mezza Europa agli improvvisatori più radicali.

Non si sta bene per ragioni che affondano le loro radici da un lato nell’ormai cronico ritardo strategico, professionale, giuridico e formativo che affligge il nostro paese nell’ambito della cultura e dello spettacolo dal vivo, dall’altro nella circostanza – collegata alla prima – che tutto il sistema si è sempre sviluppato in modo un po’ empirico e disomogeneo, animato da grandi talenti e grande cuore, da energie a volte fuori controllo e da più di qualche cialtroneria e italico familismo.

E oggi questo si sconta più di sempre, perché in altre nazioni europee il sostegno pubblico ai musicisti è strutturato e cospicuo (e rende a volte poco concorrenziali i nostri artisti anche a casa loro), perché i social network amplificano il malcontento di alcuni e perché, al di fuori dei grandi festival e di piccole o medie situazioni consolidate, il jazz fa molta fatica a entrare in modo sistematico nelle abitudini e nei cuori di nuovi ascoltatori che hanno con l’oggetto musica un rapporto differente dai loro fratelli maggiori.

In quest’ottica il lavoro che l’associazione dei musicisti e quella dei festival stanno portando avanti è il segnale tangibile sia della necessità che della volontà di lavorare assieme per superare questi problemi. “Tra i nostri obbiettivi” mi raccontò lo stesso Fresu in un’intervista uscita su Zero, “ci sono l’intermittenza dei lavoratori, il diritto d’autore, il lavorare sul rafforzamento di una scena nazionale, la creazione di una festa della musica, provare a intervenire su un malessere. Credo sia importante insistere sul modificare la qualità del lavoro, per stimolare la defiscalizzazione, gli aiuti alle opere prime e seconde, per creare opportunità per i giovani musicisti. C’è una nuova legge sulla musica in discussione in Parlamento e noi vogliamo dare il nostro contributo attivo”.

Particolarmente caro al Ministero è anche il rapporto con il turismo e la sostenibilità ambientale, temi che anche a livello europeo sono presenti nell’agenda dei principali operatori del settore (ad esempio quelli che fanno parte di Europe Jazz Network) e non è certo un caso se all’Aquila è stato dedicato proprio a questi temi un convegno nella prima giornata dell’iniziativa.

È proprio quest’asse, quello con il Turismo, a fornire alcune indicazioni interessanti; anche perché lo stesso Ministero, presente al convegno con un efficace intervento di Ottavia Ricci (consigliere del Ministro Franceschini), ha ribadito quanto il mondo del jazz sia profondamente sotto la lente della sua attenzione, cogliendone e apprezzandone i tratti sempre innovativi e la capacità di coinvolgere pubblici che hanno anche il viaggiare tra i propri interessi. Spettatori cioè che sono disposti a muoversi anche di molti chilometri per seguire un festival e visitare i territori – spesso affascinanti – in cui questo si svolge.

Il rapporto tra jazz e turismo è uno di quei temi su cui non è difficile che la ‘comunità’ si divida: a musicisti e operatori più ‘puristi’, il connubio sembra a volte una trappola che mette in secondo piano l’aspetto prettamente musicale e spinge verso una commercializzazione delle proposte

Questo del rapporto tra jazz e turismo è uno di quei temi su cui non è difficile che la “comunità” si divida: a musicisti e operatori più “puristi”, il connubio sembra a volte una trappola che mette in secondo piano l’aspetto prettamente musicale e spinge verso una commercializzazione delle proposte. L'altro rischio è che questo venga percepito come una possibile “scorciatoia” da chi non avesse voglia di inquadrare correttamente la questione.

Credo invece che quanto si è discusso a L’Aquila, in particolare quanto portato dai rappresentanti dei festival che già si stanno muovendo strategicamente in questa prospettiva, sia estremamente significativo e restituisca al Ministero anche degli esempi pratici delle potenzialità del settore.
Emblematico che a parlare siano salite infatti, tra gli altri, anche Giannella Demuro del Festival Time in Jazz di Berchidda – caso esemplare di un territorio che, pur in Sardegna, non aveva una forte vocazione turistica e che l’ha creata grazie alla musica – o Paola Martini del Circolo Controtempo in Friuli, che con il progetto Jazz & Wine ha attivato un'interessantissima connessione con imprenditori e aziende vinicole, consentendo al pubblico di andare a conoscere (e ritornarci magari anche quando non c’è il Festival) angoli meno conosciuti della sua Regione.
Ma anche Adriano Pedini, il direttore di Fano Jazz, che ha testimoniato le sinergie create con i tour operator stranieri che segnalano tra le offerte della meta adriatica anche i concerti del Festival.

Il caso del rapporto con il Turismo Sostenibile (che chiaramente vede in un pubblico curioso e non massificato come quello del jazz il terminale perfetto delle proprie azioni strategiche) e il ripetuto richiamo fatto alla conoscenza, al censimento e alla documentazione di numeri e tipologie degli spettatori di un festival, ci riporta in fondo a quello che mi sembra il tema principale della riflessione: e cioè l’esigenza per il mondo del jazz in Italia di “dare i numeri”.

Sapere cioè con esattezza di che cosa si sta parlando in termini di indotto (solo i festival più grandi hanno attualmente le risorse per commissionare un’analisi certificata dell’impatto economico di una manifestazione sul proprio territorio) e di musicisti coinvolti, di tipologie contrattuali e di problematiche fiscali, di SIAE ma anche di Enpals, di diritti connessi e di opportunità progettuali a livello europeo, opportunità queste ultime che richiedono personale formato e molte risorse e attenzione specialmente in fase di elaborazione e di rendicontazione.

Il quadro che dovrebbe uscire da questa azione di compattamento e di fotografia di quanto si muove nel jazz di casa nostra, sarà probabilmente molto sfaccettato e anche disomogeneo: ma in questa varietà sta anche il notevole potenziale del settore o comunque quanto il settore potrà mettere seriamente sul tavolo con le istituzioni.

Sfaccettato e disomogeneo perché lo è la natura stessa delle musiche di cui parliamo: lo sono le scelte stilistiche, lo sono le opportunità professionali – che, come sempre accade nei sistemi scarsamente strategici e magari non ricchissimi, privilegiano nomi sicuri a scapito di proposte che richiederebbero scelte più coraggiose – lo è la mobilità a medio/lungo raggio specialmente per tutto il sottobosco di musicisti non (ancora) famosi.

C’è chi sta provando – ormai da qualche anno – a organizzare il lavoro con lo strumento dei collettivi, che in un’ottica trasversale comune a molte nazioni europee dà un chiaro segnale, anche “politico”, di indipendenza nelle scelte artistiche e nelle modalità di produzione, oltre a diventare strumento identitario per chi ne fa parte o comunque si identifica in quelle traiettorie. Sono esperienze – citiamo quelle dell'etichetta Gallo Rojo o di Improvvisatore Involontario, ma anche del collettivo BasseSfere o di Franco Ferguson – che hanno dato risultati di notevole interesse dal punto di vista musicale, ma che alla lunga rischiano di scontare le difficoltà nel gestire gli aspetti più legati alla promozione e alla comunicazione.

C’è da registrare inoltre la tendenza di alcuni giovani musicisti (cito solo a titolo esemplificativo  il pianista  Simone Graziano, il chitarrista Francesco Diodati, il sassofonista Dan Kinzelman, ma anche il vibrafonista Pasquale Mirra o il contrabbassista Gabriele Evangelista, perfetti esempi di artisti che all’alta qualità musicale abbinano apertura e trasversalità) a essere meno diffidenti e più collaborativi trasversalmente tra loro, forse perché accomunati da una sorta di raggiunta libertà generazionale da obblighi stilistici, e forse dalla solidarietà spontanea di chi è cresciuto sapendo che le prospettive non sono più quelle rosee cui ambivano i fratelli maggiori.

Rispetto ai colleghi di altre nazioni europee poi, certamente i jazzisti italiani scontano evidenti difficoltà nel proporsi all’estero. Intendiamoci, i nostri musicisti sono ascoltati spesso anche in giro per il continente: lo sono ovviamente quelli più famosi, ma anche altri meno gettonati, magari se disposti a farsi un bel po’ di chilometri in furgone da un posto all’altro per farsi conoscere.
Quello che manca è un serio supporto strutturale a tutto questo, strategia che in altre nazioni (pensiamo alla Norvegia o alla Svizzera, per citarne un paio) è alla base della notevole diffusione del jazz di quei paesi.

I nostri talenti non sono certo inferiori per livello musicale e progettualità a quelli della media continentale; farli conoscere ai direttori artistici dei festival europei, è obbiettivo che non si può ormai più lasciare alla sola iniziativa della spedizione di un cd

I nostri talenti non sono certo inferiori per livello musicale e progettualità a quelli della media continentale; farli conoscere ai direttori artistici dei festival europei, è obbiettivo che non si può ormai più lasciare alla sola iniziativa della spedizione di un cd, alla segnalazione di qualche buona recensione, di un video su YouTube o di qualche traccia su Soundcloud, ma che deve essere supportato da occasioni di showcase che oltre a brevi concerti, consentano ai curatori di dialogare direttamente con gli artisti, di apprezzarne le potenzialità. Anche il supporto economico ai viaggi è un punto importante, che consentirebbe a chi ottenesse l’attenzione di un numero minimo di situazioni concertistiche fuori dai confini nazionali di riuscire a spuntare un cachet più equo.

Altro strumento che andrebbe spinto e sviluppato maggiormente (qualcosa si sta muovendo in questa direzione sin dal bando dell’anno scorso, ma siamo ancora lontani dalla centralità che queste pratiche hanno in altri ambiti delle performing arts contemporanee) è quello delle residenze artistiche, che specialmente per artisti giovani e progettualità più articolate sono un momento fondamentale per verificare la solidità del lavoro, nonché un’occasione di dialogo con nuove comunità di ascoltatori, utilissima anche in ottica del tanto citato audience development.

A produttori e musicisti spetta invece, a mio avviso, il compito di suggerire e osare nuove idee in ambito discografico, laddove in Italia il disco jazz è sempre stato inteso prevalentemente come la documentazione di un determinato lavoro e un biglietto da visita per trovare concerti. Ma oggettivamente di cd ne vengono prodotti – da etichette grandi e piccole, molte delle quali splendidamente coraggiose e a volte visionarie – fin troppi per un mercato quasi inesistente e che non può contare in modo significativo sull’apporto di nuovi ascoltatori, essendo le generazioni più giovani culturalmente estranee dal rapporto con i supporti fonografici.

Costruendosi attraverso la relazione, il dialogo, l’inclusione mai acritica della diversità, il jazz è perfettamente in grado di leggere le complesse istanze della nostra contemporaneità, di agire sulle periferie sia geografiche che metaforiche, e diventare di volta in volta centro mobile per ridefinire i confini sonori di chi lo ascolta

Ai Conservatori e ai centri di formazione (vedi Siena Jazz, che continua in questo settore a essere un punto di riferimento) spetta la strutturazione di percorsi che alla tradizionale trasmissione di tecniche abbini anche una maggiore capacità di ampliare lo sguardo degli allievi e delle allieve, e che fornisca loro elementi per conoscere anche gli altri aspetti del mondo della musica, non solo quello artistico.

Le premesse perché una parte di tutto questo venga in qualche modo ottimizzata, mi sembra ci siano tutte. A patto che ci sia uno sforzo comune di guardare in modo deciso verso obbiettivi chiari e condivisi. Soprattutto perché queste musiche contengono in sé uno straordinario potenziale emozionale e socioculturale: costruendosi attraverso la relazione, il dialogo, l’inclusione mai acritica della diversità, il jazz è infatti perfettamente in grado di leggere le complesse istanze della nostra contemporaneità, di agire sulle periferie sia geografiche che metaforiche, e diventare di volta in volta centro mobile per ridefinire i confini sonori di chi lo ascolta.

Molte cose sono state dette su “Il jazz italiano per L’Aquila/Amatrice” e l’emozione di queste giornate intense è ancora viva per poter giudicare se, oltre al grande sforzo organizzativo e di solidarietà, ci sono ulteriori nuove opportunità da cui partire per rafforzare questo scenario. A me sembra che l’attenzione che le istituzioni stanno riservando al mondo del jazz non possa essere in alcun modo sottovalutata e che vada anzi tenuta come inamovibile punto di riferimento per dare a migliaia di musiciste e musicisti, ma anche di organizzatori grandi e piccoli, gli strumenti che meritano per creare cultura e lavoro.

Gli obbiettivi devono essere realistici e in qualche senso (non la si prenda come una contraddizione) anche un po’ visionari. Non ha senso invocare protezionismi che in altre nazioni e nel recente passato hanno certo tutelato i lavoratori, ma che oggi mi sembrano incongrui e che su un impianto complessivamente “all’italiana” rischiano di impigrirsi in rendite di posizione. Giusto piuttosto dare professionalità (non solo come musicisti) e pretenderla in cambio, avere le migliori esperienze europee come punto di riferimento e richiedere a gran voce le risorse per formare giovani nell’ambito della promozione, organizzazione e comunicazione, per dare supporto alle opere prime e per strutturare al meglio collaborazioni con le attività produttive e turistiche, per valorizzare i supporti digitali e magari individuare forme innovative di utilizzo delle nuove tecnologie.

Le potenzialità ci sono per stare, da subito, molto meglio. E per continuare a lavorare insieme anche senza che sia la terra, con le sue drammatiche manifestazioni sismiche, a ricordarci che il jazz è, per natura, musica che unisce le persone.

Illustrazione di Emma Verdet

Enrico Bettinello

Enrico Bettinello scrive di jazz e altre musiche per "il giornale della musica", "Musica Jazz", "BlowUp", "Venezia Musica & Dintorni". È caporedattore dell’edizione italiana del webmagazine "AllAboutJazz" e collabora con Radio3 e Radio Svizzera. In una delle sue vite passate ha studiato pianoforte jazz con Paolo Birro, perfezionandosi a Siena con Enrico Pieranunzi e Franco D'Andrea, studiando composizione con Giancarlo Schiaffini e specializzandosi in musicologia afroamericana sotto la guida di Stefano Zenni. È tra gli autori dei libri The desert island records. I musicisti raccontano i loro dischi più amati e Rock e altre contaminazioni: 600 album fondamentali (Tuttle Edizioni) e ha curato l’introduzione per l'edizione italiana della biografia di Lee Morgan scritta da Tom Perchard. È direttore del Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, curatore del San Servolo Jazz Meeting e di altre iniziative nell'ambito delle performing arts contemporanee.

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