UN CINE-CONSIGLIO PER PASQUA, ANCHE SE C’È POCO DA RIDERE. “L’ULTIMO VIAGGIO” DI UN EX NAZISTA CHE AMÒ UNA COSACCA
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UN CINE-CONSIGLIO PER PASQUA, ANCHE SE C’È POCO DA RIDERE. “L’ULTIMO VIAGGIO” DI UN EX NAZISTA CHE AMÒ UNA COSACCA

A Pasqua gli italiani non vanno più volentieri al cinema, specie se spunta il primo tenero sole, ma le distribuzioni continuano a far cadere comunque una pioggia torrenziale di film. Ne abbiamo già parlato qui. Inutile rifare la conta dei titoli, molti dei quali, se non quasi tutti, con l’eccezione di Ready Player One di Steven Spielberg, ne usciranno con le ossa a pezzi. Purtroppo. Perché ce ne sono di belli.

Uno di questi, forse il meno reclamizzato di tutti, si chiama L’ultimo viaggio, viene dalla Germania anche se il nome del regista berlinese sembra anglosassone, Nick Baker-Monteys. Vi assicuro che vale la pena di vederlo. Esce oggi, 29 marzo, valorosamente distribuito dalla Satine Film. 

D’accordo. Mi piacciono i film che raccontano storie di vecchi pronti a mettersi in viaggio perché hanno qualche conto in sospeso o vogliono provare, nel crepuscolo dell’esistenza, un’emozione in più. Torna in mente, appunto, Un’emozione in più di Francesco Longo; ma se ne potrebbero citare parecchi: da Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni a Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore, da Harry & Tonto di Paul Mazursky a Una storia vera di David Lynch, da Nebraska di Alexander Payne al cartone animato Up di Pete Docter e Bon Peterson.
Di solito non sono storie allegre, e del resto L’ultimo viaggio è un titolo che suggerisce molto, se non tutto. Trattasi di un curioso road movie che mette addirittura in scena, pensate, un 92enne tedesco, ex nazista da giovane, oggi curvo e malandato, deciso a ritrovare una cosacca, tal Svetlana, che amò sul finire della Seconda guerra mondiale.
La vicenda, in sintesi. Eduard Leander ha appena visto morire la moglie, mai amata davvero. Contro il parere della figlia Uli, che lo vorrebbe in un pensionato, il vegliardo sistema le cose, si rifornisce di euro e prende il treno per Kiev, nella lontana Ucraina, pur sapendo che da quelle parti, siamo nel 2014 subito dopo l’annessione della Crimea alla Russia, tira una brutta aria di guerra civile. Eduard non vuole scocciature, invece si ritrova nel vagone la nipote trentenne Adele, una mezza punk sciroccata, pure sprovvista di passaporto, spedita al volo dalla figlia per farlo recedere. Invece il treno parte, e a quel punto i due dovranno per forza imparare a conoscersi, anche a volersi bene. Alla strana coppia si unisce un esuberante russo/ucraino, Lew, che prima si porta a letto Adele con l’aiuto di qualche pillola e poi, una volta arrivati a Kiev, aiuterà i due a raggiungere il confine con la Russia, pure ad attraversarlo clandestinamente, alla ricerca dello sperduto villaggio dove vive ancora qualche cosacco…

Lo so, L’ultimo viaggio è di quei film che, sulla carta, pochi hanno voglia di vedere. La storia è malinconica, il vecchio è burbero, la nipote è fastidiosa, i posti non sono sorridenti. Eppure l’avventurosa “traversata”,  reale e simbolica insieme, vale il prezzo del biglietto. Da giovane Eduard fu un feroce ufficiale della Wehrmacht incaricato di  comandare un reparto di cosacchi a cavallo contro l’esercito sovietico. Poi finì in un gulag, dove restò sette anni, fino al 1952. Col suo vecchio cappello di pelo in testa e qualche parola di russo ancora in bocca, lo scorbutico si inoltra in quel viaggio senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, pronto perfino a confessare antichi crimini di guerra.
«Ci ho provato a chiudere a chiave i ricordi della guerra, ma ho continuato a pensarci, ogni singolo giorno della mia vita» ammette il vecchio. Sta in questa frase, trovo, il nucleo emotivo di un film toccante ma non ruffiano, padroneggiato dalla star Jürgen Prochnow, che qualcuno ricorderà magnifico protagonista di U-Boot 96 e poi gran cattivo a Hollywood. L’attore si invecchia di parecchi anni per calarsi nelle rughe e negli acciacchi del suo Eduard, e certo fa tenerezza la grinta disperata con la quale si mette alla ricerca della donna che amò da giovane soldato.

Questo non è un soffietto pubblicitario, spero sia chiaro, ma un invito a farsi incuriosire. Ci sono film, si diceva un tempo, dai quali si esce migliori. L’ultimo viaggio, forse, è uno di questi.

Michele Anselmi per SIAE

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