Umberto Eco intervistato da Diego Cugia: Anch'io sono stato un pirata
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

Umberto Eco intervistato da Diego Cugia: Anch'io sono stato un pirata

In occasione dell’ultimo saluto a Umberto Eco (ore 15 nel Cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco di Milano), ci fa piacere ricordare questo grande intellettuale, filosofo, scrittore, divulgatore riproponendovi una parte della bella intervista realizzata con lui nel 2004 dallo scrittore Diego Cugia per la rivista VIVAVERDI – Il giornale degli autori e degli editori, house organ di SIAE.

ANCH’IO SONO STATO UN PIRATA

“Conosco biblioteche a Londra dove le luci sono crepuscolari e gli ascensori non arrivano mai ai piani, ma ti depositano nel buio dei mezzanini, e se ti capita di uccidere qualcuno, puoi nascondere il corpo in uno scaffale e non lo ritroveranno prima di cinque o sei settimane”.

Parlare con Umberto Eco è un’avventura come leggere un racconto di Borges, con le pagine che si rispecchiano l’una nell’altra, e la fine d ogni argomento è il preludio di un’altra conversazione

Ci siamo incrociati casualmente a Bressanone, passeggiando lungo l’Isarco che, più di un fiume, sembra un lago verticale. Avevo riconosciuto Eco da lontano, appoggiato al parapetto, osservava il monte Plose innevato, con la stessa tenerezza con la quale un uomo guarda il proprio cane addormentato.

Mi sono vergognato di rompergli l’anima e di guastargli l’incanto, poi mi sono giustificato pensando che due esseri umani che amano visceralmente J. L. Borges (uno dei quali ama profondamente anche Eco) non possono incrociarsi in uno sfavillante pomeriggio d’inverno, sotto il Plose, senza incrociare due parole o le spade.

“Mai fermare uno scrittore che si ama” ammonisce Eco. “A New York mi offrirono finalmente l’occasione d’incontrare Borges. Rifiutai all’ultimo momento. Avevo da poco conosciuto Montale, il mio poeta preferito. Lei non ha idea di quanto soffrissi a parlare con lui del tempo o di altre banalità. E poi quando si conosce uno scrittore non lo si legge più. Che lo leggi a fare? Gli parli al telefono”.

Infatti gli chiedo la cosa più banale dell’universo: “Qual è il segreto del successo di un libro?”

“Passaparola è la chiave universale. In francese ‘bouche oreille’, in inglese ‘word of mouth’”. Senza questo eccelso pettegolezzo da lettore a lettore anche un romanzo perfetto sarebbe destinato al macero.

“Nessun piano editoriale, nessun critico, nessuno spot televisivo hanno la stessa potenza misteriosa del passaparola. Puoi scrivere un’opera rivoluzionaria, ma sbagliare i tempi della pubblicazione, e quelle stesse pagine, che fra dieci anni i lettori si sarebbero strappate di mano, ammuffiranno nei meandri di una biblioteca. Azzecchi i tempi? Il giorno dell’uscita del tuo libro un atto terroristico azzera le vendite, la gente s’incolla per settimane davanti ai telegiornali e diserta le librerie”.

Dio capriccioso e imprevedibile, il passaparola soffiò su Il nome della rosa, decretandone il successo globale. Quasi due milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti. E in totale? “Sedici, diciassette milioni, non so più, ho perso il conto”.

Nato ad Alessandria d’Egitto settantuno anni fa, figlio di un uomo povero e nipote di un tipografo, Umberto Eco non ha affatto la spocchia del bestsellerista consumato. Al contrario: “Quando consegnai Il nome della rosa al mio editore puntavo alle diecimila copie. La Bompiani mi versò un anticipo su trentamila. Pensai fossero diventati pazzi”. Il passaparola spiega davvero tutto?

“Tutto. Ci sono libri orrendi che vendono moltissimo, ma non puoi programmare di avere successo scrivendo un libro orrendo, anche se fosse la storia più pornografica del mondo”. Eppure anche il passaparola ha un alleato di ferro: “I librai. Sono loro i primi che devono amarti. I primi che uno scrittore deve amare. Possono farti sparire in uno scaffale o moltiplicarti in spirali vertiginose, pile su pile che lasciano intendere ai lettori meno esperti che stai vendendo moltissimo anche se non è vero”. Si può leggere per emulazione. Ma per scrivere bene è necessario prendersi il vizio da piccoli. “Mia madre era una lettrice intensa di riviste e romanzi leggeri. Mio padre aveva avuto una gioventù di lettore furioso. Essendo molto povero (tredicesimo figlio di un tipografo) era stato un consumatore accanito di libri a dispense, nelle edicole. Ma chi mi contagiò davvero con la letteratura fu mia nonna materna, donna di nessuna istruzione, che tuttavia era abbonata a una biblioteca circolante e mi passava un libro dopo l’altro”.

Che genere di libri? “Da feuilletton di terza classe, tipo Mio zio il curato, a opere come Papà Goriot di Balzac. Però l’eredità più entusiasmante la ricevetti alla morte di mio nonno tipografo, che da pensionato era diventato rilegatore. Un intero cassone di libri non ancora rilegati, che andavano dai più celebri romanzi dell’Ottocento alle raccolte del Giornale illustrato dei Viaggi e delle Avventure. Ecco come, senza vere una famiglia né benestante né colta, ricevetti anch’io la mia scossa elettrica d’impulso alla letteratura”.

Mi permetto di fagli notare che oggi, con la televisione, la situazione in famiglia è un po’ diversa. Ho due bambini – professore – ma per convincerli a leggere un libro, dovrei apparirgli alla Playstation. Eco sorride, ma non è d’accordo. “La Tv è come la cioccolata. Lei lascerebbe che i suoi bambini mangiassero tre, quattro chili di cioccolata al giorno fino a doverli ricoverare per una peritonite? Se consumata in modica quantità, la televisione non è un deterrente alla lettura, anzi. E poi i giovani di tutto il mondo non la guardano più, sa?”.

Related