TOH, ECCO IL NOIR CHE SFIDA IL CORONAVIRUS USCENDO IN SALA. “DOPPIO SOSPETTO”: DUE MADRI-AMICHE, GLI ANNI SESSANTA
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TOH, ECCO IL NOIR CHE SFIDA IL CORONAVIRUS USCENDO IN SALA. “DOPPIO SOSPETTO”: DUE MADRI-AMICHE, GLI ANNI SESSANTA

Nella decimazione delle uscite cinematografiche, causa coronavirus e relativa chiusura di centinaia di sale al nord, c’è una mosca bianca: si chiama “Doppio sospetto”, strano noir belga che esce domani, giovedì 27 febbraio, con Teodora. Magari è un invito a respingere la paura del contagio usando la stessa arma della paura: perché il film è di quelli che, strada facendo, instillano una certa tensione nello spettatore, addensando sospetti, coincidenze che forse tali non sono, depistaggi e conferme.

L’ha diretto il regista belga Olivier Masset-Depasse, prendendo spunto da un romanzo della giallista Barbara Abel, “Derrière la heine”, e in effetti l’odio cova profondo dietro questa storia ambientata nei primi anni Sessanta, tra colori vividi tendenti al verde e al rosso, alla periferia benestante di Bruxelles. C’è una ridente villa bifamiliare dove vivono due coppie innamorate, almeno così sembra, ciascuna col suo bel bambino. Le madri, Alice e Célice, una bionda e una rossa, non lavorano, si occupano dei rispettivi giardinetti, sono molto amiche, al punto di scambiarsi le rispettive chiavi di casa. Ma sin dall’incipit, costruito come un amabile bluff da parte del regista, si intuisce che la tragedia è nell’aria.

Infatti, di lì poco, il figlio di Céline, Maxime, cade dalla finestra, dov’era salito per riprendere il gatto, e a quel punto Alice, che avrebbe dovuto sorvegliarlo mentre piantava dei fiori, si sentirà disperatamente in colpa. Anche perché l’amica, devastata dal dolore, comincia ad attribuirle la responsabilità di quella morte assurda.

Questo è solo l’innesco di “Doppio sospetto”, e naturalmente il meglio, o il peggio, deve ancora venire; perché, come avrete capito, le due famigliole, un tempo assai solidali, cominciano a intrattenere un rapporto sempre più fosco e allucinato. Alice, temendo che qualcosa di atroce possa capitare anche a suo figlio Théo, diffida di Céline, la quale appare solo depressa, mortalmente intristita, e tuttavia animata da uno strano furore nello sguardo. Chi sragiona delle due? E dove porterà, in un crescendo di suspense, quello strano mix di litigi e riappacificazioni?

L’ambientazione anni Sessanta introduce un elemento di elegante distacco dalla contemporaneità, anche di sapore estetico/calligrafico. Non saprei dire quanto ci sia Alfred Hitchcock o di Douglas Sirk in “Doppio sospetto”; probabile che il regista abbia apprezzato, per il clima generale, gli arredi e i costumi, l’ipocrisia sottopelle, anche “Lontano dal Paradiso” di Todd Haynes. Tuttavia, sul piano del dispositivo psicologico che procede per segnali allarmanti, siamo più dalle parti di film come “La mano sulla culla” di Curtis Hanson: dalle buone maniere affiora un elemento di pazzia e vai a sapere chi finge e chi agisce.

Gli uomini sono solo degli accessori in questa partitura femminile, sul filo di una crescente isteria e di qualche vistosa inverosimiglianza, che Masset-Depasse costruisce addosso ai visi, alle acconciature, agli scatti emotivi delle due attrici, che sono Verle Baetens (Alice, la bionda) e Anne Coesens (Céline, la rossa). Non sorprende che lo stesso regista sia stato chiamato a Hollywood per girare un remake in inglese con le star Jessica Chastain e Anne Hathaway nei due ruoli; anche se di solito queste operazioni riescono maluccio, vedi “Gloria Bell” di Sebastián Lelio.

PS. Possibile che nessuno poliziotto indaghi alla fine dei giochi?

La recensione di Michele Anselmi per Siae

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