SPIKE LEE RIPORTA I FRATELLI NERI IN VIETNAM CON “DA 5 BLOODS” IL SUO PRIMO FILM PER NETFLIX, A ME PARE UNA MEZZA BOIATA
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SPIKE LEE RIPORTA I FRATELLI NERI IN VIETNAM CON “DA 5 BLOODS” IL SUO PRIMO FILM PER NETFLIX, A ME PARE UNA MEZZA BOIATA

Doveva essere uno dei film fuori concorso a Cannes 2020, il primo targato Netflix (sapete come sono snob i francesi, fino all’ultimo Thierry Frémaux aveva resistito), ma poi il festival è saltato e “Da 5 Bloods - Come fratelli” è arrivato direttamente sulla piattaforma venerdì 12 giugno. “Da” sta per “The”, nel senso dell’articolo determinativo; i “fratelli” in questione sono afro-americani, quindi il termine “bloods” si colora di una sfumatura speciale, anche politica, oltre che ideologica e mistica. Si parla del Vietnam, sia pure visto in una prospettiva particolare dal regista, che non girava un film dal 2018, l’anno del sarcastico, pure divertente, “BlaKkKlansman”.

Purtroppo “Da 5 Bloods – Come fratelli” al sottoscritto pare come un notevole pasticcio, una mezza boiata: per lo stile sfocato e lesso, per le cose che dice e come le dice, per la prova imbarazzante di alcuni interpreti, per l’inspiegabile lunghezza (154 minuti), soprattutto per la scarsa tensione di una sceneggiatura del 2013 nata per Oliver Stone. Finito nelle mani di Lee, il copione è stato rimaneggiato dallo stesso regista insieme a Kevin Willmott, secondo una formula sintetizzata così: “Un po’ di salsa barbecue, un po’ di funk, un po’ di Marvin Gaye”. Suona suggestiva, ma vedete il film e mi direte.

Chi sono “i cinque fratelli”? In realtà sono quattro, ormai settantenni, s’intende neri. Nel 1970 Paul, Otis, Eddie e Melvin combatterono in Vietnam nella 1ª Divisione di Fanteria, lasciando sul terreno, durante una strana missione, l’amico “Stormy” Norman, il più audace e politicizzato del quintetto (“Era il nostro Malcolm e il nostro Martin”, sentiamo dire, nel senso di Malcolm X e Martin Luther King). Adesso, ormai anziani, tornano in Vietnam per recuperare i resti dell’eroico “brother in arms”; ma scopriremo presto che la rimpatriata ha poco di nobile: più che le ossa di Norman, c’è da recuperare una valigia zeppa di lingotti d’oro seppellita allora.

A un certo punto risuona una battuta: “La guerra non finisce mai, che sia nella realtà o nella tua testa”. Sta qui, si direbbe, il cuore (di tenebra?) del racconto, che Spike Lee conduce sul filo dell’apologo morale intessuto di citazioni cinefile, per lo più a sfottere: da “Apocalypse Now”, inclusa la “Cavalcata delle Valchirie”, a “Il tesoro della Sierra Madre”, passando magari per “Three Kings” e “Platoon”. Naturalmente il film ironizza anche su “Rambo” e Chuck Norris, assumendo un punto di vista totalmente black sulla “sporca guerra”, combattuta in larga parte dai “fratelli neri” anche se nessuno se lo ricorda.

Il tono è spiazzante, la recitazione urlata, si parte con un omaggio affettuoso a Cassius Clay e si finisce con un discorso amaramente profetico di Martin Luther King; nel mezzo ci sono sparatorie, deliri verbali direttamente in faccia alla cinepresa, effetti splatter, agnizioni ad alto tasso simbolico, corsi e ricorsi storici, fervorini sull’avidità umana, situazioni buffe e tragiche. Più svariate strizzatine d’occhio: dagli applausi al movimento “Black Lives Matter” al cappellino rosso con la scritta “Make America Great Again” indossato da Paul, il più gasato del gruppo, l’unico dei quattro ad aver votato per Trump.

Se si capisce sin troppo bene cosa vuol dire Spike Lee, non si capisce bene perché dirlo con tale rozzezza, abiurando a un certo linguaggio personale e innovativo, mischiando stancamente, magari per spiazzare o adulare il pubblico di Netflix, i registri più diversi. Forse l’unica idea azzeccata, sia pure spiazzante, consiste nell’usare gli stessi attori, senza ringiovanirli, anche nei flashback ambientati nella giungla mezzo secolo fa e girati con un formato diverso, più quadrato, per marcare la differenza. Quasi a dirci che erano già "vecchi" allora.

Costato circa 40 milioni di dollari e introdotto dalla scritta “A Spike Lee Joint”, il film sfodera attori anche bravi, come Delroy Lindo e Chadwick Boseman, ma costretti a un “overacting” sguaiato, più i francesi Jean Reno e Mélanie Thierry visibilmente disinteressati al tutto. Se vi pare di aver visto uno dei tre “sminatori”, il più ciccione, ricordate bene: trattasi di Paul Walter Hauser, ovvero il Richard Jewell di Clint Eastwood, ma lì recitava, qui fa scenografia.

Michele Anselmi per Siae.it

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