Soldi, contratti, letteratura
Vivaverdi
di Cristiano De Majo

Soldi, contratti, letteratura

Accostare le discipline artistiche al “vil danaro” è ancora un tabù? Cristiano de Majo parla di scrittura e compensi con Claudia Durastanti, Vincenzo Latronico, Alcide Pierantozzi, Marco Missiroli, Gianluigi Ricuperati, Nadia Terranova.

Qualche giorno fa su Slate un editoriale di Laura Miller s’interrogava sul perché gli appassionati di letteratura s’indignano così aspramente nel vedere mischiare i libri con cose terrene come l’aspetto estetico degli scrittori e delle scrittrici. Il suo ragionamento, parecchio convincente, era questo: quando da ragazzi o da bambini iniziamo ad appassionarci alla lettura, i libri rappresentano una via di fuga dal mondo, da una realtà che spesso è deludente, piena di cose che non ci piacciono, per questo cerchiamo e troviamo nella letteratura un porto sicuro dove fare germogliare i nostri ideali incontaminati di bellezza e purezza. Da adulti quest’aspetto fondativo della nostra esperienza di lettori rimane così radicato che è come se ci aspettassimo che bellezza e purezza ideale dovessero appartenere anche al mondo dell’editoria tout court. Ma è chiaro, sostiene la giornalista, che non può essere così. L’industria editoriale ha come obiettivo vendere libri e per vendere libri deve suscitare innanzitutto interesse nel mondo dei media. Un giornale, un sito, un programma televisivo sono spesso interessati, più che alle qualità letterarie, a dei personaggi, soggetti fotograficamente interessanti o con delle storie forti da raccontare. La chiosa è che “l’editoria non sarà mai purificata dagli aspetti venali, commerciali, meschini perché queste cose fanno parte del mondo e l’editoria non può esserne avulsa: si occupa di ciò che ci riguarda, vogliamo o meno ammetterlo”.

L’editoria non sarà mai purificata dagli aspetti venali, commerciali, meschini perché queste cose fanno parte del mondo e l’editoria non può esserne avulsa.

È un discorso che potrebbe valere anche sul versante scrittura e soldi, anzi, scrittori e soldi. Da un lato quasi ci imbarazza affrontarlo, come se fosse qualcosa in grado di rovinare l’immagine romantica che abbiamo dello scrivere, dall’altro siamo bersagliati da storie di successo di scrittori diventati ricchi e famosi come se avessero vinto il biglietto della lotteria. Facciamo ancora molta fatica, nonostante tantissimi esempi “felici”, a coniugare la possibilità che l’espressione artistica abbia anche una componente, diciamo così, venale. Nel campo letterario c’è una chiusura ancora maggiore rispetto ad altri campi, come l’arte o la musica, dove siamo in grado di apprezzare l’artisticità del disco di un rapper, anche se il messaggio dei suoi versi è un rozzissimo “voglio diventare ricco sfondato”, e Hirst? E Cattelan? L'idea che siano così “business oriented” li rende meno artistici o meno potenti sul piano emotivo?

Personalmente non ho di certo iniziato a scrivere con l’obiettivo del conto in banca. La radice idealistica, romantica è assolutamente la cosa da cui tutto è nato. Tuttavia ho iniziato a pensare abbastanza presto, e al tempo stesso a fantasticare, che le cose che avevo in mente di fare potessero raggiungere un pubblico così ampio da darmi non solo il riconoscimento morale, ma anche una materialissima felicità. Con più distacco e più esperienza, oggi, a distanza di tempo, sono abbastanza convinto che esista una “componente finanziaria” in ogni progetto artistico e che questo non sia un elemento necessariamente di corruzione espressiva o di condizionamento. Non dico che sia una verità assoluta, potrebbe essere anche una spinta molto personale (che tra l’altro va verificata di volta in volta). Per questo ho pensato di chiedere a sei scrittori italiani, tutti con alle spalle più di qualche libro, che idea avessero loro in proposito: Claudia Durastanti (ultimo libro, A Chloe per la ragioni sbagliate, Marsilio 2013, vincitrice del Premio Castiglioncello Opera Prima e del Premio Mondello Giovani con Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra), Vincenzo Latronico (ultimo libro La mentalità dell’alveare, Bompiani 2013, vincitore del Premio Napoli e del Premio Bergamo nel 2012 con La cospirazione delle colombe, collaboratore di Il Magazine), Marco Missiroli (ultimo libro Atti osceni in luogo privato, Feltrinelli 2015, con cui ha vinto il premio SuperMondello, e collaboratore de La lettura), Alcide Pierantozzi (ultimo libro Tutte le strade portano a noi. A piedi da Milano a Bari. Laterza 2015, sceneggiatore), Gianluigi Ricuperati (direttore creativo di Domus Academy e collaboratore di Rivista Studio, oltre che scrittore, ultimo libro La produzione di meraviglia, Mondadori 2013), Nadia Terranova (ultimo libro Gli anni al contrario, Einaudi Stile Libero 2015, con cui ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima, collaboratrice di Il Magazine).

Ho cercato di metterli a confronto con aspetti molto pratici e per niente immaginifici del loro lavoro: per esempio quello degli anticipi e dei contratti.

La ricompensa economica per un libro è sempre minore dello sforzo che ha comportato scriverlo?

Nadia Terranova: Ma come si fa a quantificare un libro? Seneca a mille lire negli anni Novanta valeva mille lire? Un Nabokov trovato in strada vale zero e un manuale di cucina fusion ventisette euro? Come deve essere pagato uno scrittore prima che il libro esca: lo sforzo (parola discutibile), le ore impiegate (ma quante sono davvero? Mica solo quelle davanti al computer), la speranzosa aspettativa un tanto al chilo? Chiaro che in principio l'unica possibilità è quantificare la previsione di vendita, altrettanto chiaro che il desiderio dello scrittore possa essere falsato in peggio o in meglio; per questo, e per mille altri motivi, l'anno scorso ho scelto un'agenzia di cui mi fido, giovane e competente (Monica Malatesta e Simone Marchi), che si occupa di questo aspetto.

Ma come si fa a quantificare un libro? Seneca a mille lire negli anni Novanta valeva mille lire? Un Nabokov trovato in strada vale zero e un manuale di cucina fusion ventisette euro?

Vincenzo Latronico: Trovo fuorviante definire la scrittura letteraria un lavoro, nel senso in cui lo possono essere ciò che fanno un architetto, un cassiere, un'avvocatessa, un prestigiatore, un facchino, una astronauta. Se mi fosse commissionata, chessò, una biografia, o una esposizione divulgativa del gioco del bridge, mi aspetterei che mi fosse pagata in base al tempo che mi richiede e al costo che ha avuto, per me, acquisire le competenze necessarie a scriverla al meglio: appunto, come un professionista, un lavoratore. Ma la scrittura di romanzi è una cosa diversa: e non lo dico per invocare una qualche superiorità spirituale o unicità antropologica, ma proprio perché, in quanto attività, risponde a regole diverse: come gestisco il mio tempo, nelle risorse interiori a cui attingo, nel modo in cui penso a me stesso, in ciò da cui mi aspetto le gratificazioni. Significa che non mi aspetto di essere pagato? No, affatto. Per non essere derubato, mi aspetto di partecipare in una misura equa di tutto ciò che qualcuno guadagnerà sulle mie opere. Per poterle scrivere, mi aspetto che qualcuno che conta di guadagnarci sopra mi aiuti a farlo (e cioè mi dia un anticipo che mi permetta di dedicarmici con un po' di agio). Però al di là di questo sono il primo a non volere che questo tipo di scrittura sia considerato un lavoro. Ad esempio: quando lavoro come traduttore, non mi sognerei mai di passare due giorni a non fare nulla. Quando scrivo so che può capitare, che fa parte dell'attività, che funziona così. Similmente, non scriverei mai un comunicato stampa per me stesso, ma di racconti e romanzi ne ho scritti parecchi solo così, perché mi andava, perché mi piaceva. Il paragone con il lavoro è destinato a generare frustrazione e disagio, e faccio il possibile, nel mio tribunale interiore, per evitarlo: perché non è un lavoro, è una cosa diversa, né più nobile, né meno: solo diversa. Non so che cosa sia. Se la parola non ti dà l'orticaria puoi chiamarla arte.

Il paragone tra scrittura e lavoro è destinato a generare frustrazione e disagio, e faccio il possibile, nel mio tribunale interiore, per evitarlo: perché non è un lavoro, è una cosa diversa, né più nobile, né meno: solo diversa.

Marco Missiroli: Sono disorientato da questo mercato editoriale che ripete sempre "non ci sono soldi", "il momento è delicato" oppure "Se fossimo stati 10 anni fa, magari...". Diciamo che se fossimo equi, e per equi intendo aver un giusto corrispettivo per poter vivere bene, dovrei essere pagato il doppio, calcolando il tempo di stesura di quattro anni di media di un mio romanzo. Solo nell'ultimo romanzo il corrispettivo economico è andato a pari passo con lo sforzo. E devo dire che la sensazione è di giustizia, di essere corrisposto in qualche maniera da un mercato editoriale che si percepisce essere sempre sotto la soglia della felicità, aspro, poco accogliente, diffidente, a tratti impossibile. 

Gianluigi Ricuperati: La ricompensa è sempre minore, a meno che non succeda quell'elemento sempre casuale che ha a che fare con il successo popolare. Il successo popolare – i numeri – non sono mai da disprezzare, e nemmeno da inseguire o adorare. Divinità capricciose!

Alcide Pierantozzi: Dipende. Io sono sempre stato pagato abbastanza bene, e comunque non ho mai azzardato raffronti tra l’impegno che metto nel lavorare a un libro e il corrispettivo economico. Se fosse così, direi il quadruplo di quanto viene generalmente pagato! Ma non sarebbe giusto. So di autori molto più navigati di me che hanno preso due lire di anticipo per opere di mille pagine, e che hanno ricevuto dagli editori un trattamento vergognoso. Tendo perciò ad accontentarmi.

Claudia Durastanti: La ricompensa non è mai adeguata; non ottieni mai il numero di lettori o di recensioni o di soldi o di premi che vorresti, perché soprattutto a ridosso della pubblicazione ritieni di aver scritto un libro molto forte. Io voglio che l'anticipo che mi viene corrisposto venga non solo recuperato dall'editore ma decuplicato dalle vendite, è l'unico modo in cui riesco a tollerare la cosa. Un anticipo smisurato ma non corrisposto dai lettori, a prescindere dallo sforzo impiegato per scrivere, mi farebbe star male. Quindi a oggi ritengo di aver percepito le somme che valevo. Questo non significa che non voglio che aumentino in maniera consistente.

Vincenzo Latronico: In certi regimi fiscali, la stessa categoria comprende "artisti" e "sportivi". Improbabilmente, è un caso in cui la burocrazia ci vede lungo. Una persona può vivere di sport (non solo a livelli altissimi), ma solo un'estensione del termine un po' vuota considererebbe lo sport un lavoro. Fare l'allenatore lo è. O fare l'insegnante di uno sport. Ma dire che uno per lavoro fa il centometrista non significa granché, o significa che la parola "lavoro" è stata svuotata di significato sino a renderla poco interessante. Un corridore che si allena tre ore al giorno e fa giorni di riposo per recuperare (non ho idea di quanto si alleni un corridore) non è uno che "lavora" meno di un professionista che ne lavora otto, cinque giorni su sette. Allo stesso modo, immagino, un corridore è disposto a fare sacrifici economici, per perseguire quella sua strada, di fronte ai quali, chessò, un tornitore cambierebbe impiego. Immagino che i centometristi che lo fanno come attività principale senza essere campioni portino a casa una mesata con un misto di premi, piccole sponsorizzazioni, pubblicità, eventi, insegnamento, allenamento di terzi. Se si chiedesse loro se vorrebbero il doppio o il triplo dei premi direbbero “be', certo”. E sanno benissimo che se la corsa dei cento metri fosse uno sport più cool, come il calcio o lo sci, i premi sarebbero più alti per tutti, e loro sarebbero più felici, e partecipano agli eventi di avviamento dei ragazzi delle medie all'atletica leggera nella speranza che con gli anni sia così. Ma la verità è che fanno lo stesso quello che fanno, perché non è un lavoro ma qualcosa di diverso, che si sono scelti in modo diverso, che è legato in misura maggiore a una dimensione di libertà e di gioia (prova ne è che in tanti lo fanno nel tempo libero, per svago), e che – finché regge – gli va bene così.

Quanto pensi che potrebbe migliorare il tuo lavoro se fossi pagato in modo da poterti mantenere per tutto il tempo che scrivi, qualcosa che capita, per esempio, più negli Stati Uniti che da noi?

Marco Missiroli: Migliorare dal punto di vista qualitativo non so. Dal punto di vista emotivo, fisiologico, psichico: enormemente. Enormemente.

L’opera peggiora quanto più la si scrive in uno stato di comfort.

Alcide Pierantozzi: Io faccio sempre in modo di essere pagato per tutto il tempo che scrivo (spesso riducendo il tempo, eh…). Generalmente gli anticipi vengono dati in base al potenziale di vendita di un libro, com’è giusto che sia, quindi so benissimo che se scrivo un libro sulla flora batterica nelle urine delle scimmie di Gibilterra non posso pretendere cinquantamila euro, a meno che il venduto del mio libro precedente non sia di due milioni di copie (e così non è). È vero anche che ormai questo tipo di discorsi è giunto al capolinea, perché so di autori che hanno venduto cinquecento copie dopo un anticipo di centomila euro. Gli anticipi alti vengono dati per le ragioni più disparate: perché si vuole avere un autore in catalogo, per simpatia, perché un dato agente è più bravo di un altro. A maggior ragione pretendo di essere pagato “dignitosamente” – anche se il mio pubblico non è enorme, vedo che non scende mai sotto una certa soglia di copie vendute, dovessi anche scrivere il libro sulla flora batterica di cui sopra. In questo sono molto concreto con gli editori, prendere o lasciare. Quanto alla possibilità che l’opera migliori, direi proprio di no… assolutamente no! Anzi, l’opera peggiora quanto più la si scrive in uno stato di comfort.

Claudia Durastanti: Curerebbe le nevrosi, ma forse danneggerebbe la scrittura. Non è vero che stare sui libri, scrivere per le riviste o gravitare attorno alla letteratura migliora la qualità del proprio lavoro. È rassicurante perché non ci porta lontano dall'oggetto primario del nostro interesse, ma non è per forza benefico. Non ho trovato una soluzione a questo problema: se faccio altro sono frustrata, se scrivo e basta penso di scrivere peggio. Forse mi piacerebbe tradurre romanzi e saggi a tempo pieno, che è un modo diverso di stare sul testo, più tecnico, se mi garantisse la giusta autonomia economica. 

Gianluigi Ricuperati: Non potrei mai mantenere me e la mia famiglia con i proventi del mio specifico lavoro d'autore, o perlomeno non potrei mai farlo come vorrei, con lo standard che ritengo auspicabile. Né lavorando in Europa né lavorando negli Stati Uniti. Se dovesse cambiare qualcosa, sarebbe un caso fantastico, ma non del tutto benvenuto, perché io amo il lavoro extra letterario quanto il lavoro letterario: non faccio il portiere di notte o il guardiano di un garage, perciò traggo ispirazione da tutte le aree di campo in cui si gioca la mia esistenza professionale (e non).

Nadia Terranova: Scrivere articoli per i giornali e tenere laboratori di scrittura sono le attività collaterali al mio lavoro principale, che è quello di scrivere libri. Ho scelto questa strada dopo avere consapevolmente lasciato altri lavori (ricerca universitaria, insegnamento a scuola, collaborazioni editoriali) e sto bene così. 

Vincenzo Latronico: Non so a quali scrittori americani tu ti riferisca. Quelli che conosco io sono tutti in situazioni analoghe alla mia: anticipi con cui sopravvivi qualche mese, lavoretti, articoli, premi, borse di studio, marchette, bozze, comunicati stampa, furtarelli, sorelle avvocato. Guadagnano di più, forse, ma spendono anche di più. Sono i problemi del primo mondo, da cui per fortuna siamo sempre più lontani.

Pensi alla scrittura come a qualcosa che possa consentirti di lasciare il lavoro che fai, se ne hai uno? O a qualcosa, se sei un freelance, che possa farti smettere di accettare troppo lavori?

Claudia Durastanti: Sarebbe bello arrivare a quel momento, ma credo che mi spaventerebbe anche. Sovraccaricarsi di lavoro per fare libri è terribile, ma rende il mio lavoro anche più interessante. Vorrei arrivare a una vita di sola scrittura tra cinque anni forse, quando sarò troppo stanca e di conseguenza più preparata a gestire una vita di quel tipo.

Marco Missiroli: Certo, è il grande conflitto che ho da sempre: vorrei mollare il resto? Vorrei farlo davvero? Potrei davvero farlo? Con Giorgio Fontana ne abbiamo parlato a lungo e in modo scientifico. Ma con questa struttura economico-editoriale sarebbe un compromesso: dovrei scrivere di più sui giornali, dovrei scrivere più libri. E io non voglio scrivere di più. Io voglio scrivere poco e bene. Se il prezzo da pagare è tenersi un mestiere da otto ore al giorno, ci sto. Fin quando non sono troppo logoro, ci sto. E forse, in qualche maniera, spero che tutto questo abbia una funzione igienica sulla mia narrativa.

Io non voglio scrivere di più. Io voglio scrivere poco e bene. Se il prezzo da pagare è tenersi un mestiere da otto ore al giorno, ci sto.

Vincenzo Latronico: Anni fa ci speravo. Ora mi sembra una speranza un po' ombelicale, un po' chiusa, e penso che semmai il futuro sia avere un'attività di scrittura che consenta di avere lavori collaterali interessanti, proficui e ben pagati. Per come si sta evolvendo il mercato mi sembra che, scrivendo in italiano, ogni altra prospettiva sia sempre più remota. 

Gianluigi Ricuperati: Il lavoro che faccio è un trampolino per trovare aule nevrotiche e notturne dedicate alla scrittura, libera dalle esigenze del commercio.

Il lavoro che faccio è un trampolino per trovare aule nevrotiche e notturne dedicate alla scrittura, libera dalle esigenze del commercio.

Alcide Pierantozzi: Ho avuto la fortuna di aver cominciato a scrivere a diciannove anni, al primo anno di università, e di aver guadagnato subito abbastanza (questo perché si era creata un’asta tra alcuni editori dopo l’uscita del mio romanzo d’esordio). Ciò nonostante, non era una cifra così esorbitante da potermi permettere di vivere dieci anni senza fare altro. Inoltre questi anticipi vengono sempre assegnati a scaglioni come certe terapie farmacologiche: dieci alla consegna, cinque all’uscita, quattro alle prime mille copie vendute, dodici alla consegna del secondo libro, eccetera. Il grosso delle entrate ce l’ho dagli articoli, dalle sceneggiature, e lo dico senza vergogna: dalla mia famiglia. Spesso ho valutato la possibilità di scrivere più libri con diversi editori, così da guadagnare qualcosina di più, ma non fa per me. Se devo mettermi a scrivere tanti libri per guadagnarci, preferisco dedicarmi solo al cinema e al giornalismo.

Quanto bene hai letto i contratti editoriali che hai firmato? Hai mai avuto il problema di aver firmato clausole per te sconvenienti?

Vincenzo Latronico: Naturalmente, ho firmato il mio primo contratto alla cieca, confidando che non ci fossero clausole che mi impegnavano a cedere l'anima. Ho avuto fortuna. Ora, ho una sorella avvocato. 

Nadia Terranova: Ho sempre letto attentamente i miei contratti e ora posso contare anche sullo sguardo professionale e migliorativo della mia agenzia.

Marco Missiroli: Molto, molto bene. Sempre molto bene. A parte alcune piccole cose che poi hanno causato un innesto ulteriore di pazienza da parte mia, devo dire che ho sempre avuto editori molto onesti.

Claudia Durastanti: II mio primo contratto editoriale era semplice e standard, non conteneva clausole punitive ma non l'ho letto con molta attenzione. Bastava firmare. Da quel momento in poi è sempre intervenuta la mia agente, quindi questo è un aspetto che ho delegato. Da sola non saprei gestirli, e la felicità della pubblicazione occulterebbe automaticamente tutto. 

Gianluigi Ricuperati: Ho un agente, Marco Vigevani, che gestisce questi aspetti del lavoro. Per il resto non leggo quasi mai i dettagli dei contratti: ma leggo le linee delle mani che stringo quando stringo un accordo.

Alcide Pierantozzi: I miei contratti, sin dall’inizio, li ha letti il mio agente. Devo essere molto sincero, finora non ho mai avuto brutte esperienze in questo senso, e sia con Rizzoli che con Laterza mi è capitato di lavorare con persone oneste. Anche con il mio primo editore, Hacca, mi sono trovato bene, e da loro ricevetti un piccolo ma prezioso anticipo.

Marco Missiroli: Ricordo che Sergio Fanucci per il mio libro di esordio mi fece un'offerta di persona, nel suo studio. Io avevo 23 anni e non sapevo niente di editoria e di quanto un libro potesse valere. Ricordo di aver ascoltato l'anticipo, di essere rimasto immobile, e di aver sentito Fanucci che, un po' preoccupato, mi chiedeva se avessi in mente un'altra cifra. Lo disse seriamente, e fu un momento di grande empatia. Non sapevo cosa dire, ero così entusiasta della pubblicazione che la mia gratitudine andava oltre qualsiasi presunta idea economica.

Mentre scrivi un libro o quando hai appena finito di scriverlo pensi mai ai soldi che potrai ricavarci?

Vincenzo Latronico: Finora non l'ho mai fatto. Ora sì, e temo che sia per questo che sto trovando la scrittura molto più difficile.

Marco Missiroli: Ci penso alla fine della stesura, nel senso che non firmo mai contratti per libri in anticipo, ma solo dopo che li ho scritti e mai con un'opzione per il libro successivo. È un modo per svincolarmi dal peso economico mentre scrivo, e inconsciamente per sfuggire all'ingrata proporzione tra fatica percepita dello scrivere e compenso. Non c'è quasi mai proporzione. Devo dire però che ho sempre in testa la soglia del prezzo giusto e che sotto questa soglia cerco di non andare.

I motivi per cui un libro sbanca sono spesso imperscrutabili, ma se mi ritrovo a scrivere di un determinato argomento e con un determinato stile, penso di poter predire come andrà.

Claudia Durastanti: È un pensiero fugace, che arriva soprattutto a monte, della serie: “So già quanto non guadagnerò con questo”. I motivi per cui un libro sbanca sono spesso imperscrutabili, ma se mi ritrovo a scrivere di un determinato argomento e con un determinato stile, penso di poter predire come andrà. Non correggo la traiettoria per questo, ma è un aspetto di cui sono consapevole. È una forma di marginalità controllata. Penso che uno scrittore onesto con se stesso sappia quando ha una storia vendibile tra le mani e quando no.

Nadia Terranova: No, in nessuna fase di scrittura faccio alcun tipo di ragionamento economico, mai.

Gianluigi Ricuperati: Ci penso molto prima perché di solito non scrivo libri senza aver firmato un contratto. Poi non ci penso più, specialmente adesso che ho diviso il mio reddito d'autore da quello legato ad altre attività culturali o professionali. Non penso mai, o non ho mai pensato finora, a quanto il libro potrà vendere. Per me il guadagno è l'anticipo, che è il rischio dell'editore. 

Alcide Pierantozzi: Sinceramente no. Però do abbastanza per scontato di ricevere un anticipo dignitoso. Non dico a cinque zeri, ma dignitoso sì, e mi accordo con l’editore prima di mettermi a scrivere. Poi dipende sempre dai casi: dall’editore con cui lavoro, ad esempio, e dal tipo di libro che voglio scrivere. Se mi va, se considero interessante un progetto, posso anche accettare di lavorare due o tre mesi per pochissimo (cosa che gli agenti sconsigliano, compreso il mio). Vivo da solo, eventualmente ho l’appoggio della famiglia alle spalle, posso ancora permettermi di giochicchiare un po’.

Illustrazione di Giacomo Bagnara

Cristiano De Majo

Cristiano de Majo, caporedattore di Rivista Studio. Ha scritto per la Repubblica, IL, Internazionale. È autore di quattro libri, l'ultimo s'intitola Guarigione. Nato a Napoli, vive a Milano.

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