SODERBERGH SORRIDE CON I “PANAMA PAPERS”, MA È TUTTO VERO ASSAYAS TRA LE SPIE CUBANE, SORRENTINO MOLTIPLICA I PAPI
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SODERBERGH SORRIDE CON I “PANAMA PAPERS”, MA È TUTTO VERO ASSAYAS TRA LE SPIE CUBANE, SORRENTINO MOLTIPLICA I PAPI

Bisogna ringraziare Steven Soderbergh: perché non è un uomo di parola. Una decina di anni fa promise di chiudere col cinema, invece ha continuato a fare film e serie tv, fedele a un eclettismo che gli fa onore e non lo cristallizza. La controprova? “The Laundromat”, in concorso oggi alla 76ª Mostra, dove la lavanderia evocata dal titolo non serve per lavare gli abiti bensì per “ripulire” i soldi: veri, virtuali, sporchi, evasi alle tasse, riciclati, eccetera. Prodotto da Netflix (applausi in sala Darsena all’apparire della “N” rossa), il film appartiene al Soderbergh sornione, tra ironico e grottesco, benché si parta da un libro-inchiesta serissimo, quel “Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite” di Jake Bernstein. Che il tono sia umoristico appare chiaro dall’incipit: due elegantoni in smoking, incarnati da Gary Oldman e Antonio Banderas, filosofeggiano sulla “leggerezza” dei soldi rispetto all’antico baratto, camminando nel deserto accanto a degli uomini preistorici intenti ad accendere un fuoco. I due, sullo schermo, hanno un nome e un cognome: Jürgen Mossack e Ramón Fonseca, titolari e soci fondatori di un potente studio legale che nel 2016 fu davvero travolto dallo scandalo finanziario legato ai “Panama Papers”. Due maghi della truffa, esperti nella sottile differenza tra privacy e segretezza, tra evasione ed elusione fiscale. Il che non evitò loro il carcere, ma solo per tre mesi, perché a Panama godevano, e godono, di amicizie altolocate. Il film, diviso in cinque capitoletti, ognuno riferito a una frode “segreta”, più un epilogo, invita al sorriso, ma c’è poco da stare allegri. Un battello per turisti agé si rovescia durante una gita sul lago: 21 morti, tra i quali l’anziano marito della casalinga americana Ellen Martin. I parenti delle vittime, pur nella sofferenza, sperano in un rimborso assicurativo da parte della società, ma tutte le polizze sono fasulle, “gusci” vuoti, che rimandano a paradisi fiscali irraggiungibili. “The Laundromat” isola alcune storie esemplari, passando dai Caraibi alla Cina, dall’Africa ai Messico, e ogni volta rispunta fuori la società panamense. Ma la vedova è molto arrabbiata, e sta meditando qualcosa di formidabile per vendicarsi e punire i due lestofanti... Giocando al cinema nel cinema, tra affondi grotteschi e personaggi che si rivolgono allo spettatore, Soderbergh mette a punto un’agra requisitoria contro la finanza allegra volentieri protetta dagli Stati, specialmente dagli Stati Uniti (l’ultima scena è fulminante, infatti è scattato l’applauso dei critici). Viene un po’ da pensare a “La grande scommessa” di Adam McKay, anche se “The Laundromat” è più divertente, pure meno tecnico, nel suo mischiare miserie umane, truci avidità, illeciti diffusi. Poi c’è il cast messo insieme per l’occasione: oltre ai citati Oldman e Banderas appaiono Meryl Streep, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Matthias Schoenaerts, James Cromwell e numerosi altri, tutti con l’aria di aver partecipato alla commedia con Buona Causa incorporata. Su Netflix dal 18 ottobre dopo rapida uscita nei cinema. * * * Scarsi applausi, invece, per “Wasp Network”, l’altro titolo in gara della giornata. Eppure porta la firma di Olivier Assayas, francese, classe 1955, un altro che grazie a Dio non fa sempre lo stesso film. L’anno scorso era qui con “Il gioco della coppie”, svelta commedia rohmeriana su amori & editoria; adesso eccolo coinvolto in una densa storia di spionaggio ambientata tra Cuba e Miami, nei primi anni Novanta: “Wasp Network” (wasp come “vespe”, non come acronimo). Alla base c’è un libro del brasiliano Fernando Morais, il cui titolo, tradotto, recita “Gli ultimi soldati della Guerra Fredda”. A dire troppo della storia si rischia di rovinare la sorpresa, che arriva quasi dopo un’ora di film. Siamo all’Avana, nel 1990: un pilota istruttore saluta moglie e figlia, finge di volare sopra l’isola col suo aereo monoelica, invece “defeziona” e atterra a Miami. Si chiama René Gonzáles, ha combattuto in Angola per Castro e la rivoluzione, ma ora è stanco. “A Cuba manca tutto: cibo, elettricità, medicine” dice; vuole rifarsi una vita in America, e intanto comincia a lavorare per le organizzazioni anti-castriste che salvano i fuggitivi in mare e organizzano attentati contro le strutture turistiche cubane. Il barbuto Édgar Ramirez, che fu già il terrorista “Carlos” sempre per Assayas, fa il pilota dissidente, ben accolto anche dagli americani; e tuttavia l’Fbi lo sta sorvegliando giorno e notte a Miami, perché qualcosa sembra non tornare. Non è l’unico tra i cubani che ora si professano fieramente anti-castristi. Penélope Cruz e Gael García Bernal completano il cast di tutto rilievo, la ricostruzione d’ambiente è accurata, e giustamente si parla spagnolo e inglese in questo film di impianto narrativo classico (non è una parolaccia) che Assayas conduce con spirito libero, senso dello spettacolo, “senza farsi ingannare dalle maschere dell’ideologia”, offrendo quindi onestamente le ragioni degli uni e degli altri. Si vedrà in Italia con la Bim. * * * Papa Francesco stamattina è rimasto chiuso in ascensore per 25 minuti, a causa di un calo d’energia, con conseguente ritardo del tradizionale “Angelus” domenicale. Il tutto succedeva proprio mentre qui al Lido passavano, a mo’ di antipasto, il secondo e il settimo episodio di “The New Pope”, la nuova serie tv di Paolo Sorrentino che Sky manderà in onda a novembre. Trattasi di seguito ufficiale di “The Young Pope”, infatti torna il pontefice Pio XIII interpretato con atletica baldanza da Jude Law, anche se non sta troppo bene. Finito in coma dopo il discorso in piazza San Marco che chiudeva la prima stagione, il pontefice reazionario è stato sostituito dall’italiano Francesco II, che schiatta subito per un (sospetto) attacco di cuore. Al segretario di Stato, lo scaltro Voiello incarnato da un “andreottiano” Silvio Orlando, non resta che correre ai ripari sottoponendo al Conclave il sofisticato e moderato cardinale inglese Sir John Brannox con la faccia e i modi di John Malkovich: “un uomo che sembra fatto di velluto”, colto e fragile, incline alla depressione, teorico di una morbida “middle way”. Solo che Pio XIII si risveglia a sorpresa dodici mesi dopo e a quel punto si profila, non proprio come nella realtà vaticana ma ad essa alludendo, uno scontro tra due Papi viventi, opposti per stile e personalità. Sorrentino da tempo pratica l’accademia di sé stesso: col risultato che ogni pregio sembra essere diventato un difetto, l’esibizione di un “brand” estetico-espressivo. Almeno così a me pare. Folgoranti immagini notturne, dialoghi di taglio aforistico, apparizioni eccentriche e spiritosaggini varie, il sesso etero o gay continuamente evocato, l’uso costante di canzoni in inglese, una barocca messa in scena tra sardonico e meditabondo, frasi del tipo: “Posso indebolire i forti, non dare forza ai fragili”, la solita fotografia smaltata di Luca Bigazzi. C’è pure Lenny Belardo che, in ralenti, sfila indossando solo slip bianchi, sulla spiaggia davanti all’Excelsior veneziano, tra due ali di adoranti donnine in costume che lo desiderano carnalmente. La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 6

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