SE NE VA ANCHE SEAN CONNERY A 90 ANNI. BOND E MOLTO ALTRO ALCUNI ATTORI INVECCHIANO, ALTRI MATURANO: È IL SUO CASO
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SE NE VA ANCHE SEAN CONNERY A 90 ANNI. BOND E MOLTO ALTRO ALCUNI ATTORI INVECCHIANO, ALTRI MATURANO: È IL SUO CASO

Il 25 agosto scorso aveva compiuto 90 anni. Oggi, poco più di due mesi dopo, Sean Connery se n’è andato. Dicono serenamente. In effetti, si sapeva che stava male, sin da quando, nel 2013, l'amico Michael Caine aveva rivelato, poi smentendo un po’, che il grande attore scozzese era affetto dal morbo di Alzheimer. Da anni Connery non si mostrava in giro, protetto dalla moglie premurosa, non rilasciava interviste, non interpretava film.

E pensare che nel 2008 aveva dato alle stampe un’autobiografia ufficiale, dal titolo semplice, che spiega tutto: “Being a Scot”. Scozzese fino al midollo, non per niente portava tatuata sull’avambraccio la scritta “Scotland Forever”. Ma per l’attore che era stato 007 contro il parere di Ian Fleming l’età non sembrava, allora, essere un problema. Sconfitto un tumore alla gola che aveva reso più roca quella voce inimitabile, Connery aveva dato l’addio al cinema cinque anni prima, nel 2003, dopo il fumettistico e orribile “La leggenda degli uomini straordinari”: con un semplice annuncio. I soldi non gli mancavano, e forse il cinema aveva smesso da tempo di riscaldare i suoi pensieri. Meglio, appunto, ritirarsi nella principesca tenuta di Nassau, alle Bahamas, con la seconda moglie Micheline Roquebrune. Per giocare a golf e tennis. Da quelle parti aveva festeggiato il suo ottantesimo compleanno, tra amici e parenti, con l’aiuto di una corposa colonna sonora celtica eseguita “live” dai Bowfire.

Uno dei suoi film più belli si chiama “L’uomo che volle farsi re”, lo diresse John Huston nel 1975, ispirandosi al romanzo di Kipling. Re sullo schermo Connery è stato sei volete, pur venendo da un’estrazione popolare: merito di una regalità naturale, resa più autorevole dall’età e dalla barba bianca (chi non lo ricorda come Riccardo Cuor di Leone nel finale di “Robin Hood. Principe dei ladri”?), soprattutto dal portamento venerabile. Per lui vale il detto: “Alcuni attori invecchiano, altri maturano”. In effetti, ha saputo intonarsi allo scorrere del tempo senza ricorrere, come Robert Redford o lo scomparso Paul Newman, alla chirurgia plastica, accettando i segni dell’età, pure divertendosi anzitempo, già negli anni Sessanta, tra uno 007 e l’altro, a disfarsi del parrucchino d’ordinanza per farsi crescere un vistoso paio di baffi.

Del resto, ci sarà pure un motivo se nel 1999, a un passo dai 70 anni, “People” lo incoronò “Sexiest Man of the Century”, l’uomo più sexy del secolo. Certo, l’uomo era fascinosamente macho, anche agé: 1 metro e 88 di altezza, lo sguardo magnetico e beffardo, le spalle larghe, il petto irsuto, il portamento austero, la voce calda e pastosa, ben diversa da quella del doppiatore “storico” Pino Locchi. Ma tutto ciò ancora non spiega la qualità speciale, carismatica, del suo recitare, sia che facesse un agente segreto con licenza d’uccidere, un ladro, un soldato, uno sbirro nevrotico, un avventuriero, uno sceicco, un cospiratore irlandese, un astronauta, uno scrittore, Robin Hood da vecchio, Guglielmo da Baskerville o il papà di Indiana Jones. Sono poco meno di ottanta i film che ha girato nella sua lunga carriera, inclusi i dodici, non memorabili, che vengono prima di “Agente 007. Licenza d’uccidere”, 1961, il primo della fortunata serie di cinque che lo lanciò nel firmamento internazionale.

Nel mazzo spiccano filmetti e filmacci, ma anche capolavori come “La collina del disonore” e “Riflessi in uno specchio scuro” di Sidney Lumet, “Marnie” di Alfred Hitchcock, “I cospiratori” di Martin Ritt, “Il vento e il leone” di John Milius, “Robin e Marian” di Richard Lester, “Cinque giorni, un’estate” di Fred Zinnemann, “Obiettivo mortale” di Richard Brooks, “Gli intoccabili” di Brian De Palma (gli fece vincere un Oscar), “Caccia a Ottobre Rosso” di John McTiernan.

“Quasi tutti gli attori sono persone semplici, ma complicate. Sean Connery non è complicato, ma neppure semplice” disse una volta Terence Young, che fu amico dell’attore e regista dei primi tre 007, di sicuro i più riusciti. È così. Connery appartieneva alla generazione di Peter O’Toole, Richard Burton, Michael Caine, Dirk Bogarde, Richard Harris, Peter Finch, Alan Bates, ma più di questi grandi interpreti, alcuni dei quali tecnicamente più attrezzati, capaci di primeggiare anche sulle scene teatrali, lui ha saputo imporsi come una star assoluta, internazionale, donando un’impronta particolare a ogni film. Senza mai esibire il sacro fuoco della recitazione, facendosi scivolare addosso i personaggi, con naturalezza. Un po’ come l’americano Burt Lancaster o, venendo ai nostri giorni, l’australiano Russell Crowe.

Magari è il suo essere scozzese, figlio di una terra negletta e orgogliosa, ad averlo reso così. Nato in una casa di due stanze al numero 176 di Fountainbridge Street, padre camionista, madre cameriera, Connery (il suo vero nome è Thomas) ha dovuto fare di tutto, negli anni giovanili, per mettere insieme qualche soldo: marinaio, carbonaio, bagnino, modello, verniciatore di bare, anche culturista in lizza per Mr. Universo. Nel 2006, quando accettò l’invito della prima Festa del cinema veltroniana, a chi gli chiedeva “Cosa c’è nel futuro, tra Inghilterra e Scozia?” rispose laconico, da indipendentista convinto: “Un divorzio”. Non per nulla si presentò alla regina in kilt, tanto per ribadire il concetto.

Dicono che il denaro abbia conquistato un posto fondamentale nella sua personale classifica dei valori. “Io sono scozzese, voglio sempre sapere come spendo i miei soldi” ha confessato in un’intervista. Certo di soldi ne ha guadagnati molti, facendosi sempre pagare a caro prezzo, anche per piccole partecipazioni: un’assicurazione sulla vecchiaia, un modo per sentirsi libero di mandare tutti a quel paese. Come fece nel 2003, senza rimpianti, aprendo una nuova pagina della propria vita, chiusasi oggi.

 

Michele Anselmi per SIAE

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