SANTIAGO, CILE, 1973: SALVI GRAZIE ALLA NOSTRA AMBASCIATA ECCO UN FILM DAL QUALE SI ESCE FIERI DI ESSERE ITALIANI
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SANTIAGO, CILE, 1973: SALVI GRAZIE ALLA NOSTRA AMBASCIATA ECCO UN FILM DAL QUALE SI ESCE FIERI DI ESSERE ITALIANI

Ecco un film dal quale si esce sentendosi fieri di essere italiani. Si chiama Santiago, Italia, è il documentario di Nanni Moretti appena passato al Torino Film Festival e dal 6 dicembre nelle sale con Academy Two. Perché fieri di essere italiani? Perché il corpo centrale del film, lungo in tutto un’ottantina di minuti, è dedicato al ruolo salvifico che svolse la nostra Ambasciata, allora gestita da Piero De Masi, poi sostituito dall'ambasciatore Tommaso de Vergottini, durante e dopo il golpe fascista di Pinochet. Non solo. L’Italia fu uno dei pochissimi Paesi a non riconoscere la giunta militare che aveva deposto il governo Allende con le bombe e nel sangue; l’Italia accolse nei mesi successivi, quando si riuscì a farli arrivare a Roma attraverso una sorta di corridoio umanitario, centinaia di rifugiati che s’erano salvati trovando accoglienza nella nostra rappresentanza diplomatica.

Uno di essi, il traduttore Rodrigo Vergara, ancora oggi abita in Italia. In una delle sue testimonianze filmate da Moretti, scandisce: «Io sono arrivato qui senza soldi, senza nulla, ero solo un rifugiato. Sono stato accolto, mi ha permesso di integrarmi. L’Italia di fine 1973 era un Paese meraviglioso». L’Emilia “rossa” gli offrì un impiego a Soliera, un paesino di diecimila abitanti; essendo Vergara uno studente di agraria lo presero in parola, facendolo lavorare da operaio in una porcilaia, con tutti i diritti, niente “in nero”.

Moretti, lo dico a scanso di equivoci, compare solo due volte (spesso però si sente la sua voce): nell’inquadratura iniziale, molto suggestiva, ripresa anche dal manifesto; e durante una trattativa per l’intervista con un ex militare tuttora in carcere, accusato di aver sequestrato, torturato e ucciso gli oppositori del regime, nella quale il regista scandisce all’interlocutore, se non fosse chiaro: «Io non sono imparziale».

Non è imparziale, ma Santiago, Cile è comunque onesto, non solo nel dare la parola anche a un ex generale golpista che sembra cadere dalle nuvole o nel riconoscere il ruolo svolto da molti preti e suore nel salvataggio dei perseguitati, ma soprattutto nel riassumere quanto accadde quell’11 settembre 1973, tra luci e ombre, senza affidarsi solo alla retorica del «pueblo unido jamás será vencido».

La Cia temeva che anche in Francia e in Italia la sinistra potesse vincere le elezioni e governare, sicché “il contagio” fu bloccato sul nascere; e forse non è un caso, anche se Moretti non ne fa cenno, che Enrico Berlinguer in quell’autunno cruciale mise a fuoco il concetto di “compromesso storico”, con tre famosi articoli su Rinascita, partendo proprio dalla sconfitta cilena.

«Un socialismo umanista e democratico, era questa la scommessa di Allende, che distingueva il governo di Unidad Popular dagli altri socialismi esistenti all’epoca, regimi gerarchici, molto autoritari, addirittura dittatoriali»: così la pensa Miguel Littín, il regista cileno di film come Actas de Marusia - Storia di un massacro, uno dei protagonisti di quei giorni terribili ascoltati da Moretti.

Parlano cineasti, scrittori, artigiani, imprenditori, giornalisti, operai, anche diplomatici come Piero De Masi, allora responsabile dell’ambasciata italiana a Santiago, il quale ricorda senza tentennare: «Io avevo chiesto al mio ministero (la Farnesina, ndr) di darmi istruzioni. Naturalmente si son ben guardati dal farlo, allora io ho deciso di tenerli tutti, di non mandare via nessuno». Saltavano dentro dopo essersi arrampicati sul muretto esterno, spesso bersagliati dalle pallottole dei soldati: arrivarono ad essere anche 250, tra uomini, donne e bambini, sistemati sui tre piani, più lo scantinato, divisi per sesso, per coppie, ogni tanto ferocemente in contrasto gli uni con gli altri (c’erano comunisti, socialisti, militanti del Mir, del Mapu).

Il film è bello, schietto, anche toccante. Moretti coglie due momenti di intensa commozione, che sfociano in lacrime trattenute, e non distoglie lo sguardo, anzi chiede il perché di quella reazione. Si parlava, in un caso, del cardinale Raúl Silva Henríquez, che disse parole di fuoco contro i militari, sapendo di rischiare. Chi lo ricorda è un ateo, un comunista, e il suo turbamento inatteso rivela una fragilità che gli fa onore.

Moretti piazza per ultimo, a chiudere il film prima che una banda di giovani cileni intoni una specie di marcia, la testimonianza di un sopravvissuto secondo il quale l’Italia di oggi assomiglierebbe al Cile peggiore, quello individualista e consumista che scaturì dal pronunciamento militare. Una forzatura inutile, a mio parere.

Michele Anselmi per Siae.it

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