RIDERE, PARE CHE NON SI POSSA (DEBBA) FAR ALTRO AL CINEMA POI ESCE LO SPASSOSO “C’EST LA VIE!” E GLI ITALIANI SNOBBANO
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RIDERE, PARE CHE NON SI POSSA (DEBBA) FAR ALTRO AL CINEMA POI ESCE LO SPASSOSO “C’EST LA VIE!” E GLI ITALIANI SNOBBANO

Tutti vogliono solo ridere al cinema. È la parolina magica, da sempre. Solo che ormai è diventata quasi un’ossessione, una coazione a ripetere, col risultato di produrre film tutti uguali o quasi: derivati, seguiti, rifacimenti… Il fenomeno fu colto, in tempi non sospetti, da Ettore Scola, il quale piazzò nel suo film corale La terrazza un personaggio gustoso, incarnato da Ugo Tognazzi (il riferimento era al vero produttore Franco Committeri): a tutti i cineasti del giro chiedeva un’idea, uno spunto, una storia, e subito  seguiva la disperata domanda: «Ma fa ridere?».

Una parola, far ridere. Anche perché una cosa è la farsa, un’altra è la commedia, benché molti produttori, oggi in Italia, tendano a sovrapporre l’una all’altra, pensando di fare “critica sociale”. Sciocchezze. Un po’ c’è riuscito Riccardo Milani col suo Come un gatto in tangenziale, partito maluccio il 28 dicembre scorso e cresciuto tumultuosamente con l’anno nuovo grazie al passaparola positivo, fino a superare i 9 milioni di euro al botteghino. Ormai un caso più unico che raro. 

Ma perché la commedia sia tale deve risuonare una nota dissonante, uno spunto vagamente tragico. Diciamo, per dirla con lo scomparso Furio Scarpello, un’eco cechoviana, nel senso dello scrittore russo. Oppure bisogna essere Eric Toledano & Olivier Nakache, i due registi francesi che tanto fecero ridere e commuovere anche il pubblico italiano con Quasi amici, alcuni anni fa.

Il loro nuovo film, nato come reazione agli attentati islamisti del 2015, si chiama C’est la vie! Prendila come viene,  e si può ben dire che risponde quasi all’urgenza di comporre qualcosa di festoso dopo tanti lutti. Non caso il titolo francese della commedia suona Le sens de la fête.

Se posso permettermi una digressione personale, erano anni che non mi divertivo così tanto al cinema. Il film dura due ore, mica poco, eppure arrivi alla fine e quasi vorresti che andasse avanti, tanto è oliato il meccanismo della storia corale e delle vicende individuali, preciso l’equilibrio tra affondi buffi  e risvolti esistenziali.

A suo modo è un piccolo capolavoro. Tuttavia, nonostante le recensioni entusiastiche e il tambureggiamento caloroso su Facebook, C’est la vie! Prendila come viene non piace agli italiani. Nel primo week-end di programmazione ha incassato in tutto 333 mila euro, difficilmente la tendenza sarà invertita, anche se il film lo meriterebbe.

Perché succede? Vai a saperlo. Il banchetto di nozze è un classico della commedia survoltata, uno sfondo ideale per ambientare trasalimenti e tradimenti, rivincite e rese dei conti, amori che muoiono e amori che nascono. Toledano & Nakache scelgono pure un punto di vista originale, quello di un navigato wedding planner alle prese con un ricevimento da far tremare le vene e polsi in un sontuoso castello seicentesco. Max, ovvero Jean-Pierre Bacri, attore straordinario e qui anche sceneggiatore, sa di non poter fallire, ne va della sua reputazione, tanto più ora che ha scelto di chiudere in bellezza passando ad altri il timone della sua piccola impresa specializzata in ricevimenti di lusso.

Pierre, il pretenzioso sposo trentenne, gli ha chiesto di organizzare «qualcosa di sobrio, chic ed elegante», sicché lui, al pari di un capocomico esigente e autoritario, mobilita la sua multietnica compagnia di cuochi, camerieri, intrattenitori e fotografi, definendo ogni dettaglio. Ma “la prima” si rivela subito più complicata del previsto. E ci fermiamo qui, per non rovinare la sorpresa a chi, eventualmente, volesse vederlo.

Badate bene: C’est la vie! - Prendila come viene non perde un colpo. Le trovate sono spassose, le caratterizzazioni gustose, le differenze di classe argute. Trionfa il clima umoristico, a tratti pure in una dimensione da screwball comedy americana alla maniera di Hollywood Party, ma il sorriso resta disciplinato alle regole esistenziali della cosiddetta Commedia Umana.

Niente da fare: gli italiani non vanno a vederlo al cinema. Sarà disinformazione? Sarà distrazione? Sarà il titolo già sentito? Sarà la scarsa attenzione ai film transalpini? Non saprei dire. Eppure ce la sogniamo, qui da noi, una commedia così perfetta. Il rischio? Che un produttore italiano voglia rifarla ambientandola da noi, copiandola pari pari ma con un sovrappiù di beceraggine, e magari a quel punto diventerà un successo. Come accadde con Benvenuti al Sud, remake italianissimo del francese Giù al Nord.        

Michele Anselmi per SIAE    

 

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