QUEI CINE-CRITICI COI LUCCICONI ALL’USCITA DI “MARRIAGE STORY”. PITT VOLA SU NETTUNO: IL SUO ASTRONAUTA È MALINCONICO
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QUEI CINE-CRITICI COI LUCCICONI ALL’USCITA DI “MARRIAGE STORY”. PITT VOLA SU NETTUNO: IL SUO ASTRONAUTA È MALINCONICO

Critici coi lucciconi all’uscita delle due proiezioni mattutine di “Marriage Story”, del cinquantenne regista americano Noah Baumbach. Non capita spesso alla Mostra del cinema, dove l’ammirazione estetica talvolta oscura la sostanza emotiva dei film in concorso; ma è altrettanto vero che il cineasta di “Giovani si diventa” costruisce un mix personale tra “Kramer contro Kramer” e “Scene da un matrimonio”, sia pure alla sua maniera divagante e buffa, con affondi amarognoli, a tratti drammatici. Pare che Baumbach abbia riversato nella sceneggiatura alcune sofferenze patite all’epoca del suo tormentato divorzio dall’attrice Jennifer Jason Leigh: una sorta di odissea giudiziaria, tra avvocati esosi e accuse infamanti, che il film reinventa, nella misura ampia dei 135 minuti, cucendola addosso ai due personaggi principali incarnati, benissimo, da Adam Driver e Scarlett Johansson.

 

“Volevo trovare la storia d’amore all’interno del crollo” spiega il regista. Così è. All’inizio del film non capisci bene perché Charlie e Nicole abbiano deciso di divorziare. Lo spettatore ascolta due lettere che sembrano d’amore, nelle quali ciascun coniuge descrive i pregi dell’altro. Ma sono - bella trovata di sceneggiatura con ricaduta sul finalissimo - scritte per lo psicologo di coppia, e la moglie, al momento del primo confronto serrato, deciderà di andarsene. 

 

Siamo a New York: lui è un sofisticato regista teatrale specializzato in riscritture di classici come “Elettra”, lei un’attrice che anni prima mostrò le tette in una commediola per teen-ager e ora è diventata la musa del marito. Hanno un figlio ancora piccolo, sembrano una famiglia perfetta, invece tutto sta per scoppiare nel peggiore dei modi. Nicole, tornata a Los Angeles per girare una serie tv e vivere col piccolo dalla madre svampita, ingaggia una temutissima avvocatessa; il che costringerà Charlie, distratto e sdrammatizzante, a farsi rappresentare da un legale altrettanto “squalo”. Lo showdown processuale s’avvicina e sarà devastante.

 

“Marriage Story” sfodera i toni della commedia sentimentale, con qualche accensione addirittura comica (la barzelletta sull’Italia) e una certa audacia verbale in materia di sesso. Ma sotto la torrenziale chiacchiera, assai meditata benché apparentemente spontanea, si affaccia uno struggimento dai riflessi universali, pure toccante. Gli occhi lucidi comprovano.

 

Ci sono parecchi pezzi di bravura, e certo il feroce corpo a corpo verbale tra i due, nel sottofinale, è di quelli che lasciano il segno; per non dire della canzone “Being Alive” che Driver canta “dal vivo” nella riunione con gli amici newyorkesi trasformandola quasi in una disperata confessione. 
Fitto di partecipazioni illustri, da Laura Dern a Ray Liotta, da Alan Alda a Julie Hagerty, il film uscirà nelle sale italiane, sia pure in poche copie, poco prima dell’arrivo su Netflix il prossimo 6 dicembre.
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Esce invece a tappeto nei cinema, il 26 settembre, il kolossal della giornata, sempre in gara: “Ad Astra” di James Gray, con Brad Pitt divo idolatrato qui al Lido. Il film ha un po’ deluso le attese; non che sia brutto, si inserisce in quel filone di fantascienza meditabonda, vagamente mistica, pure un po’ “filosofica”, in voga oggi a Hollywood, e di sicuro la Fox non ha badato a spese nell’apparato spettacolare e negli effetti speciali. Capita a tutte le star di indossare, prima o dopo, tuta e casco da astronauta; così, solo per dirne alcuni, dopo George Clooney, Matt Damon, Matthew McConaughey e Ryan Gosling, anche Pitt si fa lanciare nello spazio profondo e remoto, alle estremi propaggini del sistema solare. Gray immagina un futuro piuttosto ravvicinato nel quale la Terra è minacciata da spaventosi picchi elettrici che arrivano da lontano, forse dal pianeta Nettuno, con effetti letali. 

 

E se fosse colpa dell’uomo ingordo e colonialista? Anni prima il “Progetto Lima”, un’ambiziosa missione su Nettuno affidata al super-astronauta Clifford McBride, finì con la scomparsa di tutto l’equipaggio; ma adesso uno strano segnale che arriva da laggiù dice il contrario, sicché il figlio di McBride, Roy, un altro campione del volo spaziale, è incaricato di raggiungere Marte, dove c’è una base americana, e da lì Nettuno, a 2.714 miliardi di miglia dalla Terra, per neutralizzare il genitore forse trasformatosi in una specie di colonnello Kurtz. Non a caso Grey cita “Apocalypse Now” tra i suoi modelli, e naturalmente “2001: Odissea nello spazio”. Il tutto impacchettato in una prodigiosa confezione tra meravigliosa, realistica e terrificante. 

 

“Per aspera ad astra” dicevano i latini (così si spiega il titolo del film). Brad Pitt fa di Roy un moderno eroe delle galassie, capace di assoluto sangue freddo ma anche lambito da una malinconia densa, quasi disperata, che deve misurarsi con le utopie del padre visionario incarnato dal barbuto Tommy Lee Jones. C’è una frase chiave in “Ad Astra”: “Non hai fallito, ora sappiamo che ci siamo solo noi”. Tradotto volgarmente: alla resa dei conti meglio restare coi piedi ben piantati per Terra. 
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La giornata a stelle e strisce ha finito con l’oscurare il terzo titolo in competizione, “The Perfect Candidate”, che viene dall’Arabia Saudita ed è diretto da una donna, Haifaa Al Mansour. La storia è più interessante del film: si narra, infatti, di una giovane dottoressa d’ospedale costretta a visitare i pazienti col niqab, il velo integrale che lascia intravvedere solo gli occhi. La strada che porta al pronto soccorso è un pantano fangoso, così Maryam decide di dare l’assalto al cielo candidandosi alle elezioni comunali. Vuole che sia asfaltato quel pezzo di strada, ma presto la rivendicazione si muta in una sfida al patriarcato becero, alle tradizioni opprimenti, ai tabù soffocanti. Mila Alzahrani è bella e brava, canta pure bene; ma certo c’è poco da stare allegri per le donne nel Regna saudita. Il film uscirà da noi con Academy Two.

 

La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 3

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