POZZETTO TORNA SUL SET A 80 CON AVATI: FA IL PAPÀ DEGLI SGARBI E IN TV PASSA “LA PATATA BOLLENTE”, UN FILM DA RIVALUTARE
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POZZETTO TORNA SUL SET A 80 CON AVATI: FA IL PAPÀ DEGLI SGARBI E IN TV PASSA “LA PATATA BOLLENTE”, UN FILM DA RIVALUTARE

Curiosa coincidenza. A 80 anni compiuti da poco, il 14 luglio, Renato Pozzetto è appena tornato sul set per girare il nuovo film di Pupi Avati, il suo primo col regista bolognese. Si chiama “Lei mi parla ancora”, la storia è ispirata con qualche libertà al libro nel quale Giuseppe “Nino” Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, si rivolgeva alla moglie Caterina “Rina” Cavallini da poco scomparsa. Una lunga e struggente lettera alla donna amata per una vita, terzo capitolo della saga di una famiglia di farmacisti con grandi vocazioni artistiche (lo stesso Nino, morto nel gennaio 2018, iniziò a scrivere a 93 anni, cedendo alle insistenze della figlia).

Pozzetto, da anni lontano dal grande schermo e preso da altre attività, sarà appunto il vecchio padre “Nino”, e vai a sapere come se la caverà in questo ruolo senile, malinconico, originariamente pensato per Massimo Boldi e poi Johnny Dorelli. Immagino bene: gli attori comici sanno facilmente convertirsi al drammatico (meno semplice è l’opposto).

Dov’è la coincidenza? Proprio pochi giorni fa, per festeggiare “i 4 volte 20” di Pozzetto, La7 ha mandato in onda subito dopo pranzo una serie di vecchi film da lui interpretati. Tra questi c’era “La patata bollente”. Ricordo che il titolo fece parlare un po’ di sé in quel lontano 1979. Molti lo presero per una battuta facilotta a sfondo sessuale, in buona misura  maschilista, neanche tanto allusiva; e tuttavia il doppio senso c’era, in senso positivo: la patata bollente in questione si riferiva alla difficoltà del Pci, e più in generale del movimento operaio e sindacale, nel fare i conti con l’omosessualità e i nuovi diritti individuali.

Scritto addirittura da Giorgio Arlorio insieme a Enrico Vanzina, il tutto sotto la supervisione del regista Steno, il film - qualcuno ricorderà -  racconta le tribolazioni di un operaio comunista tutto d’un pezzo e dal pugno formidabile, detto curiosamente il “Gandhi”, interpretato appunto da Pozzetto, che salva da un pestaggio fascista il giovane sessuale Claudio, incarnato da Massimo Ranieri, e se lo ritrova in casa nell’imbarazzo crescente del “compagno”. Il quale è fidanzato con la procace e affettuosa Maria, cioè Edwige Fenech doppiata da Vittoria Febbi, che vorrebbe un partner sessualmente più convinto e coinvolto. La domanda cruciale, che torna in una riunione di partito a porte chiuse, è: “Può la morale popolare essere contro i culattoni?”.

Rivisto oggi, il film appare ingenuo, pure un po’ prevedibile, procede per equivoci e imbarazzi, e tuttavia se il percorso psicologico del “Gandhi” è apprezzabile: se prima scappava dai gay considerandoli una specie di degenerati, alla fine, una volta sposata Maria, passerà la luna di miele ad Amsterdam dove s’è trasferito Claudio per vivere con suo “marito”.

Steno, al secolo Stefano Vanzina, certo non era un uomo di sinistra, e tuttavia dev’essersi divertito, insieme ad Arlorio, che invece era una sceneggiatore molto di sinistra (Lizzani, Pontecorvo, Bolognini, Loy…), a inventare questo generoso operaio meneghino; il quale vive nel culto un po’ buffo di Marx, Lenin e Berlinguer e naturalmente legge solo “l’Unità” per fedeltà al Partito.

Sono passati 41 anni da “La patata bollente”, molto è cambiato per fortuna, se non tutto; eppure viene da sorridere ripensando al fatto che proprio in quei mesi il militante omosessuale Mario Mieli, oggetto di un film biografico di Andrea Adriatico intitolato “Gli anni amari”, si recò con una troupe davanti ai cancelli dell’Alfa Romeo, coi tacchi, i capelli cotonati e una sfiziosa tutina bianca, per “provocare” gli operai, ricevendone in cambio, a sorpresa, attenzione e rispetto.

Michele Anselmi per Siae.it

 

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