PENSANDO AD AGATHA CHRISTIE CON UN PO’ DI LOTTA DI CLASSE (MA LA “CENA CON DELITTO” C’È SOLO NEL TITOLO ITALIANO)
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PENSANDO AD AGATHA CHRISTIE CON UN PO’ DI LOTTA DI CLASSE (MA LA “CENA CON DELITTO” C’È SOLO NEL TITOLO ITALIANO)

Lasciamo perdere il titolo italiano. Non c’è nessuna “Cena con delitto” nel film “Knives Out”, suppergiù “Coltelli sguainati”, che l’americano Rian Johnson, archiviato “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, ha scritto e diretto. Esce giovedì 5 dicembre, con 01-Raicinema, e per i patiti del “giallo” non sarà facile decidere se vedere prima questo o “L’inganno perfetto” con la coppia McKellen-Mirren. Il tutto mentre Kenneth Branagh, dopo il successo riscosso da “Assassinio sull’Orient Express”, sta girando, sempre nei panni di Hercule Poirot, il remake di “Assassinio sul Nilo”.
Nel caso di “Cena con delitto - Knives Out” non c’è un romanzo di base, ma il regista quarantacinquenne sembra divertirsi a fare il verso al mondo di Agatha Christie, in particolare al libro (e film) “Mistero a Crooked House”, pur trasportando il tutto in Massachussetts, dentro una sontuosa dimora in stile gotico dove festeggia il suo 85esimo anno d’età un ricchissimo scrittore di gialli, tal Harlan Thrombey.
Inutile dire che la serata non va esattamente come previsto, figli, nipoti e parenti vari hanno qualche motivo di risentimento nei confronti del patriarca eccentrico, che infatti, la mattina dopo, viene trovato morto con uno squarcio alla gola. Suicidio, si direbbe. Ma perché lo scrittore avrebbe dovuto uccidersi in un modo così plateale e “scomodo”, sia pure in linea con alcuni dei suoi racconti “mystery”?
La polizia chiuderebbe subito la faccenda se non fosse della partita un leggendario detective, dal curioso nome francofono Benoît Blanc, ingaggiato non si sa bene da chi per investigare. Blanc indossa eleganti completi di tweed, parla nella versione originale con un morbido accento del Tennessee, osserva e annota tutto, un po’ alla maniera di Poirot. E intanto, nei primi interrogatori, emerge un quadro di rancori e avidità, perché tutti in famiglia sono sospettabili. Solo Marta, la giovane e graziosa infermiera sudamericana di cui Thrombey si fidava ciecamente, appare innocente, non fosse altro perché incapace di mentire, pena immediato conato di vomito.
Siamo, l’avrete capito, dalle parti di “Invito a cena con delitto” di Robert Moore & Neil Simon, ma in una chiave meno farsesca e buffa; peraltro Johnson, pur caratterizzando fortemente i personaggi della famiglia Thrombey, rivela subito quasi come sono andate le cose quella notte, ma ovviamente non tutto è così semplice da decifrare, ogni mossa ne nasconde un’altra, in un gioco abbastanza sofisticato e imprevedibile che culmina nell’apertura del testamento appena ritoccato.
Da Agatha Christie il film prende un certo gusto nel ritrarre i comportamenti sociali e i tic insopportabili dei familiari coinvolti, lasciando però affiorare un sentore di “lotta di classe”, e forse una velata critica a Trump, nel concerto degli eventi. Poi ci sono gli omaggi affettuosi, inclusa l’apparizione in tv di Angela Lansbury nei panni della “Signora in giallo”.
Non che sia corto il film, siamo sui 130 minuti, ma passano veloci, senza guardare l’orologio; e bisogna riconoscere che Rian Johnson sa giostrare con cura i quattordici personaggi, inclusi i due poliziotti, cogliendone miserie, ambizioni e meschinità, fino al finale azzeccato e molto cinematografico (occhio alla raggiera di coltelli).
In vacanza da 007, Daniel Craig si diverte a incarnare l’infallibile detective che sa come va il mondo, Christopher Plummer è l’ottuagenario scrittore bisbetico, o solo realistico, Ana De Armas fa la deliziosa infermiera, mentre il resto della famiglia è coperto, spiritosamente, da Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Don Johnson e Toni Collette.

recensione di Michele Anselmi per SIAE

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