PARTE SANREMO, ESCONO MENO FILM, MA CE N’È UNO IMPERDIBILE “ALICE E IL SINDACO”: I DILEMMI PROGRESSISTI (PENSANDO AL PD)
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PARTE SANREMO, ESCONO MENO FILM, MA CE N’È UNO IMPERDIBILE “ALICE E IL SINDACO”: I DILEMMI PROGRESSISTI (PENSANDO AL PD)

Arriva il festival di Sanremo, che tutto azzera, infatti si placano le uscite settimanali dei film. Potrebbe essere un vantaggio per “Alice e il sindaco”, straordinaria commedia di Nicolas Pariser, francese, 45 anni, nelle sale il 6 febbraio con Bim e Movies Inspired. Un film impensabile in Italia, lo dico con dispiacere, benché l’argomento dovrebbe interessarci: si parla di politica, di idealismo, di progettualità, anche di filosofia applicata alla gestione del potere, in definitiva di cosa possa/debba pensare una forza di sinistra che voglia dirsi riformista ma non attendista.
Siamo dalle parti di quello che i francesi chiamano “conte philsophique”, ma dentro una certa leggerezza pensosa che non dimentica le qualità dei personaggi in questione: appunto Alice e il sindaco. Lei è una trentenne studiosa appena tornata da Oxford in cerca di un lavoro stabile, decentemente pagato; lui è il potente, instancabile, votatissimo primo cittadino socialista di Lione, tal Paul Théraneau. Ma l’uomo ha un problema: “Non riesco più a pensare. Io ho sempre avuto idee, 25-40-50 idee al giorno. Poi mi sono svegliato una mattina e non ne avevo più". Confessione apprezzabile, solo che Alice non capisce bene come rendersi utile di fronte all’invocazione “Lei deve farmi pensare”, benché riscuota subito la simpatia del socialista in crisi. Lei è carina, osservatrice, colta, arguta, per nulla impressionata/soggiogata dal clima febbricitante che avvolge il lavoro quotidiano dell’annoiato sindaco.
Risultato? Alice smantella l’una dopo l’altra le iniziative del “team creativo”, raccomanda l’esercizio della modestia, ironizza sulle fantasiose teorie di un guru frescone, entra in conflitto con l’ufficio stampa, insomma stabilisce un legame privilegiato col suo boss, il quale ricambia la cortesia sistemandola in un ufficio prestigioso, nella gelosia dei colleghi, e coinvolgendola in ogni riunione. Quanto può durare? E soprattutto: che cosa succederà se Théraneau decidesse di candidarsi per la presidenza della Repubblica?
“Alice e il sindaco” è un film multistrato, benissimo scritto e recitato, ricolmo di annotazioni gustose sui meccanismi della politica, pure sulla costruzione del consenso, e insieme un’allegoria sul rapporto arduo, specie a sinistra, tra pensiero e azione. Quando echeggia la domanda cruciale “I socialisti oggi una narrazione?” viene da pensare al nostro Pd, ma Pariser, in bilico tra agenda politica e trattatello etico, non insegue la cronaca spicciola.
Certo, Alice e il sindaco discutono di ecologia, combustibili fossili, banche e banchieri, edilizia popolare, slogan elettorali, intellettuali, nuovi populismi, lotte sociali e poteri consolidati. Ma il tutto all’interno di una fertile sfida, a suo modo sentimentale oltre che “filosofica”, tra la trentenne e il sessantenne, ciascuno dei quali nasconde delle vulnerabilità.
In questa chiave anche le citazioni che fioccano, da “La strana disfatta” di Marc Bloch a “Le fantasticherie del passeggiatore solitario” di Rousseau passando per “Bartleby lo scrivano – Una storia di Wall Street” di Herman Melville e le teorie sul progresso di Orwell e Pasolini, non suonano solo erudite, ma diventano un sottotesto utile a inquadrare il dilemma con il quale ogni sindaco progressista di una grande o piccola città dovrebbe misurarsi.
Poi, s’intende, sono gli attori a rendere così vivido, a suo modo quietamente malinconico, il confronto: Anaïs Demoustier fa Alice (doppia Martina Felli), incantevole e “di passaggio”; Fabrice Luchini è il sindaco (doppia Marco Mete), bravo come sempre ma qui più riflessivo e misurato. Pochissima musica, diciamo quel tanto che serve, soprattutto quando gli attori non parlano, al contrario di quanto accade nei film italiani.

recensione di Michele Anselmi per SIAE

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