NON SERVE FLAIANO PER PRENDERSELA CON SANREMO (ANCHE CHI NON L’HA VISTO IN FONDO L’HA VISTO)
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NON SERVE FLAIANO PER PRENDERSELA CON SANREMO (ANCHE CHI NON L’HA VISTO IN FONDO L’HA VISTO)

Michele Anselmi per Siae

Ora che si sono spenti i riflettori sulla formidabile edizione diretta da Claudio Baglioni, formidabile se non altro  per dati di ascolto, gettito pubblicitario e copertura mediatica, si può tornare a parlare un momento del festival di Sanremo. Non per accapigliarsi, ci mancherebbe, sul palmarès o su Koltès; semmai per esaminare i modi, piuttosto opposti e comunque interessanti, con i quali i social media, Facebook in particolare, hanno fotografato la manifestazione canora dai molti record.

Schematizzando un po’. C’è chi, in un crescendo frenetico di post minuto per minuto, ha commentato con aria furbetta e partecipe (finto partecipe?) qualsiasi aspetto del festival: fosse la scollatura di Michelle Hunziker o la giacca di Pierfrancesco Favino, le gambe dell’arzilla vecchietta al seguito da Lo Stato Sociale o il contestato ritornello di Meta e Moro, la voce sottotono di James Taylor o la grinta sexy di Virginia Raffaele. E c’è chi, esibendo il più totale disinteresse nei confronti della sarabanda televisiva all’insegna del cosiddetto nazional-popolare, ha continuato egualmente a commentare su Facebook i motivi del proprio disinteresse.

L’apoteosi di questa seconda “scuola di pensiero” s’è realizzata con il recupero di un celebre brano polemico di Ennio Flaiano, risalente al 1968 e tratto dal volume Diario degli errori, subito condiviso con soddisfatto entusiasmo, quasi fosse il commento ideale all’edizione appena conclusasi. Che cosa scriveva Flaiano, grande sceneggiatore e intellettuale dalla battuta arguta? Sfrondando un po’, possiamo riassumere così: «Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. (…). Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone. (…). La trasmissione era ascoltata, dicono, da 22 milioni di telespettatori, che è a dire tutta l’Italia. Il Paese dei mandolini».

Cinquant’anni dopo i telespettatori sintonizzati su Raiuno erano circa 12 milioni, sempre tantissimi, considerata la diversificazione dell’offerta televisiva nel frattempo intervenuta. Ma ovviamente non sta qui la questione. Diverte invece cogliere il senso di uno scontro che sembrerebbe culturale, anche sociologico oltre che antropologico, un tempo avremmo detto forse “di classe”, e invece tale non è. Perché le due squadre opposte, i sanremisti e gli anti-sanremisti, appartengono perlopiù allo stesso gruppo sociale di persone mediamente colte, capaci di scrivere in buon italiano e di cogliere il furbo andirivieni tra Alto e Basso, tra auto-ritratto di una nazione e carrozzone kitsch-televisivo.

In definitiva, senza bisogna di scomodare ancora una volta Umberto Eco, la forza davvero unica di Sanremo sta qui. Anche chi non lo vede o non ne vorrebbe parlare finisce col vederne un pezzettino di sguincio o parlarne con amici e conoscenti, siglando nei fatti su Facebook, magari facendosi scudo col sarcasticoj’accuse di Flaiano, una sorta di definitiva resa al potere coagulante della kermesse. Non si scampa.

Del resto anche il sottoscritto, dopo aver visto di tutto in tv pur di non vedere Sanremo, sabato 9 febbraio è stato ben felice di essere invitato a una cena tra amici col tavolo rigorosamente piazzato di fronte al 65 pollici.    

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