NON DATE RETTA A CHI DICE POLPETTONE PER “OPERA SENZA AUTORE”: IN TRE ORE UNA TOCCANTE STORIA DI ARTE, AMORE E DITTATURE
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NON DATE RETTA A CHI DICE POLPETTONE PER “OPERA SENZA AUTORE”: IN TRE ORE UNA TOCCANTE STORIA DI ARTE, AMORE E DITTATURE

D’accordo, il titolo forse non suona appassionante, anche se è motivato alla luce degli eventi raccontati; e sapere che il film dura 188 minuti, cioè più di tre ore, magari scoraggia un po’. Tuttavia consiglio di guardare con viva curiosità a Opera senza autore, in originale Werk ohne Autor, nelle sale giovedì 4 ottobre con 01-Raicinema. Alla recente Mostra di Venezia, dove era in concorso, alcuni autorevoli critici l’hanno derubricato a “polpettone”, pure a “fumettone da prima serata tv su Raiuno”. Ogni parere è lecito, s’intende; a me pare invece che il nuovo film del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, già regista dello straordinario Le vite degli altri e dell’atroce The Tourist, sia una gran riuscita: per come salda dolorose storie personali e cruciali svolte storiche, per la qualità speciale che sfodera nel parlare d’arte per parlare della vita.

Dentro vi rimbalzano quarant’anni di storia tedesca; e nel corso della lunga carrellata assistiamo a eventi di ogni tipo: tra cliniche naziste pensate per eliminare “mongoloidi, storpi e matti”, amori che sbocciano contro tutto e tutti, fanatici ginecologi hitleriani che si riciclano abilmente con l’arrivo dei sovietici, fughe nella Germania Ovest un attimo prima che venga eretto il famigerato Muro.
Citando Elia Kazan, il cineasta tedesco scrive: «Il talento dei geni è la crosta sulle ferite ricevute nella loro infanzia». Suona bene, anche se non so quanto sia vero. Ma così la pensa Opera senza autore.
Si comincia a Dresda nel 1937, con il piccolo Kurt Barnert accompagnato dalla giovane zia eccentrica e disinibita a una mostra “d’arte degenerata”, almeno secondo la zelante guida nazista. Eppure le tele di Kandinskij o le caricature di Grosz piacciono al laconico ragazzino, un po’ invaghito di quella donna che si mostra a lui tranquillamente nuda al pianoforte. Fatto sta che la poveretta, considerata mentalmente instabile, finisce nel protocollo nazista di sterilizzazione “per la difesa della razza”: a spedirla verso la morte, con un tratto di matita rossa, è un pomposo ginecologo che di cognome fa Seeband. E proprio Seeband, sopravvissuto al tracollo nazista e scaltro nel farsi amico un alto ufficiale sovietico dopo avergli salvato la figlia da un parto complicato, sarà l’uomo con il quale l’ormai cresciutello Kurt, senza nulla sapere degli orribili trascorsi hitleriani, dovrà fare i conti una volta che s’innamora, riamato, della dolce Ellie, unica figlia del medico.
Solo con l’aiuto di didascalie che inquadrano il mutare dei luoghi e lo scorrere del tempo, il film fa del rapporto sentimentale tra i due giovani amanti, così diversi per censo e provenienza, il fulcro e lo specchio di un racconto a forti tinte incentrato sui dilemmi dell’arte: di volta in volta serva o nemica del potere politico, decadente o socialista, accademica o concettuale.

Von Donnersmarck, classe 1973, applica alla torrenziale scorribanda nei traumi non poi così remoti del proprio Paese uno stile disteso e tradizionale, ma non convenzionale, talvolta audace sul piano erotico, capace di unire dilemmi etici personali e ardui passaggi storici, mai perdendo di vista le attese dello spettatore, anche la legittima curiosità chi vuol sapere come andrà a finire. Kurt riuscirà a elaborare un’arte tutta sua che trae linfa dalla memoria e ripudia le modalità di una certa avanguardia occidentale? Kellie riuscirà finalmente a restare incinta? Il torvo professor Seeband resterà per sempre impunito?
Sullo schermo Tom Schilling, Paula Beer e Sebastian Koch incarnano i tre personaggi principali con piglio sicuro, anche fortemente romanzesco, ma senza farne dei simboli, delle metafore. Mentre attorno ad essi la vicenda corale si nutre di riferimenti artistici azzeccati e cine-citazioni pertinenti: come quel cinema della Germania Ovest dove, nel 1961 danno Psyco di Hitchcock.

Magari giova sapere che il Kurt Barnert in questione, che seguiamo fin dentro la celebre Kunstakademie di Düsseldorf dove sperimenta sotto gli occhi di un eterodosso insegnante dal perenne cappello in testa riconducibile allo scomparso Joseph Beuys, è ispirato a un artista tedesco davvero esistito: Gerhard Richter.
 

Michele Anselmi per SIAE

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