NEL CENTRO DIRETTO DA DARIO D'AMBROSI SI FA CINEMA E TEATRO DA PROTAGONISTI. E LO CHIAMANO PATOLOGICO
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NEL CENTRO DIRETTO DA DARIO D'AMBROSI SI FA CINEMA E TEATRO DA PROTAGONISTI. E LO CHIAMANO PATOLOGICO

Ridendo racconta che quando passa per Ponte Milvio, a Roma, gli capita di sentirsi apostrofare: “A infame! Ricordati che noi stiamo con la Banda!”. Dopo aver interpretato il ruolo dell’Ispettore Canton, fido assistente del commissario Scialoja nella fortunata serie tv “Romanzo Criminale”, Dario D’Ambrosi viene riconosciuto molto più di quando nel 1980 fece scalpore al Cafè La Mama di New York con i suoi percorsi artistici ispirati alla follia e tanto amati da Ellen Stewart, o di quando al Teatro Argentina di Roma mise in scena con i suoi ragazzi del teatro patologico una “Medea” da brividi.

Potere della televisione (e di un prodotto ben riuscito), ma nel frattempo l’infaticabile D’Ambrosi ha dato vita a molte altre attività legate al mondo della disabilità e del disagio mentale nella sede dell’Associazione Teatro Patologico, nata dieci anni fa e sostenuta da SIAE.

Ha da poco preso il via il “Teatro integrato dell’emozione”, che vede il Teatro Patologico e Tor Vergata uniti per un corso universitario di formazione sostenuto dal Miur e destinato ai ragazzi con disabilità psichiche e fisiche. Qui potranno studiare approfonditamente tutte le materie che consentiranno loro di ‘debuttare’ nel mondo lavorativo teatrale con una laurea e mettere in gioco le loro risorse. I primi due anni sono sperimentali e dal 2018 inizia il corso di laurea triennale e la specializzazione.

D’Ambrosi, ci racconta queste prime settimane e le reazioni dei ragazzi?

Al momento hanno tantissima voglia, sono curiosi, entusiasti, stanno conoscendosi e facendo amicizia, come è normale che sia all’inizio di un nuovo percorso. I genitori sono già contentissimi, mi raccontano che i ragazzi sono molto più loquaci in famiglia, e orgogliosi di poter dire che stanno facendo l’università.

Quali opportunità avranno dopo?

Potranno inserirsi a pieno titolo nel mondo del lavoro. Con il Ministro Giannini stiamo studiando una legge che obblighi i teatri ad assumere i ragazzi che si laureano qui. È un progetto ambizioso, ma arriva tantissima gente che si vuole iscrivere. Inizialmente c’era il numero chiuso di 20, ma abbiamo avuto 27 richieste e io ho accettato tutti, mi sembrava assurdo fare la graduatoria.

Che materie si insegnano?

Recitazione, drammaturgia, teatro, luce, suono, scenografia, costumi, organizzazione teatrale, musicoterapia e danceability. Tra l’altro c’è un sacco di “Romanzo” qui: l’insegnante di recitazione è Mario Pizzuti, acting coach che ha seguito tutti gli attori della serie tv; Paolo Carnera è stato il direttore della fotografia e Nicoletta Taranta è la costumista del “Romanzo Criminale” di Michele Placido. Infine, il fratello di Francesco Montanari (il Libanese, ndr) ha fatto un servizio fotografico qui al Patologico e ne nascerà una mostra straordinaria.

Lei quale materia insegna?

Io sono il direttore artistico e coordino un po’ tutto, ma farò anche lezioni di recitazione e di regia.

Gli studenti pagano una retta?

No, ci sono borse di studio date dal Miur al Teatro Patologico, quindi per loro è gratis. L’unico requisito è avere un titolo di scuola superiore. Le lezioni si svolgono al Teatro Patologico (via Cassia 472), con convegni e incontri a Tor Vergata. Per i ragazzi è molto impegnativo, frequentano tutti i giorni dal lunedì al giovedì dalle 14 alle 18. Un problema da risolvere è avere un pulmino per raggiungere la scuola.

Nel frattempo state raccogliendo i materiali per la quinta edizione del Festival internazionale di cinema patologico, un’iniziativa ormai collaudata che sta avendo grande successo. L’iscrizione al concorso è gratuita, il materiale deve arrivare entro il 25 marzo (tutte le info sulla pagina Facebook Teatro Patologico).

Qual è la particolarità di questo festival?

È il primo al mondo la cui giuria è composta da ragazzi disabili che selezionano corti e lungometraggi da tutto il mondo.

Di quali temi tratta?

La disabilità, l’immigrazione, il bullismo, tutte quelle che sono le problematiche sociali dei nostri tempi. Non è, come molti pensano, un festival dedicato alla malattia mentale ma alla difficoltà del vivere oggi.

Quanti registi partecipano mediamente?

Circa 80. A me non piace fare la selezione, perché questi film insegnano cose diverse e in ciascuno fanno scattare qualcosa. La giuria cambia ogni anno a seconda dei ragazzi che frequentano il corso, e per loro è bellissimo potersi confrontare con le tecniche, ora che sono parte attiva di un percorso di formazione.

Quali ruoli da attore all’orizzonte?

Sto rinunciando a tante belle proposte perchéè un periodo molto intenso. Ho accettato però il lungometraggio “Gina” (Gente Interrotta Nuovamente Attiva) con Rocco Papaleo, Pupi Avati e Luca Lionello tutto girato da Nicola di Francescantonio nel carcere di Verziano a Brescia. Sarò un detenuto che vive con una bambola gonfiabile!

 

Intervista di Paola Polidoro

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