..."Nei migliori negozi di dischi"
Vivaverdi
di Maurizio Blatto

..."Nei migliori negozi di dischi"

Dalla crisi dovuta al file-sharing alla rinascita del vinile, dal crollo del cd alla sua possibile rivalutazione: viaggio tra i negozi di dischi italiani per capire presente e futuro del mestiere più bello del mondo.

Ricordate la pubblicità? Magari i Pink Floyd – tanto per citare un grande nome che ancora oggi genera onde di interesse – annunciavano di avere un disco in uscita e, segnalandone la data, ti informavano che sarebbe stato disponibile proprio lì, nei migliori negozi di dischi. Età aurea. Che faceva riferimento a una rete commerciale ormai disintegrata e a un mercato dove l’innovazione tecnologica ha cambiato radicalmente le possibilità di sopravvivenza. Perché? Banale, ma vale la pena ricordarsi che, come tutte le armi di distruzione di massa, l’origine è stata non premeditata.
 

La scomparsa del mercato

Quando nel maggio del 1988 l’ingegner Leonardo Chiariglione presentò per la prima volta al Moving Picture Experts Group di Ottawa la sua creatura, l’MP3 (MPEG Audio Layer III), non aveva in realtà intenzione di azzerare la discografia internazionale, quanto piuttosto realizzare standard universali per musica e immagini nel mondo digitale. Ma tant’è e da lì a poco, in un vortice inarrestabile, scorreranno Napster, file-sharing, Apple e i suoi derivati, streaming e compagnia download. Inutile arrampicarsi su teorie differenti: i negozi di dischi chiudono per questo. Soprattutto quelli più generalisti, con meno identità. I primi a esser spazzati via sono infatti quelli che si definivano “i negozi di quartiere”, dove spesso accanto alla compilation di Sanremo riposavano sereni elettrodomestici e t-shirt degli Iron Maiden. “È la storia bellezza”, dicono i soliti fatalisti, soprattutto quelli che non hanno un mestiere a rischio: ma è proprio dopo il primo giro di ecatombe che si intuiscono delle possibilità.
 

Possibilità di “sopravvivenza”: la rinascita del vinile

Come fare a sottrarsi a un destino da “caccia e pesca” (ve li ricordate quei negozi? Spariti anche loro) o stile “esposizione degli antichi mestieri” (quando alcuni genitori portano i figli nei negozi indicando i vinili e anticipandoli con “quando papà aveva la tua età”: pare di esser di fronte a una vendita di aratri…). Non semplice la risposta. Ma preso atto che il mercato si è ridimensionato più che drasticamente, dopo il ground zero storico descritto prima, gli appassionati si ricompattano.

I negozi che sanno essere maggiormente propositivi in un mare di pubblicazioni (incredibile no? Le uscite sono decuplicate rispetto a una volta), svolgono un ruolo di filtro e proposta. La socialità insita al mestiere torna a essere attraente e il negozio di dischi si rivela anche per ciò che è: un ritrovo per appassionati. Qui, come i levrieri al parco, ci si annusa e ci si riconosce per razze. Il rockettaro classico, lo snobista indie, il modernista elettronico, l’irrefrenabile del funk, l’irriducibile dark e i grandi classici punk-mod-prog-metallaro. Si va (torna?) al negozio perché è lì che si compra, ma anche e soprattutto si commenta, compatta e dissente. Alta Fedeltà per dirla alla Nick Hornby e allinearsi al suo libro-simbolo, al luogo e all’oggetto. 

I negozi che sanno essere maggiormente propositivi in un mare di pubblicazioni svolgono un ruolo di filtro e proposta. La socialità insita al mestiere torna a essere attraente e il negozio di dischi si rivela anche per ciò che è: un ritrovo per appassionati

Oggetto sì, ma quale? Senza ombra di dubbio si può dire in maniera quasi ecclesiastica, che la resurrezione del vinile è stata una delle zattere di sopravvivenza più solide che soltanto i più disattenti non potevano immaginare. Che il vecchio e ineguagliabile padellone fosse l’oggetto più adatto a glorificare la musica, forte di copertina e resa sonora “calda”, non destava dubbi; ma che potesse attrarre qualche giovane acquirente (esistono) che magari li aveva conosciuti tramite il padre (nonno?) forse non era così preventivabile.

Ogni anno si pubblicano dati sorprendenti sulle vendite in vinile che, pur sempre non dominanti, resistono e crescono, ma anche il tanto vituperato cd non pare essere pronto per la casella “estinto” accanto al dodo o al telefono duplex. I veri appassionati, anche nei momenti più bui hanno sempre creduto che non si potesse fare a meno dell’oggetto fisico; pensateci: ogni “desiderio” va maneggiato per essere goduto, no?
 

Nicchie, maniaci del disco e appassionati: chi frequenta ancora i negozi di dischi?

Iniziamo quindi a sentire qualche negoziante, soprattutto per sapere come abbia reagito al terremoto digitale e a quale pubblico si sia rivolto per tenere in vita la propria attività. Primo intervento firmato da Paolo Carù, decano della categoria. Carù negozio (Gallarate, Varese) ha aperto i battenti nel 1942 e, considerato che, come precisa Paolo stesso “i dischi sono arrivati alla fine degli anni quaranta”, il suo è uno sguardo storico. “Io sono andato avanti per la mia strada, curando la nicchia e seguendo i miei clienti che vanno, per età, dai venti ai settantacinque anni. Molti giovani comprano vinile, ma i vecchi resistono con il cd”.

Prospettiva quasi ribaltata, quindi, se è la “vecchia scuola” a scegliere compact disc. Uno scontro generazionale a formati invertiti di fronte al bancone? A confermare quanto il versante relazionale sia determinante, ecco invece le parole di Gigi di Jungle Records (un regalo di Natale alla cittadina di Conegliano, Treviso, visto che ha debuttato il 24 dicembre del 1988…). “La caratteristica del negozio è quella di essere prima di tutto fatto dalle persone. Appassionate di musica. È vero che il file-sharing e il digitale hanno spostato i consumi in questa direzione, ma è anche vero che le persone hanno bisogno delle persone. E degli oggetti. Non più come una volta, le nuove generazioni hanno meno interesse musicale e più 'modaiolo', quindi il file digitale trova facile diffusione in questa dimensione. Invece di disperarsi è meglio concentrare il lavoro verso il cliente che vuole l'oggetto, magari in vinile e in edizione limitata, con un consiglio dal negoziante di fiducia (e questa è la parola chiave) che lo indirizzi nel proliferare di artisti (o presunti tali) che mettono in crisi la scelta finale del consumatore, anche se appassionato”. 

La caratteristica del negozio è quella di essere prima di tutto fatto da persone. È vero che il file-sharing e il digitale hanno spostato i consumi, ma è anche vero che le persone hanno bisogno delle persone. E degli oggetti.

Emerge quindi l’aspetto rifugio del negozio di dischi, come a suggerire “compro un vinile, ma anche una bella fetta di buon tempo tra i miei simili”. Non più un mero esercizio commerciale, ma qualcosa a metà fra il villaggio di Asterix e la bocciofila artistica. Per non dire succursale Asl, considerati gli aspetti clinici e l’assistenza quasi medica che si dà (gratis e con la consapevolezza di aver la medesima malattia) alla fetta più esuberante della clientela. Su queste follie ed eccellenze maniacali (il popolo dei collezionisti è un pozzo inesauribile di gag e bizzarrie), in scia al già citato Nick Hornby, è fiorita parecchia letteratura “di genere”. Anche in Italia. Blog appassionati, memorialistiche via web, pagine facebook e Diario di Disco Club – Memorie di un Dischivendolo, firmato da Giancarlo Balduzzi.

A lui la parola: “Disco Club ha esordito a Genova domenica 19 dicembre 1965, quindi l’anno scorso abbiamo festeggiato i cinquant’anni di apertura. Il progresso non si può fermare, quindi bisogna cercare di sfruttare le innovazioni, invece di subirle. Abbiamo da dieci anni un nostro sito e da quando è nato facebook ci siamo buttati anche lì formando un gruppo e una pagina Disco Club, sui quali postare recensioni, avvenimenti e un quotidiano resoconto di quello che succede in negozio. Questo diario è stato raccolto in un libro, Il Diario di Disco Club – Memorie di un Dischivendolo, stampato in più edizioni, tutte esaurite. Penso poi che il motivo principale per il quale siamo ancora aperti (a Genova in dieci anni hanno chiuso i battenti trentanove negozi di dischi) è la specializzazione, tenere il ‘generico’ non paga e mi sembra che anche nelle altre città siano sopravvissuti i miei colleghi che hanno avuto una politica simile alla nostra”.

Ricetta condivisa da Vito di New Record, a Bari dal 1982: “Dopo lo shock iniziale ho coltivato le nicchie dei clienti abituati al supporto fisico e al rapporto umano, cercando linfa vitale nelle nuove leve, dai diciotto anni in su, e mantenendo i miei soliti noti, quelli sopra i cinquanta”.
 

La risposta al download (illegale e no)

È interessante ascoltare qualcuno che si sia inserito a “guerra in corso”, quando cioè il meglio di questo mestiere iniziava a sembrare un ricordo in dissolvenza. Marco Sannino, di Radiation Records, Roma. “Radiation Records ha poco meno di dieci anni. Di fatto cioè, è nato nel pieno della crisi, quando aprire un negozio di dischi era considerato un puro suicidio commerciale. Credo che negli anni questo elemento mi abbia giovato per più di un motivo: non solo infatti ha fatto sì che non vivessi nel continuo ricordo di quell’età dell’oro di cui i colleghi più anziani mi raccontavano, la fatidica epoca pre-Napster in cui i dischi si vendevano sul serio, ma mi ha anche permesso di arrivare piuttosto ben equipaggiato alla fase successiva, quella in cui lo smodato interesse per la musica liquida e intangibile che ha caratterizzato i primi ’00, ha ricevuto la reazione uguale e contraria che tutto sommato ci si poteva aspettare, quella fase in cui cioè, con ardore altrettanto impetuoso e forse, ahimè, un po’ effimero, si è tornati al vinile. La fase che stiamo vivendo adesso”.

Prosegue Marco: “Dieci anni fa rispondere al digitale era impossibile. Il downloading è stato una cannonata su una formica: in un momento di forte crisi economica, un bene considerato dai più del tutto superfluo e che tradizionalmente in Italia ha sempre mantenuto costi piuttosto alti rispetto a quelli della vita, è stato reso gratuito dall’oggi al domani, senza nessun preavviso, nessuna politica e nessuna regolamentazione. Il concetto stesso di ‘comprare’ musica è diventato inconcepibile. La musica, per anni, in Italia anche più che altrove, la si è scaricata. Punto. Il problema ovviamente è sempre stato il download illegale e gratuito. La battaglia col download ‘legale’, a pagamento, praticamente non è mai stata combattuta e, sebbene a suo tempo ci fossero fortissimi interessi per sostenere a spada tratta e ovunque l’esatto contrario, la vittoria del formato fisico, tangibile e collezionabile, sul suo omologo inesistente ma quasi altrettanto costoso, sarebbe stata comunque schiacciante”. Parole ineccepibili. 

Il concetto stesso di ‘comprare’ musica è diventato inconcepibile. La musica, per anni, in Italia anche più che altrove, la si è scaricata. Punto. Il problema ovviamente è il download illegale e gratuito.

Più “sanguigne” quelle di Nello di Indie Shop (“Aperto a Mestre nel 1992, trasferito a Treviso nel 2015, e se considero i sette anni di ingrosso fanno trent’anni di ‘sto lavoro!!”). “Come ho reagito al file-sharing e all’avvento del digitale? Offendendo tutti quelli che pensavano di aver visto il futuro e cercando di fidelizzare il cliente con offerte di qualità, almeno estetiche, quindi puntando sul vinile. Da sempre e comunque, io vendo solo vinile!”. “Come ho reagito all’attacco del digitale? Non ho fatto una piega”: robusta indifferenza per Fabio di Psycho, dal 1988 a Milano, che risponde di “vivere giorno per giorno, adattandosi alle situazioni”, quando viene interpellato sulle prospettive future. Medesima attitudine per Achille Franceschi del Disco D’Oro, a Bologna dal 1976. “Io vado avanti con vinile usato e nuovo come se piovesse. File-sharing? Come se niente fosse”.
 

Ritorno al passato?

Emerge quindi come un ritorno al passato si sia rivelato il passo giusto da compiere. Ma il vinile può riprendersi davvero il mercato? I dati sembrerebbero smentire. Negli Stati Uniti, da sempre con l’Inghilterra campo più “fertile” per le vendite, si è stimato che nel 2015 un americano su venticinque ha comprato un disco in vinile all’anno. Non molto in verità, ma corrisponde a una crescita costante, testimoniata anche in Italia da un +84% (dati FIMI relativi al 2013-2014), che corrisponderebbe al 3% del mercato “fisico”. Tutto confermato nel novembre 2015, con un +74% rispetto all’anno precedente. La mira è aggiudicarsi il 10% dell’“intera fetta”.

Rilevante anche che il 45% delle vendite del vinile sia da attribuirsi ai negozi indipendenti, a dimostrazione di un legame tra questo supporto e il lavoro di suggerimento e promozione tipico di chi opera “fuori catena”. Esemplare poi che tra i dieci vinili più venduti in Italia nel 2015, cinque siano dei Pink Floyd (sei, considerando David Gilmour) e tre dei Led Zeppelin. La vittoria in sicurezza del classic rock, tangibile e storico rispetto all’impalpabile mp3. E, qui il sorpasso è netto, si vendono più giradischi che cd player, con una media di 7 a 3. Ragguardevole se si annota che la sola Pro-ject produce 120.000 giradischi al mese, pur confrontandosi con i nuovi modelli di Sony e Technics. Insomma, numeri alla mano, una nicchia, ma ben cementata.
 

Che fine farà il cd?

Sempre sia lodato allora Sua Maestà il vinile, ma sarà sempre così o l’entusiasmo è gonfiato dalla moda? Fateci caso: nelle pubblicità abbondano i piatti con dischi che girano (quasi sempre jazz, abitualmente ritenuti sinonimo di eleganza) accanto a liquori d’annata e arredamento impeccabile. Qualcuno li compra e li appende al muro, molti non li ascoltano nemmeno. Figurine di lusso? A fare gli snob verrebbe voglia di tornare al cd, tanto odiato dalla vecchia scuola, orrenda plasticaccia per i più fondamentalisti ma, ammettiamolo, ormai quasi un supporto fisico “proletario”, e divenuto suo malgrado più economico di tante edizioni (pur bellissime ma onerose) fiorite nel roseto del vinile negli ultimi anni.

In molti parlano di una bolla del vinile destinata a scoppiare. È così o il destino del cd è davvero già scritto? Marco/Radiation: “No, il cd non scomparirà. Anzi, io ne registro già una certa qual ‘rinascita’. Sono le regole del mercato del superfluo: quando un articolo è soggetto a un crollo di popolarità, c’è una nicchia che più o meno consapevolmente ci si riavvicina, con rinnovata coscienza e forse anche un pizzico di orgoglio, o magari solo perché il valore collezionistico di quel qualcosa è pronto a schizzare alle stelle proprio in virtù del calo di produzione cui è prossimo. È tutto sommato quello che abbiamo visto succedere al vinile, del resto. Il cd non avrà mai lo stesso fascino retrò, né mai sarà oggetto di una rivalutazione così romantica, ma sono certo che buona parte del pubblico che compra dischi, soprattutto nel nostro Paese, predilige il cd e se lo tiene bello stretto”. 

In molti parlano di una bolla del vinile destinata a scoppiare. È così o il destino del cd è davvero già scritto?

Giancarlo/Disco Club: “Quando negli anni passati si parlava di un ritorno del disco, in realtà il fenomeno era limitato ai vecchi clienti, quelli oltre i cinquant’anni, ed era veramente una percentuale irrilevante. Adesso il ritorno coinvolge invece un po’ tutte le età e abbiamo la speranza che possa reggere ancora per molti anni. Per il cd non saprei, in questo momento mi sembra strano che scompaia, ma trent’anni fa mi sembrava improbabile che facessero la stessa fine vinile e musicassette”.

A proposito di musicassette, sono tornate anche queste. In misura quasi minima e forse destinate a un pubblico non percepibile e ultra-modaiolo, ma se la Sub Pop in America ristampa Nirvana e Soundgarden su nastro, qualcosa vorrà dire. Della vitalità futura del compact è certo Carù (anche se conferma la netta espansione del vinile), mentre più possibilista sull’abbandono appare Gigi/Jungle “Può darsi, anche il telefono a disco è scomparso. Mentre invece penso che il vinile non sia solo una moda. Chi ha la fortuna di possedere un giradischi e un impianto hi-fi analogico sa di che cosa sto parlando”. Nello/Indie: “Il vinile terrà, anche se dipende da come reagiranno le major a tutto questo e a come interverranno sul mercato. Il cd? Non credo sparirà del tutto, forse avrà un rigurgito nell’usato”.
 

Uno sguardo al futuro

Insomma, chi è rimasto combatte e ha la percezione che sia un piccolo cerchio chiuso, dove lo spazio di mercato rimasto non consenta molti nuovi ingressi. Anche perché la piattaforma d’offerta si è estesa, il web è colmo di tutto e quindi anche di chi offre musica (Amazon, ebay e Discogs, soprattutto), con le difficoltà di doversi misurare con giganti schiacciasassi e un mercato realmente mondiale.

Qualcuno cerca il suo spazio anche qui, altri rifiutano, una fetta si è riciclata affiancandosi ai privati che abbondano nelle fiere e nei mercatini domenicali dell’usato. La confusione dei prezzi in ambito collezionistico abbonda, ma in parallelo ha allevato plotoni di nuovi acquirenti con il miraggio del “colpaccio”: ovvero la rarità comprata a poco e con destrezza, anche a costo di levatacce e mani impolverate che si fanno largo tra schede telefoniche e servizi di piatti spaiati. Sono i cercatori del vintage, spesso felici di tornare a un rito irrimediabilmente giovanile. Alla fine è un gioco, il girotondo intorno ai solchi, ovunque essi siano. Ma sarà sufficiente a garantire la sopravvivenza della stirpe dei negozianti di dischi?

È il tempo dei consuntivi. Marco/Radiation: “L’andamento dell’età media dei frequentatori del negozio ha rispecchiato la parabola già descritta. Se all’inizio era decisamente over quaranta, si è andata negli anni progressivamente abbassando. Oggi è del tutto routinario che un ventenne entri in negozio e compri vinili usciti la settimana prima. Scenario che dieci anni fa avremmo immaginato come impossibile. È probabile che possa rivelarsi un fuoco di paglia, e che questo ritorno al vinile in massa riceverà presto una bella scossa di assestamento. È evidente al contempo però che il vinile è appena uscito vincitore da un combattimento in cui anche i pronostici più rosei lo davano ko al primo round. Direi quindi che ce lo possiamo godere senz’altro per qualche tempo, soprattutto noi che non necessitiamo di numeri iperbolici per portare avanti la baracca”. 

Se all’inizio era decisamente over quaranta, si è andata negli anni progressivamente abbassando. Oggi è del tutto routinario che un ventenne entri in negozio e compri vinili usciti la settimana prima.

Gigi/Jungle: “Prospettive? Attualmente sono buone, difficili ma buone. Anche perché siamo rimasti in pochi, ma siamo quelli spinti dalla passione prima ancora che dal guadagno”. Giancarlo/Disco Club: “L’età media dei miei clienti cresce al pari della mia: negli anni 60/70 era intorno ai venticinque anni, negli anni 80 è salita a trentacinque, dagli anni 90 a oggi si è ancora alzata e ormai supera i cinquanta, con parecchi pensionati (cosa impensabile quarant’anni fa) tra i migliori clienti, quelli storici che hanno attraversato con noi mezzo secolo di vita. In base a questa analisi non dovremmo avere molte prospettive. Siamo passati dai liceali agli universitari e poi dai lavoratori ai pensionati. Cosa rimane adesso? Devo dire che in realtà in quest’ultimo anno si è visto in negozio un ritorno di gioventù ormai inatteso e, soprattutto, un’inversione ‘di genere’, nel senso che qui per anni le ragazze sono state un oggetto misterioso (999 maschi contro 1 femmina), ora invece tra gli under 25 sono quasi in superiorità le ragazze, che sembrano più interessate alla cultura e molto attratte dal ritorno al vinile”.

Rosee aspettative quindi? Ecco il commento di Nello/Indie: “Sono trent’anni che faccio questo mestiere, e ho imparato che si deve chiacchierare poco e cercare di fare il meglio, e che l'unico tuo referente è il cliente. Se hai rispetto per la loro curiosità ne vieni ripagato e rispettato. Come dice un caro amico, facciamo un lavoro meraviglioso, il minimo è essere riconoscenti a chi ci permette di farlo”.

In fondo è vero e devo ammettere, mi si permetta la soggettiva (sono negoziante anche io, Backdoor, Torino) che ogni volta che arriva un pacco di novità e con il taglierino si aprono le scatole, si ha sempre la sensazione di affettare la torta della propria festa di compleanno. Difficile restare indifferenti all’erotico fruscio delle copertine o alla mordente curiosità di metter su per primi una ristampa deluxe. Quindi, sarà il senso del possesso o il desiderio di dare un valore concreto alla musica che amiamo, ma è ancora presto per appendere puntina e giradischi al chiodo.

Illustrazione di Eleonora Marton

Maurizio Blatto

Maurizio Blatto (Torino, 1966) è cresciuto all’interno della sua collezione di dischi. Firma storica della rivista musicale Rumore, ha pubblicato L’ultimo disco dei Mohicani (Castelvecchi) e MyTunes (Baldini & Castoldi). È stato definito il “crooner del giornalismo musicale”.

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