NEI CINEMA RIAPERTI C’È DA VEDERE “MINARI”, PRODUCE BRAD PITT LA BIZZARRA EPOPEA DI UN CONTADINO COREANO IN ARKANSAS
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NEI CINEMA RIAPERTI C’È DA VEDERE “MINARI”, PRODUCE BRAD PITT LA BIZZARRA EPOPEA DI UN CONTADINO COREANO IN ARKANSAS

C’è da augurarsi che l’Oscar appena vinto dall’anziana attrice coreana Yoon Yeo-jeoung dia una mano a “Minari”, il bel film appena uscito nelle sale - quelle poche che hanno riaperto il 26 aprile - per iniziativa di Academy 2. Secondo alcuni commentatori avrebbe meritato qualcosa di più corposo sul piano dei riconoscimenti, ma così è andata e ora non resta che vederlo, se interessa, sul grande schermo.

Un riflesso autobiografico è alla base della storia che il regista 42enne Lee Isaac Chung, nato e cresciuto negli Usa, allestisce come variazione sul tema del cosiddetto Sogno americano. Siamo nell’Arkansas rurale dei primi anni Ottanta, regnante Ronald Reagan alla Casa Bianca, dove approda dalla California la famiglia Yi. Il giovane padre, Jacob, ha un’idea fissa in testa: coltivare la terra per estrarne “ortaggi coreani” da vendere al mercato ortofrutticolo di Dallas. Il progetto è semplice: ogni anno sbarcano almeno 30 mila coreani negli Usa, sicché quei cibi tradizionali serviranno a lenire la nostalgia di casa. Ma l’arrivo nell’isolata regione dell’Ozark non è promettente: una vecchia casa mobile da risistemare, un lavoro meccanico negli incubatoi di pulcini, problemi con l’acqua per l’irrigazione. “Non è quello che ci avevi promesso”: protesta la moglie Monica, preoccupata che i figli Anne e David fatichino a mischiarsi in quella comunità “di zotici” (ma non è così).

Il titolo un po’ misterioso, “Minari”, si riferisce al nome di un’erba molto usata nella cucina coreana. E sarà la nonna, appena arrivata dal Paese d’origine, a piantarla vicino a un ruscello, perché possa crescere libera e selvatica. Solo che l’anziana donna, dispettosa e ribelle, fa di tutto per non sembrare una nonna tradizionale…

Il film ha un andamento lento ma per nulla tedioso, alterna piccole asprezze coniugali ad amabili bozzetti di vita familiare, aggiungendo personaggi eccentrici, come quell’ex soldato un po’ cencioso e molto credente che combatté il Corea e ora cerca disperatamente l’amicizia di Jacob (l’incarna uno stagionato Will Patton sottratto ai suoi classici ruoli da cattivo). Ne esce il ritratto agro-dolce, a tratti buffo, di un’integrazione possibile, anche perché nessuno, tra i bianchi del luogo, sfodera atteggiamenti razzisti verso gli stranieri e i due piccoli Yi se la cavano subito bene con l’inglese.

Come in certi film americani degli anni Ottanta sulla dura vita dei “farmer”, il regista mostra la fatica dei campi, la volubilità dei mercati, le insidie della natura, l’avidità delle banche, aprendo però il finale a un barlume di speranza, pure ad alto tasso simbolico, proprio grazie alle virtù dell’erba dimenticata che dà il titolo al film.

Incuriosisce positivamente che alla voce “produttori” ci sia Brad Pitt con la sua società Plain B.

Michele Anselmi per Siae.it

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