MUSICA CONTEMPORANEA: IL PREMIO ABBIATI AD ALESSANDRO SOLBIATI PER "IL SUONO GIALLO" DI KANDINSKIJ
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MUSICA CONTEMPORANEA: IL PREMIO ABBIATI AD ALESSANDRO SOLBIATI PER "IL SUONO GIALLO" DI KANDINSKIJ

Buone notizie per la musica contemporanea. La 34esima edizione del “Franco Abbiati”, intitolato al giornalista che per quarant’anni si occupò della rubrica musicale del Corriere della Sera e conferito dall'Associazione nazionale critici musicali, ha premiato tre volte il Teatro Comunale di Bologna. Vincitori l’Elettra di Guy Josten (per la regia), Jenufa di Leoš Janáček (per i costumi di Anna Watkins) e a Il suono giallo, un lavoro fortemente sinfonico che Alessandro Solbiati, compositore e docente presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e componente del Consiglio di Sorveglianza SIAE, ha realizzato fondendo due opere di Kandinskij.

Maestro Solbiati, come mai ha scelto questo titolo?

È un progetto che avevo da molti anni ma gli eredi non concedevano l’uso del testo, che poteva essere messo in scena solo dopo il 2015, a settant’anni dalla morte dell’autore. Questa composizione di Kandinskij fa parte di quelle realizzate per dimostrare la sua idea di fusione delle arti. Volevo capire se si potesse chiamare opera qualcosa che partisse da un dato astratto, senza un arco narrativo esplicito ma metateatrale. Ho letto e riletto fino a trovare il filo nel percorso progressivo dei cinque giganti da un modo di essere informe, quasi minerale, fino a una sublimazione dell’individuo. Poiché di fatto il testo, inteso come parole da far cantare, è brevissimo, meno di 20 righe, ho trovato un secondo scritto in cui Kandinskij parla del percorso psichico ed emotivo dell’artista durante l’atto creativo, che dal buio iniziale finisce per coagularsi in opera. È un atto di fiducia problematico ma anche un inno al creatore e alla creatività: l’energia fluisce dall’anima e s’incarna.

Ha mantenuto la struttura originale dell’opera?

Ho mantenuto il prologo, i sei quadri e l’epilogo ma alle otto componenti ho aggiunto ogni volta un intermezzo orchestrale. Ho utilizzato una grande orchestra con un coro diviso in due: uno più grande in platea, fuori scena ma visibile, come il coro greco che proietta il senso narrativo sulla scena. L’altro, più piccolo, sul palco. Poi ci sono i cinque personaggi che agiscono come fossero una cosa sola, un quintetto vocale. È un articolato pieno di momenti verso la sublimazione finale, il quinto quadro, e il climax si conclude in quella danza che Kandinskij dice essere il vero coagulo delle arti sceniche.

Che significato, anche simbolico, ha il fatto che venga premiata un’opera di musica contemporanea?

È il risultato della gestione del direttore Nicola Sani che ha trovato al Teatro Comunale di Bologna una situazione difficile, ma ha reagito - anziché giocando in difesa, con titoli di sicura cassetta - con proposte diverse dal solito, aprendo alla musica contemporanea. Un segnale importante che conferma una tendenza che si va affermando in tutta Italia. Bologna si avvale di una tradizione verso la contemporaneità anche in quanto prima sede del Dams. Quest’occhio attento, che negli ultimi dieci anni si era un po’ spento, sta tornando a vedere, e questo premio è importante per contrastare la paura che c’è riguardo al poco pubblico della musica contemporanea. La gente viene a teatro, i critici ne parlano, va sostenuto. È in atto un processo di accettazione degli stili e delle modalità della musica colta contemporanea. È un momento cruciale per questo dobbiamo continuare a sostenere questo settore, come fa SIAE con il progetto Classici di oggi, un sostegno essenziale e doveroso, sempre più indispensabile.

Intervista di Paola Polidoro

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