MUORE (103) KIRK DOUGLAS, “IL FIGLIO DEL VENDITORE DI STRACCI” UN ATTORE TITANICO, UN LIBERAL POCO AMATO A HOLLYWOOD
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MUORE (103) KIRK DOUGLAS, “IL FIGLIO DEL VENDITORE DI STRACCI” UN ATTORE TITANICO, UN LIBERAL POCO AMATO A HOLLYWOOD

Magari pochi sanno che il vero nome di Kirk Douglas, morto alla veneranda età di 103 anni, era Issur Danielovitch Demsky. Figlio di un ebreo russo e di un’ucraina campagnola, entrambi emigrati ad Amsterdam, Stato di New York, nel 1908. Unico maschio tra sei sorelle, il futuro attore con la mitica fossetta sul mento, nato il 9 dicembre del 1916, avrebbe vissuto un’infanzia da schifo: il padre violento e indifferente, una povertà che sconfinava nella miseria, le aggressioni razziste delle bande di quartiere.

Bisogna leggere il suo libro autobiografico “Il figlio del venditore di stracci”, editore da Rizzoli nel 1989, per capire davvero chi è stato Kirk Douglas e come riuscì a diventare uno dei più carismatici attori di Hollywood, anche tra i più odiati dalle major in verità, per la sua indole ribelle, le posizioni democratiche e anti-maccartiste, la rabbiosa testardaggine nel fondare una propria compagnia indipendente, la Bryna Company (in omaggio al nome della madre). Non a caso vinse un solo Oscar, alla carriera, nel 1996, di quelli che non si negano a nessuno quando ormai sei un po’ fuori dal giro e ti trattano da gloria nazionale.

Da qualche mese Douglas non si faceva più vedere in giro. Ma affettuose erano state le celebrazioni per i suoi 100 anni, alle quali lui, con i connotati un po’ stravolti dai ritocchi plastici, aveva risposto con amabili sorrisi e lieta disponibilità. A chi gli chiedeva il segreto della sua longevità, come la giornalista italiana Silvia Bizio, aveva risposto: “Vivi con qualcuno che ami e ammiri. Gioca con i bambini più che puoi, interessati al prossimo. Così non ti annoi e non annoi gli altri. Accetta i cambiamenti e i limiti e sii grato a chi rende la tua vita più facile e più felice”.

Un uomo approdato ad una quieta saggezza, dopo una gioventù e una maturità all’insegna di una grintosa energia, in bilico tra ricerca del successo e qualità artistica, spesso sfuggendo, anche nella scelta dei personaggi da interpretare, ai canoni più prevedibili.

È stato il figlio più grande, Michael, anch’egli attore e produttore, a lungo in conflitto col famoso padre, a dare la notizia della morte di Kirk Douglas. E di colpo i siti dei quotidiani hanno riproposto fotografie che definiscono una carriera unica, ricolma di film, non tutti belli s’intende, ma in buona misura infissi nella memoria di generazioni di spettatori.

Qualche esempio? Lo schiavo eroica che guida la rivolta contro la Roma imperiale in “Spartacus”, il cinico giornalista di “L’asso nella manica”, il boxeur orgoglioso di “Il grande campione”, il colonnello francese pacifista di “Orizzonti di gloria”, il tubercolotico giocatore Doc Holliday di “Sfida all’Ok Corral”, il pubblicitario in crisi di “Il compromesso”, il poliziotto spietato di “Pietà per i giusti”, il produttore senza pietà di “Il bruto e la bella”, il tormentato Van Gogh di “Brama di vivere”, il rivoluzionario trombettista jazz Bix Beiderbecke in “Chimere”. Fu anche Ulisse e vichingo, ufficiale idealista in “Sette giorni a maggio”, scaltro fuorilegge in “Uomini e cobra” contro Henry Fonda, cowboy travolto dalla modernità in “Sotto un cielo di stelle”, pistolero al crepuscolo in “Quattro tocchi di campana” insieme a Johnny Cash.

Girò quasi novanta film, arrivando presto alla fama, ma solo dopo aver fatto la gavetta cominciando dalla radio e dal teatro; e certo non deve essere stato sempre un divo conciliante, facile da gestire. Fu lui a ingaggiare il 26enne Stanley Kubrick, sul set di “Spartacus”, dopo aver licenziato il regista precedente Anthony Mann; e di sicuro, essendo anche produttori di molti dei suoi film, non lesinava suggerimenti ai registi, anche importanti, da Billy Wilder a Vincente Minnelli, da William Wyler a Joseph L. Mankiewicz, da Raoul Walsh a King Vidor. Scrive nella sua autobiografia: “Insisto per essere ascoltato da registi e produttori. Poi possono pure accettare o no quello che dico. Certo, loro hanno l’ultima parola. Però fondare una mia compagnia ha dato a me la possibilità di avere l’ultima parola”.

Insomma avete capito che uomo fosse Kirk Douglas. Un attore di forti sentimenti democratici, capace di schierarsi contro la paranoia maccartista e di far firmare con il proprio nome il “blacklisted” Dalton Trumbo, attento alle istanze ecologiste, sempre in prima fila contro i risorgenti razzismi che serpeggiavano (e serpeggiano) nella società americana.

Fu uomo di clamorose conquiste sentimentali, da Ava Gardner ad Anna Maria Pierangeli, solo per dirne due tra le tante, anche se presto si acquietò su quel versante trovando l’intesa perfetta con la seconda moglie, l’amatissima Anne Buydens, oggi 101enne, sposata nel lontano 1954. Quattro anni dopo, nel 1958, l’attore avrebbe scritto una lettera alla consorte nella quale le confessava: “Se vivessimo fino a 100 anni, avremmo ancora tantissime cose da dirci”. Se le sono dette.

 

Michele Anselmi per SIAE

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