MOTTA: La mia generazione
Vivaverdi
di Federico Guglielmi

MOTTA: La mia generazione

Conversazione con Motta, con l'album "La fine dei vent'anni" fresco vincitore della Targa Tenco per la categoria “Opera prima”, e cantautore tra i più interessanti (e amati) della scena indipendente italiana.

Dalla scorsa primavera, quello di Francesco Motta è il nome “nuovo” più chiacchierato della scena italiana in bilico tra canzone d’autore e rock. Concerti a decine, attenzione della stampa e del mondo della discografia, premi: tutto grazie a un album dal titolo generazionale e veritiero, La fine dei vent’anni.

E in effetti oggi, 10 ottobre, i vent'anni di Motta sono finiti per davvero (ne ha appena compiuti trenta).  Pochi giorni fa aveva annunciato la nuova tranche di un tour – nei club, fino a febbraio – non “neverending” come quello di Bob Dylan ma da considerare, almeno in rapporto all’offerta italica, un (nemmeno tanto) piccolo evento; subito dopo, il suo imperativo sarà “riportare tutto a casa” e tradurre il suo recente vissuto in altre canzoni, utili per confezionare quel secondo album che, per dirla con Caparezza, “è sempre il più difficile nella carriera di un artista”. 

Il pop è un genere che mi piace, perché lo reputo il più difficile di tutti. Le scelte non facili mi hanno sempre affascinato e, per fortuna, ho ancora un sacco di cose da imparare.

Fino a non troppo tempo fa, l'album più difficile era di norma il terzo, dato che per il sequel erano  sufficienti gli avanzi dell’esordio e due/tre integrazioni dell’ultim’ora; da quando la discografia cosiddetta “maggiore” non punta più a organizzare cataloghi destinati a durare, ma solo a (cercare di) lucrare sull’effimero, nessuno però è disposto ad attendere il successo, a pianificare concreti investimenti in prospettiva futura. Il problema non tocca Motta, che ha costruito le sue fortune nel circuito indipendente/alternativo e che, al momento di salire a un gradino superiore, l’ha fatto legandosi a un’etichetta poco convenzionale come la Sugar di Caterina Caselli, che ha in scuderia stelle del pop quali Andrea Bocelli, Negramaro ed Elisa, ma anche figure di profilo differente come Riccardo Sinigallia o Raphael Gualazzi.

“Il pop è un genere che mi piace, perché lo reputo il più difficile di tutti”, dichiara con la massima onestà Francesco Motta.
 “Le scelte non facili mi hanno sempre affascinato e, per fortuna, ho ancora un sacco di cose da imparare. La Sugar mi permette di farlo e di confrontarmi con dei professionisti”.

In realtà, con i professionisti Francesco si confronta da diverso tempo, mettendo a frutto i suoi molteplici talenti già da quando i suoi fatidici vent’anni erano iniziati non da molto: in parallelo all’imprescindibile esperienza con i Criminal Jokers, la band nella quale si è fatto le ossa dividendosi tra batteria, voce e songwriting, è stato prima tecnico del suono degli amici Zen Circus nel tour dell'album Andate tutti affanculo, destreggiandosi poi fra basso, tastiere, chitarra e cori per Nada, picchiando sui tamburi per Il Pan del Diavolo e infine spaziando fra chitarra e tastiere per Giovanni Truppi. La collaborazione cruciale è però stata quella con lo stesso Riccardo Sinigallia, il Re Mida del miglior pop “alto” nazionale, che dell'ultimo album La fine dei vent’anni è stato produttore artistico, nonché coautore di tre pezzi.

Dice Motta: “Penso di dovere un ringraziamento a coloro con i quali ho suonato: Simone e Francesco dei Criminal Jokers, che per certi versi sono stati i primi a convincermi dell’urgenza di realizzare un disco da solista, e tutti gli altri a partire da Nada, per avermi fatto capire che le canzoni sono molto più importanti di chi le scrive. E Riccardo Sinigallia, è ovvio, per averci creduto in un momento in cui non riuscivo a trovare la luce che mi ero immaginato per il mio album”.

La fine dei vent’anni è stato diffuso sul mercato (non solo in CD e download, ma anche nel nobile formato vinilico che tanto gli si addice), il 18 marzo 2016, sponsorizzato e fortemente voluto da quella Woodworm Label che al momento è una delle strutture indipendenti – qualsiasi cosa significhi al giorno d’oggi, specie qui da noi – più vivaci e lucide della Penisola. “Sapevo dal principio che avrei scelto la Woodworm: è gestita da persone che conosco da un sacco di tempo e che, anno dopo anno, sono cresciute enormemente a ogni livello. Hanno creduto e investito in quest’album come forse nessuno avrebbe fatto all’epoca, e che Woodworm e Sugar abbiano ora avviato una collaborazione fa capire come due strutture in apparenza differenti abbiano in realtà parecchio in comune, a cominciare dalla serietà e dalla passione spese per gli artisti con i quali lavorano”. 

Nessuno aveva particolari aspettative, men che meno io. Ero infinitamente contento di quanto concepito e sentivo addosso un’energia bella e nuova, che non avevo mai provato. Quest’energia è rimasta intrappolata nel disco ed è probabilmente uno dei motivi per cui in tantissimi lo hanno apprezzato.

E non si tratta di frasi di circostanza: la Woodworm non ha davvero lesinato in impegno, pure economico, affinché La fine dei vent’anni vedesse la luce nella miglior maniera possibile. Per fortuna le forze del bene riescono a uscire vittoriose, almeno qualche volta, dalle sfide, e dall’autentico “labour of love” sono maturati frutti gustosi: l’entusiastico consenso del pubblico giovane (e non), folto e plaudente sotto i palchi, e l’accoglienza favorevolissima di stampa e ambiente, come sottolineato dall’assegnazione del premio PIMI in quanto artista più rilevante del 2016 da parte del Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza e dalla Targa Tenco (categoria “Opera prima”) conferitagli con maggioranza bulgara dalla giuria di oltre duecentotrenta giornalisti allestita da una vera istituzione culturale quale il Club Tenco.

“Nessuno aveva particolari aspettative, men che meno io. Ero infinitamente contento di quanto concepito e sentivo addosso un’energia bella e nuova, che non avevo mai provato. Quest’energia è rimasta intrappolata nel disco ed è probabilmente uno dei motivi per cui in tantissimi lo hanno apprezzato. Il clamore mi ha colto di sorpresa, ma sono rimasto con i piedi per terra perché è da un sacco che faccio questo mestiere… la sicurezza che mi sostiene oggi è figlia della frustrazione trasmessami dalle aspettative non ripagate del passato. Il rimanerci male mi ha dotato di una robusta corazza”.

Adesso gli strumenti che ho a disposizione sono aumentati, specie sotto il profilo testuale e compositivo; oltre a metterci più cuore e professionalità, dunque, mi diverto di più.

Le inevitabili delusioni, che i dati oggettivi – ovvero le soddisfazioni comunque ottenute – direbbero meno pesanti di quelle subite da altri che con Francesco condividono vedute artistiche e tipologia di percorso, derivano anche dal carattere del musicista, pisano di nascita ma legatissimo alla “nemica” Livorno prima di optare per il trasferimento a Roma. “Fin da quando ho mosso i primi passi nella musica, ho preso quello che facevo in modo disciplinato e responsabile. Naturalmente, il modo in cui vivevo il tutto a diciott’anni è totalmente diverso da quello di oggi, ma sono sempre stato determinato, e affascinato soprattutto dalle cose che non mi riuscivano”.

Prosegue il cantautore: “Adesso gli strumenti che ho disponibili sono aumentati, specie sotto il profilo testuale e compositivo; oltre a metterci più cuore e professionalità, dunque, mi diverto in misura maggiore. Aver conosciuto persone che la pensavano come me, e persone intelligenti che mi hanno fatto cambiare idea, è stato un grande aiuto per diventare quello che sono… Così come è servito l’essermi spostato a Roma, che è una città incredibile ma soprattutto vera, senza trucchi; la nuova situazione mi ha fornito spunti per il songwriting, consentendomi di trovare una mia dimensione di scrittura”.

Lo start “ufficiale” dell’avventura di Francesco Motta può essere fissato all’autunno del 2010 e a This Was Supposed to Be the Future, CD d’esordio di quei Criminal Jokers che dal 2006, con l’arrivo del chitarrista Francesco Pellegrini al fianco del bassista Simone Bettin e – appunto – del Motta batterista/cantante, si erano evoluti da duo punk-folk con vocazione al busking a gruppo rock con tutti i crismi. “Una tappa per me essenziale è stata l’aver trascorso un mese in Irlanda; Francesco e io eravamo costretti a mangiare con i soldi che guadagnavamo suonando per strada. È stata dura, ma ce l’abbiamo fatta; lì i busker sono tenuti in grande considerazione, almeno se propongono musica ben congegnata”.

Marchiato dalla Iceforeveryone degli Zen Circus, il disco vanta la produzione artistica di Andrea Appino, il mixaggio del vate dell’indie Manuele Fusaroli e undici tracce cantate in inglese senza dubbio assai promettenti, nelle quali è facile individuare – come ho già avuto modo di commentare in un mio precedente articolo per Il Mucchio Selvaggio – “voglia (e capacità) di vivere il r’n’r in modo istintivo, disturbante, (seriamente) cazzone”. Fioccano ovviamente i paragoni con i padrini e conterranei, che Motta trova comunque sensati: “Le analogie con gli Zen Circus c’erano perché abbiamo ascoltato la stessa musica, dai Pixies ai Violent Femmes, e abbiamo collaborato per anni: siamo parte di una scena musicale legata a un luogo, Pisa-Livorno, e non c’è nulla di male ad ammetterlo.

La musica è una disciplina e certi schemi, spesso studiati a tavolino, ci aiutano a rimettere di continuo tutto in gioco. Paradossalmente, l’immediatezza dipende anche da questo.

Appena due anni e il secondo capitolo Bestie, inciso con l’organico integrato da Alice Motta (tastiere, violoncello e cori) e confezionato dalla 42 Records, segna una sterzata decisiva: testi in italiano e – di nuovo da un mio articolo per Il Mucchio – “strutture più elaborate e suoni più curati, ma senza che questo comporti una minore, ruspante immediatezza”. Nel 2012, in sede di intervista, Motta assentì e spiegò nel dettaglio cosa ci fosse sotto: “Sento una forte necessità, all’interno di un pezzo, di dar vita a qualcosa di inatteso. La musica è una disciplina e certi schemi, spesso studiati a tavolino, ci aiutano a rimettere di continuo tutto in gioco. Paradossalmente, l’immediatezza dipende anche da questo”.

Benché la formula convinca pure dal vivo, Francesco non si sente però pienamente a proprio agio. “Avvertivo il bisogno di guardarmi dentro e smettere di specchiarmi. Con i Criminal Jokers ho fatto tantissimi concerti e insieme siamo riusciti nel nostro piccolo a sperimentare e stimolarci profondamente a livello musicale. Spesso non prendevamo in considerazione i testi, ma allora non ero pronto e non possedevo mezzi idonei a esprimermi, a ‘dire le cose’ che avrei voluto e come avrei voluto. Poi, evidentemente, si è verificata una crescita”.

Album rock di impronta cantautorale, melodico ma avvolto in atmosfere malsane, Bestie mette in fila pezzi di notevole efficacia, come una title track che apre le ostilità con un verso dal retrogusto angoscioso/minaccioso (“Siamo bestie che si curano a vicenda / e quando possono si mangiano la testa”), il singolo “Fango”, “Adesso mi alzo” “Da solo non basti” o “Tacchi alti”. Motta “c’è” già ma si sta ancora emancipando, come fanno intuire le parole raccolte ancora in quel 2012: “All’inizio ho incontrato serie difficoltà a cantare i brani: di sicuro le immagini sono angoscianti, crude e forti. Un testo in inglese, fino ad ora, non era mai stato capace di inculcarmi così tanta responsabilità. È un percorso di scrittura che ora mi piace e mi appaga, ma che ritengo rischioso: in Italia c’è una gran voglia di pensare poco e di sentirsi rassicurati (almeno) da canzoni populiste, portatrici di ‘grandi verità’. Non voglio dire cosa sia giusto o sbagliato fare, ma certo non mi sarebbe riuscito di ‘rassicurare’ chicchessia. Poi magari la gente, sorridendo, canterà ‘la fine che ci meritiamo è niente’ e a quel punto sarò contento di non averci capito un cazzo”. 

Ho pensato solo a mettere il cuore sul tavolo, a dire la verità. Parlo di me, alla mia maniera… a differenza di un tempo, ora ho gli elementi per farlo, e la mia maniera è questa. Forse cambierà, forse no.

Da qui a La fine dei vent’anni, il passo è più breve di quel che si potrebbe pensare: si alleggeriscono i toni più scuri, ci si scava dentro ed ecco nascere un concept generazionale, dove le riflessioni private (il volto del titolare non è in copertina per vanità o casualità: è l’ammissione di volersi esporre in prima persona) vengono riconosciute come una sorta di patrimonio collettivo. “Ho pensato solo a mettere il cuore sul tavolo, a dire la verità. Parlo di me, alla mia maniera… a differenza di un tempo, ora ho gli elementi per farlo, e la mia maniera è questa. Forse cambierà, forse no”.

Una volta trovato il mio linguaggio”, prosegue Motta, “ho capito che avevo qualcosa da esprimere e l’ho sviluppato nell’album. Ho investito molto tempo nel processo e infatti ci sono testi che risalgono a quattro anni fa; pur avendo cambiato nel frattempo opinione, sono felicissimo di risentirli. In generale, grazie a Riccardo Sinigallia, ho imparato la bellezza e la soddisfazione di cantare parti di me che prima mi vergognavo di esibire. Quando ciò accade, è probabile che chi ascolta ci si immedesimi, specie nell’accettazione delle proprie fragilità”.

Giusto, giustissimo. Le canzoni di Motta toccano a fondo con la loro evidente genuinità emotiva, nient’affatto in attrito con le raffinate architetture elettroacustiche/elettroniche (campo in cui Sinigallia è maestro) garantite da un parterre di ospiti che comprende tra gli altri Giorgio Canali alla chitarra, Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria, Andrea Pesce al synth, Alessandro Alosi (Il Pan del Diavolo) a voce e chitarra, Laura Arzilli al basso, Andrea Ruggiero al violino.

Arduo che manchi l’apprezzamento anche estetico, ad esempio, per le trame filopsichedeliche e ossessive di una gemma come “Roma stasera”, per l’onirica, avvolgente “Prenditi quello che vuoi”, per l’ipnotica “Mio padre era un comunista”, per quella sorta di incantesimo vagamente bluesy che è la conclusiva “Abbiamo vinto un’altra guerra”, per l’accattivante “Sei bella davvero” che con altri arrangiamenti potrebbe essere una classica “ballatona” alla Afterhours, per l’intensissimo trittico iniziale – “Del tempo che passa la felicità”, la title track, “Prima o poi ci passerà” – che avvolge e culla non disdegnando qualche asprezza.

Asprezze, però, agrodolci come quelle del canto di Francesco, così inusuale e magnetico nella sua carismatica “indolenza” da slacker. “Scrivere ‘Del tempo che passa la felicità’ mi ha permesso per la prima volta di capire che tipo di suono stessi cercando. È stato il pezzo in assoluto più difficile da mixare: abbiamo impiegato mesi, mesi di tentativi, per capire come farlo. ‘La fine dei vent’anni’ è stato l’unico brano che ho composto a casa dei miei genitori e credo sarà quello che riascolterò più volentieri quando sarò più vecchio. Queste registrazioni, prima andare nelle mani de Gli Artigiani Studio, sono passate attraverso almeno quattro case. Mi muovevo sempre con una scheda audio e gli strumenti in macchina. In definitiva, anche se sembra una cosa banale da dire, ogni episodio ha una sua storia. E per me questo non è per nulla scontato”.

No, non lo è, così come di Motta non è scontato lo stile, del quale si fatica a identificare modelli. Non c’è dunque da stupirsi nello scoprire che il protagonista della nostra canzone d’autore preferito da Francesco sia un non-allineato per eccellenza. “Benché il suo approccio alla composizione abbia poco in comune con quello ‘classico’ di numerosi suoi colleghi, e sia anche diversissimo dal mio, credo che Lucio Dalla sia stato il migliore”.

Non ho rimorsi né rimpianti, perché gli ‘errori’ commessi in precedenza, quelli che avrebbero potuto generare questo tipo di sentimenti, si sono rivelati occasioni di crescita: l’uno dopo l’altro mi hanno condotto a quest’album e di conseguenza, nel bene e nel male, mi hanno reso felice.

Colpisce molto, di Motta, la bravura nel raccontarsi senza verbosità – i suoi testi sono brevi ma incisivi, visionari ma non ermetici – arrivando al cuore e alla mente con un sorprendente dosaggio di potenza e grazia. “Mi piace dire la verità, anche se immaginata. E mi preme, innanzitutto, riuscire a emozionarmi nel momento in cui mi riascolto. Non saprei dire quanto ma, in generale, mi piaccio, specie nel riconoscermi all’interno di un processo di maturazione che potremmo definire volgarmente ‘invecchiamento’. E so che mi piacerò ancora di più quando sarò padrone di nuovi strumenti per arrivare alle persone. Nuove vie e nuovi mezzi”.

Il concerto che ho tenuto a Roma, a Villa Ada, durante il tour estivo de ‘La fine dei vent’anni’”, ricorda Motta, “mi ha fatto capire che, al momento, sto facendo qualcosa di vero, sano e importante. Non ho rimorsi né rimpianti, perché gli ‘errori’ commessi in precedenza, quelli che avrebbero potuto generare questo tipo di sentimenti, si sono rivelati occasioni di crescita: l’uno dopo l’altro mi hanno condotto a quest’album e di conseguenza, nel bene e nel male, mi hanno reso felice”.

E il futuro? Come da copione, è un’ipotesi. “Ho cominciato a scrivere cose nuove e, nonostante il tour sia stancante, mi sento in un momento particolarmente creativo. Con questo disco ho aperto tante porte e non so ancora in che direzione muovermi per il prossimo. Devo decidere se aprirne altre e, inevitabilmente, in quale entrare”. Legittimo pensare che nessuna si spalanchi su un baratro e che, anzi, conducano tutte a luoghi meritevoli di essere visitati. È quindi doveroso attendere con piena fiducia il prossimo passo di questo ragazzo che su una fine, si scusi la banalità, ha saputo costruire un brillantissimo inizio.

Illustrazione di Giacomo Nanni

Federico Guglielmi

Classe 1960, si occupa professionalmente di musica dal 1979. Ha scritto per decine di riviste, ne ha fondate e dirette alcune, ha pubblicato una lunga serie di libri, ha curato e condotto numerose trasmissioni radio per la Rai, ha prodotto dischi. Miracolosamente, non si è ancora stancato e continua a divertirsi.

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