IN MEMORIA DI GIULIO BROGI (1931-2019): UN ATTORE IMMENSO. L’ULTIMA SUA PROVA LUNEDÌ SCORSO, IN “MONTALBANO”
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IN MEMORIA DI GIULIO BROGI (1931-2019): UN ATTORE IMMENSO. L’ULTIMA SUA PROVA LUNEDÌ SCORSO, IN “MONTALBANO”

Proprio lunedì scorso, 18 febbraio, era comparso in un episodio della serie tv sul commissario Montalbano, Un diario del ‘43. La barba bianca, i bei capelli folti, la voce meditabonda: era Carlo Colussi, in gioventù fascista e bombarolo per vendicare la fidanzatina stuprata da alcuni soldati americani, in vecchiaia frate saggio e misericordioso intento ad aiutare i tossicomani. C’era qualcosa di mesto nella sua prova toccante, solo pochi minuti verso l’epilogo, come un approssimarsi della fine; infatti Giulio Brogi è morto martedì a Negrar, nelle campagne a un passo da Verona, dove era andato a vivere da tempo.

Aveva 87 anni, essendo nato a Verona nel 1931 (non nel 1935 come afferma Wikipedia togliendogli quattro anni). È stato un attore profondo, energico e duttile allo stesso tempo, di scuola e di istinto, di quelli che incutevano un po’ di timore, ma pure capace di prendersi in giro, sfidando alcuni atteggiamenti “tromboneschi” tipici della sua generazione.

A me piaceva molto, e se da ragazzo l’avevo apprezzato in televisione nei panni di Enea in una miniserie di Franco Rossi, da grande, senza dimenticare le punte alte della sua prestigiosa carriera cinematografica, mi aveva molto colpito per una sequenza di La grande bellezza, tagliata insensatamente al montaggio da Paolo Sorrentino ma recuperata nel dvd, nella quale dava corpo a un vecchio regista malato che racconta a Jep Gambardella-Toni Servillo il progetto di un film destinato a non farsi mai. Lì, nel confessarsi all’intervistatore chiedendo una sigaretta nonostante la flebo, scandiva: «Vorrei dire ai miei spettatori: abbiate rispetto della vostra curiosità. Assecondatela. Molti la frenano, perché sono pigri, moralisti, scettici, anche ignoranti».

Impossibile non ricordarlo in San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani o in Strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. Certo, ha lavorato con i grandi:  oltre ai due citati, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Ermanno Olmi, Theo Angelopoulos, Glauber Rocha, ma anche Daniele Luchetti, Carlo  Mazzacurati, Giacomo Battiato, appunto Sorrentino, più di recente Fabiana Sargentini con Non lo so ancora e Paolo Franchi con Dove non ho mai abitato. Per non dire del teatro dei classici: con Strehler, Squarzina, Zeffirelli, Trionfo, Missiroli…

La sua era una presenza carismatica: da giovane perfetto per incarnare il nevrotico o l’umorale, anche il “sovversivo” o l’utopista perdente; da vecchio, grazie a quella barba fluente e a quella voce unica, sempre ben calibrata ma non impostata, ideale per personaggi lambiti da una malinconica rassegnazione di fronte al tempo che passa, all’esaurirsi delle attese, all’incombere degli acciacchi, al tramontare degli ideali. L’ho sentito solo una volta al telefono, quando Sorrentino eliminò quella scena da La grande bellezza, non s’è mai capito perché: lui c’era rimasto parecchio male, non ne capiva il motivo, e tuttavia ricordo la sua voce, venata di una strana allegria dopo una passeggiata primaverile tra le vigne insieme all'amatissima moglie che sarebbe morta qualche anno dopo.

 

Michele Anselmi per Siae.it

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