MEL, TOSTA INFERMIERA CHE MOLLA TUTTO PER RIFARSI UNA VITA NON PENSAVO DI FARMI CATTURARE DA “VIRGIN RIVER”, INVECE…
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MEL, TOSTA INFERMIERA CHE MOLLA TUTTO PER RIFARSI UNA VITA NON PENSAVO DI FARMI CATTURARE DA “VIRGIN RIVER”, INVECE…

Virgin River è una cittadina che non esiste, le carte della California settentrionale non la menzionano. Eppure è uno di quei nomi che evocano un mondo squisitamente americano: un suggestivo fiume che scorre tra montagne brulle e foreste fitte, a due ore di auto da Eureka, che si affaccia sul mare. Non pensavo, francamente, che mi sarei fatto prendere dalla serie Netflix che si chiama appunto “Virgin River”, invece ho divorato i primi dieci episodi e da venerdì 27 novembre arrivano gli altri dieci della seconda stagione. 

Alla base ci sono i romanzi “rosa” della scrittrice Robyn Carr, alcuni dei quali tradotti da HarperCollins Italia, e certo la serie, creata da Sue Tenney, punta prevalentemente su un pubblico femminile, diciamo tra i trenta e i sessanta. Ci sono capitato per caso, vedendo una fotografia e dando un’occhiata alla sinossi, come capita a tanti in queste sere di “coprifuoco”: ho deciso che mi piaceva. Sarà perché adoro, almeno al cinema, le storie di “ripartenza” dopo una tragedia, con quel che ne consegue: la voglia di scappare da una città che sta stretta o appare insopportabile, troppo piena di ricordi dolorosi e presenze ingombranti. 

Che è poi quanto capita all’infermiera specializzata in ostetricia Melinda “Mel” Monroe, la quale sceglie a caso la remota Virgin River, avendo visto solo una fotografia inattendibile, per rifarsi una vita come assistente di un vecchio medico del posto. Bmw rosso fiammante, scarpe e borsa di marca, soprabito color pesca, la bella quasi quarantenne deve fare subito i conti con un ambiente tutt’altro che ospitale, ma è solo l’inizio, e tutti sappiamo che quella piccola e coesa comunità, all’inizio diffidente, l’accoglierà con simpatia. Anche se da quelle parti ne accadono di tutti i colori. Altro che il Pronto soccorso di Los Angeles…

Per essere rosa è rosa, a tratti perfino un po’ “soap”, nel senso della musica, della fotografia, di certi intrecci in stile “Harmony”, di quel mix tra dramma fondo e tenero romanticismo; e tuttavia, dietro la superficie, batte – mi pare – un cuore più adulto e ulcerato, nel quale confluiscono “issue” non proprio convenzionali: sensi di colpa, bambini mai nati, fantasmi di guerra, assicurazioni sanitarie costose, campi illegali di droga, violenze sulle donne, contadine disperate eccetera.

È la trentottenne Alexandra Breckenridge, che qualcuno ricorderà in alcuni episodi di “The Walking Dead”, a incarnare la tenace Melinda: donna tosta e vulnerabile allo stesso tempo, capace di un incredibile sangue freddo quando c’è da salvare qualcuno dalla morte ma fragile nei rapporti con l’altro sesso. Specie con Jack Sheridan, il figo del posto che gestisce il bar-ristorante attorno a cui tutto ruota: un veterano dei marines, pieno di cicatrici e incubi, pure un po’ “filosofo” (legge Kierkegaard), con la bella faccia di Martin Henderson. Nel cast, tra i tanti, anche il redivivo Tim Matheson e Annette O’Toole, nei panni rispettivamente del medico brontolone e della sindaca ficcanaso, sempre a un passo dal divorzio ma in fondo decisi ad amarsi ancora.

La qualità di “Virgin River” sta nel mix di situazioni, tra strettoie sentimentali e ingiustizie sociali, un po’ come succedeva in una vecchia serie tra le mie preferite in assoluto: “Il giudice Amy”. Magari vi sembrerà materia dozzinale, e lo stile è quello che è; tuttavia, care amiche che ogni tanto vi fidate di me, suggerirei caldamente di dare uno sguardo.

Michele Anselmi per SIAE

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