Mare, amore e juke box
Vivaverdi
di Giulia Cavaliere

Mare, amore e juke box

La tradizione italiana della hit estiva in dieci titoli storici

Di cosa è fatta la canzone italiana se non di amore e di estate? O meglio, di quali sentimenti, slanci, tensioni che non siano ascrivibili a questi due grandi sistemi emotivo-temporali si compongono le nostre canzoni? Se tutte le canzoni sono canzoni d'amore, l'estate, nella maggior parte dei casi, ne è contenitore incandescente, cosmico, dentro testi che ne esplicitano tratti e dimensioni ma pure attraverso arrangiamenti capaci di delinearne i mondi e risvegliare la fisicità della stagione.

Negli ultimi anni, alcuni studi linguistici hanno delineato alcuni segreti fondamentali che contribuiscono a favorire la nascita di un tormentone: il mare che fa rimare e che costruisce il grande suffisso fondamentale dell'infinito (amare, baciare, danzare etc.), l'uso dei colori primari che suggeriscono slancio e spensieratezza, in particolare il blu, che è il blu del cielo e del mare e fa rima con 'tu'. In ultimo ciò che conta è un incipit fiammante che faccia brillare immediatamente tutte le possibilità del pezzo di incastrarsi perfettamente nella memoria breve dell’individuo.

L'estate è formata nel tempo dalle parole che ne costruiscono le nostalgie future, anche attraverso le visioni che della stagione estiva sono l'ossatura: un senso di abbandono che morde ogni cosa, distrugge, crea erosioni al mondo e ai sentimenti come li conosciamo nel tempo dei maglioni.

Curandoci solo trasversalmente di queste regole di seguito abbiamo steso sulla sabbia di questa estate 2016 un racconto in dieci canzoni dell'estate italiana che fu e che tale rimane, nel tempo, cristallizzata, come un ricordo stagionale. Estate fatta di mare, certo, ma formata nel tempo soprattutto dalle parole che ne costruiscono le nostalgie future, anche attraverso le visioni che della stagione estiva sono l'ossatura: un senso di abbandono che morde ogni cosa, distrugge, crea erosioni al mondo e ai sentimenti come li conosciamo nel tempo dei maglioni. E non è tutta colpa – solo – delle temperature.

10 - L'estate sta finendo – Righeira (1985)

Un paradigma assoluto e irripetibile, ben più di un semplice rintocco ballabile delle ultime ore della stagione estiva: un malinconico suono destinato a riproporsi nella nostra mente ogni anno, di qui alla fine dei tempi. Perché? Semplice, il suo titolo è un'espressione tardoagostana che ripeteremo sempre e che, dal 1985, anno dell'uscita di questo pezzo, ognuno di noi canta, almeno nella propria mente, almeno per pochi secondi, almeno una volta l'anno.

La sfilata degli ombrelloni che si chiudono esattamente come le love story da battigia: conclusioni che aprono alla consapevolezza del tempo che passa, della giovinezza che si assottiglia e dell'età adulta in arrivo, come un ospite non propriamente gradito.

Il successo della canzone che ancora si rinnova, quindi, come sovente accade, è decretato dal successo inestinguibile di un sentimento: il senso di imminente perdita che spinge a prendersi tutto ciò che esiste nel tempo che rimane.

Così, il risultato, è un divertente mix di sax e synth, la giocosa e ballabile sfilata degli ombrelloni che si chiudono esattamente come le love story da battigia: conclusioni che aprono alla consapevolezza del tempo che passa, della giovinezza che si assottiglia e dell'età adulta in arrivo, come un ospite non propriamente gradito.

9- Mediterranea – Giuni Russo (1984)

Nell'estate del 1982 la voce di Giuni Russo è la più trasmessa sui litorali italiani. La sua Un'estate al mare, scritta da Franco Battiato su musica di Giusto Pio, regala alla grande cantante siciliana un'uscita insieme statuariamente commerciale e avanguardisticamente sperimentale. Questa cifra stilistica resterà invariata anche nel 1984 quando la stessa Giuni Russo e la sua compagna e sodale artistica di una vita, Maria Antonietta Sisini, daranno alle stampe Mediterranea, un album intero di compromessi tra la pop song dell'estate ed esperimenti sonori.

Mediterranea resta oggi la più bella canzone di Giuni Russo sul tema, un puro canto di desiderio, liberazione, proiezione del tempo estivo ma pure la richiesta di una danza, di una condivisione.

Se Un'estate al mare è, ancora oggi, ogni estate, la canzone a tema estivo più trasmessa in assoluto, Mediterranea, con quei suoi suoni totalmente elettronici e una musica che sembra composta per accompagnare perfettamente l'esorbitante e straordinario cantato in crescendo della Russo resta oggi la sua più bella ed esemplificativa canzone sul tema, un puro canto di desiderio, liberazione, proiezione del tempo estivo ma pure la richiesta di una danza, di una condivisione. Una canzone felice che riesce a non sottrarsi, comunque, al gioco malinconico che la stagione governa.

8- Legata a un granello di sabbia – Nico Fidenco (1961)
 

Nico Fidenco, pianista e arrangiatore di punta della RCA, nella quale fu introdotto da Franco Migliacci, è l'autore di questo brano fondamentale della discografia della canzone italiana. Legata a un granello di sabbia fu infatti il primo pezzo in assoluto a superare il milione di copie vendute nel Paese, (ne vendette quasi un milione e mezzo) e costituì, ben prima della nascita di Un disco per l'estate (che arriverà solo tre anni dopo), la fondazione ufficiale del concetto di hit estiva. Più di quattro minuti di canzone - una durata per nulla standard per l'epoca – con coro sinfonico su chitarre, celesta, pianoforte e un arrangiamento con sezione d'archi. Il brano, portato al successo durante l'estate del 1961 (dopo essere entrato in hit parade già il 1 giugno), era stato sensatamente bocciato alle selezioni del Festival in quanto, com'è evidente, poco adeguato a essere lanciato in quel momento dell'anno.

La storia raccontata dal brano è quella della consueta lovestory estiva che si confronta con il proprio futuro nel grigio inverno in città, spazio immaginativo ricoperto anche da ben più alte sfere del raccontare (basti pensare a I Limoni di Eugenio Montale). L'immagine costruita per raccontare il desiderio di lui di trattenere lei nel loro amore estivo è, a tutti gli effetti, diventata un classico delle metafore nella canzone:

Ti voglio cullare, cullare posandoti
Sull´onda del mare, del mare
Legandoti a un granello di sabbia
Così tu, nella nebbia più fuggir non potrai
E accanto a me tu resterai.

 

7 - Il peperone – Edoardo Vianello (1965)
 

La canzonetta estiva dovrebbe costituire, da sola, un paradigma centrale nella struttura per sottogeneri della canzone italiana: una delle sue molte possibilità architettoniche, una delle sue ossature migliori e di maggior successo.

Da una paio d'anni il brano che ho eletto come miglior rappresentante di questo macro sottogenere di canzone è Il peperone di Edoardo Vianello, un pezzo datato 1965 caratterizzato da un arrangiamento che costruisce una struttura sonora in grado di accogliere tutte le regole necessarie a una canzonetta per esemplificare al meglio questo modo di scrivere e cantare l'estate italiana. Ennio Morricone, arrangiatore del pezzo su parole di Carlo Rossi e musica di Vianello stesso, riesce a far emergere, come suo solito, l'enorme potenziale poetico del pezzo:

Avevi le labbra così vellutate
e oggi le hai rosse, così screpolate
che sembra ch’io baci l’ortica
di un campo ingiallito dal sol

Ho scambiato alcuni messaggi con l'autore confidandogli la mia più assoluta affezione al brano, lui me lo ha raccontato così:

Il Peperone non è una delle canzoni più riuscite del mio repertorio, doveva originariamente solo dare continuità al filone estivo ma non è nemmeno banale come può sembrare a un ascolto superficiale, perché il testo, soprattutto quello dell'inciso, contiene la classica ironia di Carlo Rossi, con parole di sapore futurista che mi permettono sempre di ribadire la mia caratteristica principale, come cantante, quella di scandire con decisione ogni vocabolo. La musica, dopo un ritornello molto orecchiabile in tonalità maggiore, sulla quale, per rendere più divertenti le mie melodie, ho insistito in quasi tutto il mio repertorio, si rigira, nell'inciso, in una tonalità minore, che normalmente è più melodica e malinconica, permettendomi tuttavia di conservare nel brano quell'allegria che ho sempre reputato indispensabile in tutte le mie canzoni.”
 

 6 - Mariti in città – Domenico Modugno (1957)
 

“Anni fa in Italia girava una canzone popolare intitolata Mariti in città. La melodia era semplice ed orecchiabile come un motivetto di strada. Le parole dicevano 'La moglie se ne va, il marito sta in città, il povero marito, rimane incustodito' e trattavano la condizione degli uomini soli in quel modo spensierato e farsesco che sembra ormai tradizionale, come se essere soli fosse una condizione fondamentalmente comica, proprio quanto lo sarebbe rimanere impigliati in una lenza da pesca. Il signor Estabrook l'aveva sentita mentre era in viaggio in Europa con la moglie (14 giorni, 10 città) e qualche tessuto capriccioso della sua memoria era rimasto impressionato in modo indelebile dalle parole e dalla musica. Non se l'era dimenticata: e anzi, sembrava proprio che non riuscisse a dimenticarla, anche se la canzone era in contrasto con il suo modo di vedere le potenzialità dell'essere soli.”

A scrivere è John Cheever, alter ego del signor Estabrook protagonista del suo racconto ‘Marito in città’ uscito sul New Yorker il 4 luglio 1964,che  rimase immediatamente colpito da questo pezzo di Domenico Modugno, pubblicato in 45 giri nell’estate del 1958 come colonna sonora dell’omonimo film di Luigi Comencini.

Mariti in città è uno spassoso ritratto estivo del maschio medio italiano di sessant’anni fa che oggi fa persino tenerezza.

Una tarantella divertente accompagna i goffi tentativi di un sedicente ma inconcludente tombeur de femmes che agisce solo “quando la moglie è in vacanza”. Il brano è irresistibile e rappresenta un divertissement riuscitissimo nella commedia del Boom dando vita a uno spassoso ritratto estivo del maschio medio italiano di sessant’anni fa che oggi fa persino tenerezza.
 

 5 - Voglio andare al mare – Vasco Rossi (1981)
 

Nell'estate del 1981 nei juke box di tutta Italia venne inserita questa canzone perfetta per attraversare la stagione. Tuttavia per errore sui tagliandi rimase il titolo Siamo solo noi che il brano in questione sostituiva. Quindi, chi desiderava ascoltare Siamo solo noi si ritrovò nelle orecchie erroneamente questo reggae estivo. Non avendo comunicato l'accaduto a Vittorio Salvetti nei tempi corretti, il pezzo venne escluso dal Festivalbar e finì, in quel frangente immediato, con l'ottenere assai meno successo di quello che un buon lancio estivo gli avrebbe invece assicurato. Il tempo ha permesso a questa canzone di riprendersi tutto il maltolto.

Voglio andare al mare è il brano dell'afa violenta, dell'estate tossica nell'asfalto cittadino che muove i sogni eroici ed erotici dell'autore mentre le dita si incollano allo strumento e i ventilatori vanno al massimo.

Oggi, Voglio andare al mare, spicca nell'album e nell’intera discografia di Vasco, come un vero e proprio omaggio ai Clash di Sandinista!, pietra miliare uscita l'anno precedente e diventata un suggeritore tanto alternativo quanto alla moda di un modo di coniugare raggae, ska, jazz soul, disco music, rockabilly, dub, origini rap e calypso. Strummer & Co. con questo lavoro di pura avanguardia pre-world music, regalarono anche a Vasco l'opportunità di osare e di evadere insieme a Massimo Riva dalla bollente estate bolognese, se non fisicamente, almeno in sogno, almeno artisticamente e attraverso questo mix di suoni lontanissimi. Voglio andare al mare è il brano dell'afa violenta, dell'estate tossica nell'asfalto cittadino che muove i sogni eroici ed erotici dell'autore mentre le dita si incollano allo strumento e i ventilatori vanno al massimo.

4 - Summer on a solitary beach – Franco Battiato (1981)

Le canzoni di Franco Battiato che raccontano l'estate sono diverse e tutte affrontano gli snodi emotivi e fisici della stagione in modi molto distanti. In ognuna, però, l'elemento nostalgico è sostanzialmente raddoppiato: da un lato il naturale magico senso di perdita nell'immediato futuro offerto dal sentimento del tempo estivo che, come abbiamo detto, è il fondamentale tratto comune delle canzone dell'estate, dall'altro una particolare forma di nostalgia della giovinezza che Battiato infila programmaticamente in tutti i suoi episodi musicali dedicati a questa stagione. Come pure in Mal d'Africa e ancora prima in Sequenze e Frequenze, anche in Summer on a solitary beach, l'autore si confronta con il ricordo delle estati in Sicilia, attraverso immagini o figure e situazioni che rianimano quel passato perduto.

Se dunque in Sequenze e frequenze era un quadretto di ricordi,

La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile.
Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare.
Ogni tanto passava una nave.
Ogni tanto passava una nave.

In Summer on a solitary beach è il minatore bruno il correlativo oggettivo di una nostalgia del passato, il minatore nelle cave di zolfo in Sicilia che al crepuscolo fa ritorno a casa dopo la giornata di lavoro.

Il pezzo si ambienta interamente su una spiaggia che ci porta nella stessa dimensione di On some faraway beach di Brian Eno. Qui sulla spiaggia solitaria, l’eco del cinema all’aperto, l’immagine nobile e fiabesca del Grand Hotel Seagull Magique costruiscono un immaginario che scorgiamo mentalmente più nuvoloso che scottato dal sole, un mondo di silenzio e sparuti rumori percepiti che accompagnano lentamente l’Io narrante in una sorta di progressiva perdita della coscienza di sé.

L’invocazione al mare di Battiato è uguale ma contraria alle invocazioni di stampo omerico. Qua, la richiesta, è quella di essere condotto lontano, per naufragare morbidamente nella culla delle onde, forse in un'interiorità ancora sconosciuta.

3 - Mare Mare – Luca Carboni (1992)

Estate come stagione dello spleen per eccellenza, stagione di promesse destinate a rivolgersi inevitabilmente in rimpianti. Il viaggio Bologna-Riccione con partenza in serata che Luca Carboni fa in questo suo incredibile successo del 1992, ne é l'esempio italiano migliore. In corsa sull'autostrada con la sua moto comprata quasi per l'occasione, usata ma tenuta bene, Carboni scende in riviera per raggiungere il suo amore ma, mentre viaggia, caffè dopo caffè, magmaticamente vede incrociarsi i soggetti rincorsi che si confondono: non è più chiaro se la meta finale sia la donna che forse lo aspetta al mare o, in modo più puro e alto, il mare stesso.

La donna che Carboni desidera raggiungere diventa in un istante tutte le ragazze belle del mare che l'autore aveva solo voglia di abbracciare come simbolicamente, in una stretta collettiva immersa nel sentimento dell'estate che scivola sul battito ritmico del pezzo destinato a perdersi all'orizzonte.

L'entusiasmo della rincorsa, infine, si assopisce, e si fa largo una domanda esistenziale, tanto stagionale quanto eterna: ma cosa son venuto a fare? In quel momento i soggetti si fondono definitivamente e la donna che Carboni desidera raggiungere diventa in un istante tutte le ragazze belle del mare che l'autore aveva solo voglia di abbracciare come simbolicamente, in una stretta collettiva immersa nel sentimento dell'estate che scivola sul battito ritmico del pezzo destinato a perdersi all'orizzonte.

 2 - Sapore di sale – Gino Paoli (1989)

Uscita nei juke box nel 1963 e scritta su una spiaggia isolata di Capo d'Orlando o, con più probabilità, sul ben più affollato litorale toscano, altezza Versilia, Sapore di sale non è solo il più fulgido evergreen della tradizione dell'estate italiana cantata ma anche una delle più straordinarie magie compiute nella storia della nostra musica.

Il sale, allora, non è soltanto quello del mare che rende gustose le giornate d'amore ma pure quello, assai meno gradevole, lasciato in bocca della maggior parte dei giorni, dalla routine grigia del tempo delle altre stagioni trascorse in città.

Un testo che non fa che arrotolarsi su sé stesso, definendo un'immagine precisa verso dopo verso: una donna e un uomo sono sdraiati sulla sabbia e, mentre lei fa avanti e indietro dall'acqua all'asciugamano alternando tuffi e baci al suo amante, lui sta fermo a guardarla ai piedi di un immaginario ombrellone e da lì vagheggia sui contrasti emotivi generati dal pensiero dell'inverno che arriverà a prendere il posto della loro estate. Il sale, allora, non è soltanto quello del mare che rende gustose le giornate d'amore ma pure quello, assai meno gradevole, lasciato in bocca della maggior parte dei giorni, dalla routine grigia del tempo delle altre stagioni trascorse in città, in una dimensione che contrasta con quella estiva. Una magia, si diceva, creata perlopiù intorno a un semplice giro di Do maggiore arrangiato con un'attenzione senza tempo capace di esaltare una semplicità compositiva destinata non solo a restare negli annali musicali del Paese ma a generare ancora oggi quel senso di stupore tipico delle opere magnificamente riuscite, autoconcluse e circolari. La vulgata romantica racconta che la protagonista femminile del brano, contenuto in uno dei tre migliori LP di Gino Paoli – Basta chiudere gli occhi – fosse la giovane Stefania Sandrelli.

1 - Azzurro – Adriano Celentano (1969)

“Il giorno in cui Celentano registrò ‘Azzurro’, portai a casa una copia del provino.
Era tardi, ma mia madre era ancora alzata. Andammo tutti e due in cucina e accesi il magnetofono. Mia madre si mise a piangere. Mi domando ancora adesso quanto ci fosse, in quelle lacrime, di passato o di futuro.”

(Paolo Conte)

La canzone più radicalmente italiana ed estiva che sia mai stata scritta esplode nei juke box nell'estate del 1968: non parla di mare e di spiagge ma racconta, a modo proprio, di sole e di amore; è una marcetta malinconica firmata da Paolo Conte su testo di Vito Pallavicini. La marcetta è, strutturalmente, in Italia, un'arteria fondamentale del sentimento della canzone ed è, per questo motivo, lo spazio di sicurezza che Conte decide dichiaratamente di concedersi, pur andando contro tutte le mode musicali del momento.

Azzurro è il dramma dell'estate, lo sfinimento estivo, l'impossibilità di accogliere alternative a una storia d'amore che se n'è andata e si è portata via tutte le risorse.

Fuori moda dunque, bizzarra, con un testo ricco di immagini destinate agli annali dell'italian songbook e in alcuni casi ancora indecifrabili ai più, Azzurro è l'estate in città, l'asfalto di un cortile battuto dal sole il cui confine è segnato dalle piante esotiche reali o vagheggiate. Soprattutto, però, Azzurro è il dramma dell'estate, lo sfinimento estivo, l'impossibilità di accogliere alternative a una storia d'amore che se n'è andata e si è portata via tutte le risorse del nostro Io narrante che però, nel proprio sfinimento, contro ogni aspettativa tipica della canzone, non vorrebbe neppure tornare dal proprio amore: il treno dei desideri e dei suoi pensieri va infatti in direzione contraria persino a quella della sua malinconia. In questo senso, allora, oltre a una non convenzionale canzone sull'estate, Azzurro sradica alcune leggi, allora inscalfibili, della canzone d'amore, introducendo la narrazione di un dolore nuovo in cui lontananza e vicinanza generano un analogo senso di sofferenza.

Illustrazione di Cinzia Zenocchini

Giulia Cavaliere

Nata nel 1985. Ha studiato Lettere all'Università di Pavia. Inizia a scrivere di cultura pop e canzoni nel 2010. Scrive su Rockit, Rolling Stone Italia, Il Mucchio Selvaggio, Il Primo Amore, Linkiesta cultura, Doppiozero, IL del Sole 24ore, Rivista Studio, Linus, The Towner. Suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti e su Research Milano (AgenziaX, Milano 2015).

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