MANZINI SENZA ROCCO SCHIAVONE: “GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE” LA VENDETTA È UN PIATTO CHE SI SERVE NEI MODI PIÙ STRANI...
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MANZINI SENZA ROCCO SCHIAVONE: “GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE” LA VENDETTA È UN PIATTO CHE SI SERVE NEI MODI PIÙ STRANI...

Ho letto tutte d’un fiato le 230 pagine di “Gli ultimi giorni di quiete”, il nuovo romanzo di Antonio Manzini (Sellerio, 14 euro). Pensavo che il titolo evocasse in qualche misura, a mo' di citazione, “La prima notte di quiete”, il tormentato film di Valerio Zurlini con Alain Delon al culmine della bellezza, 1972, ambientato sulla stessa costa adriatica, ma molto più su, in Romagna. Invece non c’entra per nulla.

Qui siamo in Abruzzo, tra Pescara e Tortoreto, e avrete capito che il vicequestore Rocco Schiavone stavolta non è della partita. Manzini, che nasce attore e drammaturgo, e da anni fa solo lo scrittore, lui preferisce dice “il narratore”, s’ispira a un fatto di cronaca realmente avvenuto e naturalmente ricreato alla sua maniera. Una storia dolorosa, devastante, di vendetta, benché vendetta particolare: costruita punto per punto, con feroce determinazione, ma per ottenere un risultato bizzarro, s’intende da non svelare.

Immagino che il romanzo sia già ai primi posti nella classifica delle vendite e certo Manzini, ormai abituato a macinare best-seller, non avrà bisogno di ulteriori elogi e riconoscimenti. Ma trovo che “Gli ultimi giorni di quiete” abbia la qualità di certi noir che pescano nelle strettoie dell’esistenza e nelle ulcerazioni dell’animo umano. Anche lo stile mi pare più meditato e rifinito del solito, diciamo un po’ meno “andante” e accattivante (con Schiavone ormai va sul sicuro); e se non escluderei una trasposizione cinematografica o televisiva, è pur vero che il romanzo riluce di vita propria, proprio per il ritmo tra energico e malinconico che l’autore riesce a imprimere alla sua “indagine”.

La vicenda in poche righe. L’infelice Nora, tornando a casa in treno da Ancona, è sicura di aver riconosciuto l’uomo che uccise, durante la rapina nella tabaccheria di famiglia, l’unico suo figlio: Corrado. L’assassino, Paolo Dainese, dovrebbe essere ancora in carcere, invece è lì, a pochi passi da lei. Dove vive? Perché è già libero? Che lavoro fa? Per Nora quella scoperta bruciante diventa un’ossessione, che non vorrebbe condividere col marito Pasquale, distrutto quanto lei dalla morte del figlio, pure incapace di rimettere insieme i pezzi del loro matrimonio.

Mi fermo qui, per non rovinare la sorpresa al lettore. Manzini contrappone i due punti di vista, quello di Nora che ha perso la voglia di vita e quello dell’omicida che sta provando a rifarsi una vita, facendo in modo che alla fine si intreccino, con esiti appunto impensabili, altamente drammatici.

Come spesso capita in questo tipo di storie criminali ambientate in una provincia insieme rassicurante e asprigna, linda e crudele, accarezzata dal vento di mare fuori stagione, il senso dell’ingiustizia subita si mischia all’impossibilità della redenzione: tutti i personaggi, stretti in una pena esistenziale tendente al livido, hanno ragione e torto, chi attacca e chi si difende, e il caso tragico, quello che Bob Dylan chiamava in una sua bellissima canzone “A simpe twist of fate”, fa il resto. Consiglio di leggere.

Michele Anselmi per SIAE

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