L'OSCAR INCORONA QUATTRO VOLTE “PARASITE" DI BONG JOON-HO. MENDES, TARANTINO E SCORSESE RESTANO A BOCCA ASCIUTTA
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L'OSCAR INCORONA QUATTRO VOLTE “PARASITE" DI BONG JOON-HO. MENDES, TARANTINO E SCORSESE RESTANO A BOCCA ASCIUTTA

Se è vero che in 92 anni mai l'Oscar aveva premiato, nella categoria più ambita, un film non girato in inglese, be’ allora la vittoria assoluta del sudcoreano “Parasite” suona davvero rivoluzionaria, o perlomeno sorprendente. Pensate: la commedia tragica di Bong Joon-ho, classe 1969, nato a Daegu, riporta a casa quattro statuette, di quelle pesanti: miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura originale, miglior film internazionale (un tempo si diceva straniero). Un plebiscito per l’estroso cineasta, molto caro ai cinefili ma fino a “Parasite” sconosciuto al grande pubblico internazionale. L’interessato ha detto sul palco che non se l’aspettava, pensava che i giochi fossero finiti con il premio per la migliore sceneggiatura originale, invece era solo l’inizio dei fuochi d’artificio. A quest’ora starà smaltendo la sbornia promessa.

Non saprei dire se il verdetto implichi un’esplicita scelta, come dire, “geopolitica”, di apertura all’Oriente, in chiave anti-europea. A occhio mi pare di no: “Parasite” ha colpito trasversalmente i giurati dell’Academy, e quando un film piace così tanto, a tutti, i premi vengono giù a cascata. Così è stato.

Se avete ascoltato la radio o consultato i siti dei quotidiani, saprete già che, sul versante delle interpretazioni, l’affermazione è stata tutta americana, per alcuni versi pure prevedibile: Renée Zellweger e Joaquin Phoenix migliori attori protagonisti rispettivamente per “Judy” e “Joker”; Laura Dern e Brad Pitt migliori attori non protagonisti rispettivamente per “Storia di un matrimonio” e “C’era una volta a… Hollywood”. I primi due si sono cimentati in prove estreme, di audace mimesi, tra dimagrimenti vistosi e gigionismi a effetto; i secondi due, invece, hanno più lavorato sui dialoghi, rifinendo i personaggi in una chiave più sottile. Certo non sarà contenta Scarlett Johansson, che figurava candidata in entrambe le categorie, per “Storia di un matrimonio” e “Jojo Rabbit”, e non ha beccato nulla. Sarà per un’altra volta.

Pare di capire che di fronte a “Parasite”, meravigliosa commedia tragica sui temi della lotta di classe e dell’insensatezza umana, tutti i favoriti della vigilia hanno dovuto inchinarsi. Solo tre Oscar tecnici per “1917” di Sam Mendes che i bookmaker davano sicuro (o quasi) vincitore nella sfida principale; così vale anche per Martin Scorsese e Quentin Tarantino, molto omaggiati e ringraziati dal palco, ma allegramente snobbati dai giurati per i loro “The Irishman” e “C’era una volta a… Hollywood”.

Certo, a stretto rigor di logica viene da chiedersi che cosa aggiunga la statuetta per il miglior film internazionale, tutto sommato una portata minore nel gran pranzo degli Oscar, a quella per il miglior film in assoluto. Ma votano giurie diverse, sicché “Parasite” è tornato ad essere il candidato indiscutibile, anche se “Dolor y Gloria” di Pedro Almodóvar non avrebbe sfigurato in quella categoria.

Date per scontate le nobili parole politiche pronunciate da Joaquin Phoenix e Brad Pitt in chiave anti-Trump, il primo in difesa di chi “non ha voce” sul versante dei diritti, del razzismo, della parità di genere, il secondo in difesa del senatore repubblicano John Bolton “silenziato” sulla vicenda dell’impeachment, bisogna riconoscere che il verdetto è risultato decisamente “maschile”. La povera Greta Gerwig neanche era finita nella cinquina dei registi benché il suo notevole “Piccole donne” concorresse nella categoria “miglior film”; per fortuna la 38enne islandese Hildur Ingveldardóttir Guðnadóttir, premiata per le musiche di “Joker”, ha dedicato la sua statuetta a tutte le donne che lavorano nel cinema e fanno, ogni giorno, la differenza.

PS. Resta un piccolo mistero per me l’assenza dalle due categorie principali di “Richard Jewell” by Clint Eastwood. L’avranno preso per un film “trumpiano”?

Michele Anselmi per Siae

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