Lo Status di Marracash
Vivaverdi
di Tommaso Naccari

Lo Status di Marracash

Un’intervista al rapper della Barona sulla nuova scena rap italiana

Quando agli inizi del  2015 Status faceva la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di dischi, la scena rap italiana era tutt’altra cosa rispetto a oggi. Non è un’esagerazione, come spesso accade nel parlare di dischi che sembrano dover lasciare il segno: oggi, a quasi due anni di distanza, lo dimostrano i fatti. Status è stato il primo di un trittico di dischi (insieme, nell’ordine, a Squallor di Fabri Fibra e Vero di Gué Pequeno) che hanno provocato una sorta di terremoto, permettendo a una nuova scena,  praticamente slegata dalla precedente, di emergere dalle macerie come mai era successo prima.

Marracash, durante questa trasformazione, è uscito con un disco in combo con Gué Pequeno, Santeria, che presto li vedrà in giro per l’Italia, e ha fatto (e visto) evolvere la sua label indipendente, Roccia Music, che vanta nel roster proprio uno dei volti della rivoluzione di cui sopra, ovvero Sfera Ebbasta.

Così, quando lo incontro negli uffici di Big Picture Mgmt, è naturale confrontarsi da subito sulla scena attuale, sia per quanto riguarda i rapper, sia per quanto riguarda il pubblico: “Con Santeria ho visto un ritorno dei ragazzini, e la stessa impressione l’ha avuta Cosimo (Gué Pequeno, ndr). Non sappiamo se sia per Santeria o per la scena in generale. L’anno in cui è uscito Status, in cui è uscito Vero, in cui è uscito Squallor, è stato davvero un momento di transizione e secondo me non è un caso che siamo usciti con tre dischi diversi ma che hanno qualcosa in comune. Evidentemente da parte di tutti c’era la voglia di dare un taglio netto, di mettere i puntini sulle i. È stato un anno davvero di passaggio, anche tra il vecchio e il nuovo”.

Non è un caso che io, Fabri Fibra e Gué Pequeno siamo usciti con tre dischi diversi ma che hanno qualcosa in comune. Evidentemente da parte di tutti c’era la voglia di dare un taglio netto, di mettere i puntini sulle i. È stato un anno davvero di passaggio, anche tra il vecchio e il nuovo

Un anno di passaggio, il 2016 — ovvero l’anno in cui i tre dischi sono stati metabolizzati — che ha visto l’emergere della prima, vera, nuova scena: “Tra la nostra generazione e quella dei vari Sfera, Ghali, Tedua, effettivamente c’è una generazione di mezzo: quella di un Fedez, per esempio, che però era un po’ psico-confusa. La giustificazione è che loro non erano davvero nuovi: erano un po’ derivativi rispetto a noi, però al tempo stesso erano più giovani. Poi sono arrivati i ragazzi con qualcosa di radicalmente nuovo: quindi sì, effettivamente c’è un gap, che in realtà c’è un po’ in tutto il mondo e un po’ in tutti i campi, non solo nel rap. I ventenni di adesso sono forse per la prima volta una generazione interamente nata su internet. Noi eravamo a cavallo, e questo cambia parecchio”.

E i ragazzi, come li chiama Marra, lentamente hanno fagocitato i numeri e una scena che probabilmente prima neanche esisteva, imponendo un immaginario e una visione del rap inedita, quantomeno in Italia, e ovviamente mutuata da altri paesi, come la Francia o gli Stati Uniti. Per chi in questa scena c’è da anni, rimanere al passo coi tempi può sembrare ostico, o addirittura una scelta azzardata, col rischio di sentirsi accusare, poi, di seguire semplicemente il filone. Così c’è chi, come Fibra, disgustato dallo squallore del successo, è uscito con un album dal suono ben preciso, quasi classico — seppur al passo coi tempi; chi invece decide di confrontarsi con la nuova ondata, come appunto Marracash e Gué Pequeno con Santeria: “Sì, considera che è normale che la roba vada sempre avanti, quindi con l’evoluzione ti ci devi misurare. Penso che con Santeria abbiamo preso anche loro, i nuovi ascoltatori, cosa che non so per esempio se a un Fibra sia riuscita. Il punto è banalmente rimanere. Secondo me con Santeria noi siamo rimasti. Ma non solo rimasti, perché vorrebbe dire quasi sopravvivere: secondo me abbiamo spaccato. Più passa il tempo, più il pubblico si rinnova. Quando arriva un rapper che fa qualcosa di nuovo e spacca, porta del pubblico nuovo che non c’era prima e che quindi ha iniziato ad ascoltare il rap grazie a lui, e che conosce lui e se ne frega di cosa c’era prima. Devi esserci in quel momento. Se la tua domanda era se si possa, con la scena di oggi, campare di rendita, la risposta è sicuramente no. Quindi, più che ridimensionare chi c’era prima, le nuove leve fanno sì che tu debba dimostrare sempre di esserci, e di essere al top. In questo momento è facile rimanere indietro.

Comunque, nei pezzi cosiddetti trap di Santeria, la nostra scrittura è rimasta la nostra scrittura: si vede che c’è un approccio alla scrittura di Sfera che è completamente diverso da quello che ho io, anche sullo stesso beat e anche con una forma se vuoi moderna.

Abbiamo rappato lento, abbiamo rappato veloce quando andava il rap veloce, abbiamo rappato spezzettato, abbiamo rappato in off-beats, abbiamo rappato in tutti i modi, ma perché è quello che deve fare un rapper: se cambia la forma, tu adatti la forma.

Io penso che sia anche la qualità che ha fatto sì che io e Cosimo avessimo una carriera così lunga, e il fatto che ci siamo sempre misurati con quello che andava in quel momento. Noi abbiamo rappato lento, abbiamo rappato veloce quando andava il rap veloce, abbiamo rappato spezzettato, abbiamo rappato in off-beats, abbiamo rappato in tutti i modi, ma perché è quello che deve fare un rapper secondo me: se cambia la forma, tu adatti la forma. Poi ovviamente mantieni la tua anima, il tuo contenuto, il tuo modo di scrivere, ma è giusto confrontarsi con quello che esiste oggi: la trovo una cosa naturale, non mi sembra neanche di fare qualcosa che non mi appartiene. Appartiene a me, a Cosimo. Appartiene anche a noi”.

Alla scena italiana, però, è bastata una parola (“trap”) per far sì che sia gli autori che gli spettatori si trovassero catapultati in una nuova dimensione. Esiste dunque una scena “trap”, contrapposta a una più canonica scena rap? “Considera che io ho cantato con l’autotune nel 2010: pensa a In Faccia: era già autotune, con una base che ai tempi non si chiamava trap, si chiamava south, ma cosa cambia? Queste sono solo etichette. Questa cosa della trap per me proprio non esiste, non esiste un genere trap. È uno slang, è come dire “swag”, è solo una parola. Non c’è la trap contrapposta al rap. Anche perché sennò uno come Drake cosa fa? Fa rap? Fa trap? Fa altro? Ci sono artisti come Young Thug che non ha mai detto di essere trap: ha un approccio tutto suo, canta. Non usa neanche l’autotune, se ci fai caso. Non esiste un canone che dice ‘questa roba è trap, questa roba no’. Non è che se usi l’autotune e canti sei trapper. Pensa a BMF di Rick Ross, o al remix di Gué Zona Uno: è trap? È trap adesso? Prima era trap? Quello che fa Gucci Mane, che è considerato il padre della trap, lo fa dal 2005. Nel 2003 T.I. faceva Trap Music. Trap è una parola che connota lo spaccio e il luogo di spaccio, non ha niente a che vedere con la musica. Io dunque vedo continuità, e c’è da dire che in America gli artisti che vendono di più rimangono comunque J. Cole, Kendrick Lamar, Drake: artisti che comunque il liricismo ce lo mettono ancora”.

Il liricismo è un concetto a cui Marracash tiene molto ed è probabilmente uno dei suoi punti di forza: tutta la scena riconosce al rapper della Barona la capacità di saper scrivere come pochi altri in Italia. La forza di Marracash è stata, per certi versi, anche la sua condanna: la sua scrittura complicata lo ha reso quasi ostico all’ascoltatore medio, che spesso lo apprezza di più nel featuring, nelle collaborazioni: “Non sei il primo che me lo dice, secondo me è dovuto al fatto che magari sono più leggero quando scrivo i featuring. Non è bello per me, però evidentemente la gente vuole questo. Effettivamente un disco come Santeria, dove le basi e gli argomenti sono più canonici e dove comunque, per quanto fatto al top, si resta dentro i canoni del rap, arriva più facilmente alle persone. E questo succede anche in Status, cioè nei pezzi più riconducibili a cose che la gente ha già sentito e che già conosce. Poi se siano meglio o no non saprei”.

In Status c’era un lavoro di ricerca, di argomenti: è stato un processo catartico, guardarsi dentro e trovare delle cose da dire che riguardassero più Fabio che Marracash

Prima di Santeria, scritto in meno di un anno, c’era stato Status, un disco di lunga gestazione – quasi quattro anni – in un periodo critico per il rap italiano: si passava dal boom di pubblico seguito all’esposizione mediatica data dalla presenza di rapper a talent show come Amici, al fisiologico calo dei numeri gonfiati dalla sovra-esposizione. Tra l’ultimo disco solista e il disco in combo, oltre al periodo di gestazione, cambia lo stile di scrittura: “Innanzitutto c’è un effort diverso, nel senso che Santeria essendo un disco in combo entra meno nel personale, sia come idee e proposte che come coinvolgimento emotivo. In Status c’era un lavoro di ricerca, di argomenti: è stato un processo catartico:  guardarsi dentro e trovare delle cose da dire che riguardassero Fabio più che Marracash. Per quanto riguarda Santeria siamo proprio Marracash e Gué Pequeno, c’è molto meno di personale. È stato un disco che ho scritto con più leggerezza, più divertito e quindi anche più semplice da fare”.

A due anni di distanza Status rimane ancora un esempio da citare, proprio per il suo approccio personale e catartico. Il mercato discografico è oggi però difficilmente intelligibile. Dunque, è possibile che un disco scritto, per stessa ammissione degli autori,  in maniera più divertita rischi di incidere meno sulla memoria collettiva? “Questo non lo so, la durata dei dischi, oggi come oggi, è difficile da intuire: non so quale sia la fruizione delle persone, quanti dischi restino e che cosa succeda; però no, non credo onestamente. Un disco si lega alle persone per le emozioni che dà, non solo per gli argomenti. Magari ti fa riflettere meno, ti apre meno dubbi, crea meno discussione, ma ti si può attaccare anche una canzone frivola, estiva, se la associ a quell’esperienza, a quell’estate. Quindi per me no, non è un aspetto che ha necessariamente valore”.

E se si parla di mercato discografico, non si può non parlare di major, di etichette, con le quali il rapporto di Marracash è un catulliano odi et amo: “Un’etichetta oggi serve, banalmente, perché hai qualcuno che mette dei soldi per te, soldi che ti consentono di compiere il tuo progetto fino in fondo per come lo hai in mente; e poi, soprattutto, ti mette a disposizione delle persone che lavorano per te, e questo sembra poco, ma in un paese come l’Italia – a differenza della Francia, dove ci sono molti più indipendenti già da tempo – è difficile trovare persone qualificate. Ho sogni di indipendenza da parecchio tempo, ma alla fine ho da poco rinnovato con Universal per altri tre album, perché pensandoci bene in Italia hai bisogno di una major anche solo per avere qualcuno che mandi una mail al tuo posto: non riesci a trovare persone che ti aiutino al di fuori di quel contesto. Shablo è l’unica persona che ho trovato utile in tal senso, per il resto ho fatto fatica. Ma non solo io: uno come Salmo, che si professa indipendente, poi è finito in Sony, nonostante il valore primo di Machete fosse l’indipendenza. In realtà per costruire da soli e per essere competitivi con loro manca proprio il capitale umano. È solo un fatto di persone qualificate, per cui alla fine qui è tutto talmente più piccolo che una major è un’indipendente, questa è la verità: la major è Amici, o X-Factor o Sanremo. È per questo che non ci sono etichette indipendenti forti, piccole, che facciano dei grandi successi. È interessante vedere se Ghali ce la farà, se sarà davvero il primo”.

Per quanto riguarda la discografia è un grande momento di transizione: aspetto solo di vedere il primo artista che uscirà davvero indipendente, che ancora non c’è

Accanto al suo percorso d’artista, Marracash ha sfogato la sua “voglia d’indipendenza” creando, insieme a Shablo, una crew che oggi è quasi un’etichetta: “Il mio intento iniziale con Roccia era un po’ romantico, poi ti scontri con la realtà: si parla sempre di business, quindi, per quanto si possano creare dei rapporti personali, sono difficili da mantenere ed è difficile che siano veri fino in fondo. Alla fine della fiera è sempre meglio incentrare tutto sul lavoro: è più autentico così piuttosto che cercare di fare qualcosa che poi è difficile mantenere. Però credo che il progetto si possa ancora evolvere, perché no? Stiamo capendo anche con Shablo che direzione dargli. È strano, perché anche per quanto riguarda la discografia è un grande momento di transizione: aspetto solo di vedere il primo artista che uscirà davvero indipendente, che ancora non c’è. Forse sarà Ghali, e secondo me sarà rivoluzionario, perché sposterà parecchi equilibri, quindi per noi potrebbe essere il passo per diventare una vera e propria etichetta.

Già con Sfera si poteva fare questo discorso, tentare una completa auto-produzione senza passare da Universal. Forse era prematuro, forse no e saremmo stati i primi. Chi lo sa? Però secondo me il futuro è quello.

All’estero ci sono gruppi di successo che non passano dalle major. I PNL hanno rifiutato cifre clamorosamente grandi della major, tipo 600mila euro”.

Il rap è cambiato: era un genere fortemente macho e legato alla credibilità. Adesso invece è proprio il contrario: la credibilità non ha nessuna importanza, nessuno si pone il problema che quello che dici sia vero. La storia si è presa una rivincita sul rap totale, ha ribaltato il genere come un calzino.

La questione interessante, quindi, è capire come viva tutto il movimento rap — attuale e non —: chi, sia come artista, sia con un ruolo manageriale, vive volente o nolente questa scena quotidianamente. “Il rap effettivamente è cambiato, quasi in un contrappasso dantesco: se ci pensi era un genere fortemente macho, fortemente legato alla credibilità. Adesso invece è proprio il contrario: la credibilità non ha nessuna importanza. Hai visto quel tipo asiatico, Rich Chigga: dice di ammazzare la gente per vivere, di sparare, e in realtà è un sedicenne, anche abbastanza tranquillo. Nessuno si pone il problema se quello che dice sia vero o no, e non è neanche in discussione il fatto che ovviamente non sia vero, ma non interessa a nessuno. Il machismo ormai è crollato, addirittura c’è un immaginario di cuoricini, bacini, di omosessualità, alla fine. La storia si è presa una rivincita sul rap totale, ha ribaltato il genere come un calzino. È una constatazione. Anche da un punto di vista musicale: ci sono degli americani che non fanno rime o che comunque non vanno a tempo. Lil Uzi Vert a volte è completamente fuori tempo: ovvio che al mio orecchio suoni strano, non so quanto mi gasi. Il valore vero del movimento lo capiremo quando qualcuno di questi artisti uscirà con un vero e proprio progetto discografico: se ci pensi Young Thug non ha mai realizzato un vero e proprio album, ma solo mixtape, street album, prodotti fruibili solo su internet. È difficile misurare il valore di qualcosa che rimane solo online.

Non c’è una regola, un canone. Poi, nel momento in cui una cosa suona male, tu puoi dirmi quello che vuoi: che sei un punk, che sei drill, che sei trap: ma se suoni male, suoni male e basta

Ho visto da poco un’intervista di Ebro a Lil Yachty, è un’intervista in cui parlano tanto di quello di cui abbiamo parlato noi, il mumble rap: lui diceva che odia questa definizione e rinnegava un po’ tutto. Il gioco di molti è dire ‘Io non sono un rapper’. Però se tu non sei un rapper perché sei da Ebro? Anche i DPG dicono ‘noi non siamo rapper’, però, che tu lo voglia o no, se ti abbeveri alla fonte del rap sei un rapper. Poi guarda, quest’approccio ‘io non sono un rapper’ lo avevano anche i Dogo, l’avevo anche io: è l’approccio del newcomer che arriva e dice ‘no io non c’entro niente con voi’. Poi dopo 5 anni, o 3 anni, o 2 anni, o 1 anno, vieni inglobato da quel mondo, e alla fine sei rapper a tutti gli effetti. È comunque un’attitudine giusta, quella di voler prendere le distanze da ciò che c’era prima: quando sono arrivato non mi sentivo come i Colle Der Fomento, non avevo niente da spartire con loro. Mi stupisce il pubblico, che in tutto questo fa davvero fatica: rap, trap, non rap. È giusto o legittimo che quello non vada a tempo perché non è trap, ma è drill, però non ha senso. Devi andare a tempo. È come se dicessi ‘io suono la chitarra perché sono punk’: può funzionare, finché  la tua roba funziona e trasmette qualcosa non c’è una regola, un canone. Poi, nel momento in cui una cosa suona male, tu puoi dirmi quello che vuoi: che sei un punk, che sei drill, che sei trap: ma se suoni male, suoni male e basta”.

E non c’è una regola, questo è chiaro, ma se anche ci fosse, sicuramente Marracash sarebbe pronto a sovvertirla, mischiando per l’ennesima volta le carte sul tavolo. Definitivamente, per quanto il rap lo consenta.

Tommaso Naccari

Classe 1994, scrive per VICE e non solo. Dal 2015 è uno dei co-fondatori del magazine di rap e cultura FOUR DOMINO.

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