LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: THE ZERO THEOREM
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: THE ZERO THEOREM

Seguo con simpatia e anche con curiosità il regista americano Terry Gilliam, a cominciare dalla fine degli anni '70 quando si è temporaneamente trasferito in Inghilterra per offrire al cinema quella mirabolante impresa che sono stati i Monty Python che ha certamente lasciato un segno nel cinema comico anglosassone. Ha proseguito, con maggior pessimismo su questa strada dal punto di vista dei temi facendo sempre più sfoggio dei concetti negativi che aveva sul mondo e, dal punto di vista delle immagini, imponendosi con una visionarietà suggestiva che faceva immediatamente riconoscere un suo film per la dovizia di trovate visive, per i ritmi spesso sfrenati, per le tensioni clownesche cui riusciva a piegare le psicologie dei suoi personaggi più in primo piano.

Ricordo Brazil in cui il suo estro e la fantasia dirompente avevano modo di esplodere da ogni punto di vista, come di lì a poco sarebbe stato L'esercito delle dodici scimmie, visto alla Mostra di Venezia del 1996, facendoci rimanere addirittura sbalorditi per la frenesia del montaggio e per le fiammate ad ogni svolta di tutto quello che veniva proposto.

Adesso arriva, nelle nostre sale, anche The Zero Theorem: gli spettatori che non hanno dimestichezza con Gilliam ne saranno prima stupefatti e poi sconcertati, quelli invece che, come me, lo seguono fin dai suoi lontani esordi vi troveranno una conseguenza narrativa e stilistica di prim'ordine.

Siamo in un futuro, del resto spesso Gilliam si è mostrato intento a giocare con la fantascienza, il titolo sta a indicare una ricerca scientifica di cui viene incaricato un impiegatuccio però molto informato sullla cibernetica. Deve riuscire a dimostrare l'indimostrabile, trovando la prova matematica che la vita degli uomini non ha alcun senso.

Questo lo spunto, Gilliam però non lo segue ragionando come ci si potrebbe attendere quando è di scena un teorema che si vorrebbe riuscire a dimostrare, affastella invece personaggi spesso abnormi, situazioni non chiare o non chiarite fino in fondo, con il gusto di stupire e in qualche occasione anche un po'di spaventare.

Si va avanti con questi dati, ai personaggi presentati prima se ne aggiungono dei nuovi, i loro rapporti quando si incontrano diventano incandescenti ma quello cui Gilliam tende non è tanto la rappresentazione di uno scontro fra i personaggi quanto la possibilità di imporre a piene mani una ironia che non risparmia nessuno, come, un esempio per tutti, quello dello psicanalista portatile o, in quella folla di riti e di fedi religiose, il culto improvviso e non certo atteso propagandato dalla chiesa di Batman redentore mentre attorno la folla oltre a commentare le situazioni si agita investiti da clown con cui si vorrebbe implicitamente indicare la vacuità del futuro della nostra umanità.

Segnalo, perchè più vicino alla follia che non alla ragione, un raduno cui partecipa una folla quasi oceanica composta però da monadi che non possono comunicare fra loro anche perchè provvisti di auricolari che trasmettono in abbondanza altri suoni, altre parole, altri concetti.

Related