LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: L'ABBIAMO FATTA GROSSA
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LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: L'ABBIAMO FATTA GROSSA

Nel cinema, soprattutto se comico, hanno di solito molta fortuna i duetti, le coppie. Il primo esempio, e anche il più clamoroso, ce l’hanno dato, negli anni Trenta e Quaranta Stanlio e Ollio , e cioè Stan Laurel e Oliver Hardy inventori di una comicità che si addiceva fino in fondo alle loro personalità diventate via via, con il passar degli anni, un classico oggetto di culto nell’ambito del cinema non solo americano. Oggi Carlo Verdone che con grande autonomia li ha spesso riecheggiati, li riecheggia -ma sempre con una creatività tutta propria- facendo coppia a sua volta con un attore comico suo pari, anche lui italiano, Antonio Albanese. Un’ottima idea, un’intuizione felice. Sono diversi, forse con caratteri opposti, ma anche per questo, reciprocamente si danno tutto quello di cui l’uno e l’altro sono privi, raggiungendo un tipo di comicità che non è priva di niente, sfumature, sottigliezze, note alte o sommesse, sorprese clamorose e perfino, delle coloratissime gag che stemperano un sospetto di malinconia presente qua e la tra le pieghe di una buffa avventura a due cui Verdone, come sceneggiatore e regista, ha posto mano con sapienza e furbizia. Un’avventura che accentua intenzionalmente le disparità dei due personaggi. Verdone, infatti, veste i panni di uno scalcinatissimo investigatore privato e vive in casa di una vecchia zia vedova. Albanese è un attore di teatro che, piantato dalla moglie, va da Verdone per scoprire, suo tramite, chi sia quel possibile amante, per favorirne poi, eventualmente, un confronto pacificatore. Accade però che mentre i due si agitano attorno a quel problema –l’attore, poverissimo, sempre pronto a lesinare i soldi, l’investigatore, altrettanto povero, deciso a chiederne sempre di più- trovino per caso una valigetta in cui, infilati ben in ordine, fanno bella mostra di sé dei biglietti da 500 euro che corrispondono alla bella cifra di un milione. Passato il primo stupore, l’investigatore, rispettoso anche per la sua professione della legge, propone di andare subito dai carabinieri per consegnare tutto quel denaro, mentre l’attore più pratico è in totale disaccordo e dice invece che quel milione preferirebbe dividerselo fra loro. In quella, però, con autentico terrore dei due, si fa avanti il vero proprietario del denaro che non è un tipo qualunque, ma un terribile boss attorniato da gregari altrettanto terribili che spingono subito i due ad evitarli con una fuga rocambolesca. Qui quella che sembrava una commedia in linea con quel pessimo titolo italiano di un bel film di Truffaut (Dopo tutto è questione di corna), diventa un thriller con contorno di gangster, di rapimenti e di agguati. In aggiunta, una sorpresa finale in un equilibrio tutto pepe fra la polemica sociale e degli astuti ammiccamenti politici.

Il tutto per divertire, con amabilissimi risultati, non solo per quella storia prodiga di occasioni per franche risate, ma per la recitazione dei due, ciascuno per proprio conto intenti non solo ai giochi loro abituali ma anche a gustosissime improvvisazioni quasi l’uno le suggerisse all’altro. Con amichevole rivalità.

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