LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: LA PAZZA GIOIA
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LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: LA PAZZA GIOIA

Quasi ad ogni film, Paolo Virzì, continua a proporsi come uno degli autori più significativi del nostro cinema. Basterebbero a confermarlo dei film che quasi dai suoi esordi rappresentano anche delle tappe molto importanti nel cammino felice del cinema italiano, da “Ferie d’agosto” nel ’95, a “Ovosodo” nel ’97, a “Tutta la vita davanti” nel 2008, a “La prima cosa bella”, nel 2012, al recente e festeggiatissimo “Il capitale umano”. Arrivando adesso a questa “Pazza gioia”, felicemente ambientato nella sua Toscana, mai vernacola semmai molto intimista, che riassume in....tanti dei suoi meriti, sia da un punto di vista narrativo sia finemente stilistico.

Al centro due donne, Beatrice e Donatella. Sono quasi l'opposto l’una dell'altra. Beatrice è molto estroversa, declama intenzionalmente un cognome doppio quasi a vantare ascendenze nobiliari, giudica con autorità  tutto e tutti, Donatella, al contrario, è cupa, è depressa e quasi si nasconde.

Virzì, con l’insolita (per lui) collaborazione al testo di Francesca Archibugi, dopo averci presentato le due donne, a poco a poco ce ne chiarisce i contorni avendo prioritariamente fatto intendere che la cornice in cui si svolge la vicenda è una bella villa nel cuore della campagna toscana destinata adesso a ricoverare una popolazione femminile affetta da vari disturbi psichici, non tardando poi a farci capire, anche sottolineandone certi comportamenti, che Beatrice e Donatella appartengono di diritto a quel gruppo, indicandocene presto i disturbi e poi anche le occasioni che le hanno condotte lì, evidenziando i casi che una più dell'altra le hanno ferite sconvolgendo la vita a se stesse ma anche agli altri. Basta che quella fuga dall'ospedale, improvvisata lì per lì con una euforia quasi adolescenziale (la “pazza gioia”) le faccia accogliere di nuovo negli ambienti familiari da cui sono state espulse perché vengano alla luce i più riposti segreti di Beatrice (finanziari) di Donatella (delittuosi) e tutto si indirizzi verso l'unico finale possibile, pessimistico e amaro.

Virzì, con Francesca Archibugi, attorno a questi casi ha costruito una storia fitta di sottili chiaroscuri in cui le psicologie di ciascuno sono sempre sottilmente analizzate perché ne scaturisca un clima che, pur asciutto, favorisce l'emozione ad ogni suo risvolto, e attorno lo stile di regia alterni con meditata sapienza il dramma e la commedia, le tensioni e le pause, mentre la luce generosamente diffusa su ogni momento dell'azione trascorre sicura dal solare al plumbeo grazie anche alla magia eterna dei panorami toscani.

Vi corrispondono due attrici tra le migliori del cinema italiano di oggi, Valeria Bruni Tedeschi sempre su di giri, Micaela Ramazzotti, sempre imbronciata, dolorosa e depressa. Un duetto da non dimenticare.

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