LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: FUOCOAMMARE
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LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: FUOCOAMMARE

Uno degli autori che in questi ultimi anni si è aperto spazi di prestigio nel cinema italiano è stato di certo il documentarista Gianfranco Rosi. L’avevo scoperto a una Mostra di Venezia dove, con il film-documentario Sacro Gra, aveva vinto il Leone d’oro, con un primato assoluto che riconosceva al documentario gli stessi diritti che detengono i film di finzione. Non sapevo niente di lui ma presto, informandomi, ho saputo di altri documentari significativi nella sua carriera. Uno è realizzato in Messico, su un narcotrafficante, El Sicario, anche quello premiato a Venezia dalla Critica Internazionale (Fipresci), preceduto da un altro, Below Sea Level, in California, egualmente premiato in vari festival.

La riconferma adesso con questo Fuocoammare, premiato con un altro Primo Premio, l’Orso d’oro del Festival di Berlino. Con le stesse qualità dei suoi altri film, ma questa volta costruito su una realtà di cui tutti sentiamo parlare ogni giorno, quella dei tanti migranti che attraversano il mare, spesso morendovi, per fuggire dalla disperazione delle stragi nei loro Paesi e dalla fame e dalle persecuzioni.

Però nel film queste stragi non si incontrano (già viste del resto in abbondanza nei telegiornali) ma si privilegiano invece quelli che, sfuggiti alle stragi, in mare, in terra, vengono accolti in quella ritenuta ormai la prima tappa dell’Europa, la nostra isola di Lampedusa non a caso scelta da Papa Francesco per la sua prima visita pastorale e non a caso, proprio in questi giorni, candidata da molta gente seria d’ogni paese, al premio Nobel per la Pace.

I lampedusani, perciò. In primo piano un bambino di dodici anni che gioca, prende di mira con la sua fionda i fichi d’india e scopre a poco a poco quello che succede nei centri d’accoglienza della sua isola, i tanti arrivi quotidiani di quegli stranieri che, spesso disperati, chiedono aiuto. Affianca quel bambino un medico delle ASL, il dottor Bartolo, da anni sull’isola e pronto adesso a mettere al servizio della medicina i tanti migranti, uomini, donne, bambini, che hanno urgenza delle sue cure.

Non è un “personaggio” è una persona vera come tutti quelli che gli sono intorno che perciò hanno diritto ai propri veri nomi nei titoli di coda del film.

Un ritorno al realismo di cronaca. Che però, ancora una volta, sa vestirsi di poesia.

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