LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: ERA D'ESTATE
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

LE RECENSIONI DI GIAN LUIGI RONDI: ERA D'ESTATE

Falcone e Borsellino. Vivi, insieme alle loro famiglie, mogli e figli. Ospitati nella foresteria del carcere di massima sicurezza all’Asinara perché all’Ucciardone i carabinieri avevano sentito che la mafia stava preparando un attentato per eliminarli tutti, familiari compresi. Ecco così le due famiglie a loro volta in un carcere, strettamente sorvegliate e quasi nell’impossibilità di muoversi, una condizione particolarmente dura per i due giudici che a Palermo stavano redigendo l’ordinanza-sentenza del loro processo poi diventato famoso che riuscirà a dimostrare definitivamente l’esistenza della mafia persino con un nome, “Cosa Nostra”…

Fiorella Infascelli che, a vario titolo, si è gia aperta spazi molto convincenti nel nostro cinema, è partita da questo spunto con Era d’estate, per immaginare le vicende delle due famiglie durante quel loro soggiorno obbligato su quell’isola: Falcone e Borsellino che, privi per prudenza di qualsiasi comunicazione con l’esterno, tentano i primi giorni inutilmente di farsi inviare i tanti faldoni, rimasti a Palermo in Procura, con la documentazione necessaria per continuare il loro lavoro che proseguirà alacremente una volta raggiunto il loro scopo. Ma è estate, attorno a quell’isola c’è un mare che invita a tuffarsi e i giovani non si fanno pregare, un po’ più in la imitati dai genitori anche se il più restio è sempre Falcone. Poi c’è la figlia di Borsellino, che in quella situazione deperisce a tal segno che il padre, contravvenendo alle disposizioni ricevute, torna con lei qualche giorno a Palermo per cure mediche mentre un suo figlio si allontanerà dai familiari per “vedere l’isola”.

Ne seguono, per tutti, momenti di panico, ma non è questo panico il solo sentimento che pesa su quel soggiorno. Siamo nell’85 ma anche se il funesto ’92 è segnalato solo nei titoli di coda, è presente senza quasi soste durante tutta l’azione e non solo quando i due giudici immaginano, quasi profetici, la loro morte, ma perché l’intera vicenda, anche un’allegra colazione tra il verde, anche una nuotata in quel mare, sa sempre di morte, trasforma in incubo ogni pausa, tinge di nero (non solo da un punto di vista di quelle immagini, in cui il sole è spesso visto al tramonto) tutto quello che ci viene proposto, certo –sapendo tutti tutto- con brividi di sensazioni soggettive, pur ammettendo che –anche oggettivamente- la nitida regia di Fiorella Infascelli raggiunge questi effetti con dolorose tensioni.

Fra gli altri suoi meriti, il non aver cercato, per i protagonisti, delle componenti di somiglianza: Massimo Popolizio e Giuseppe Fiorello come Falcone e Borsellino sono autentici e veri anche se non somigliano ai loro modelli la cui memoria tutti abbiamo nel cuore. Sempre con un nodo alla gola.