LE NUOVE GEOGRAFIE DELLA DANZA
Vivaverdi
di Lucia Cominoli

LE NUOVE GEOGRAFIE DELLA DANZA

Un excursus sul Danae Festival di Milano con il coreografo e direttore artistico Attilio Nicoli Cristiani

Mercati, scuole, palestre, showroom, periferie. La storia della danza italiana degli ultimi anni passa senza dubbio anche da qui, dagli spazi urbani che compongono il tessuto architettonico ed emotivo delle nostre città: spazi di volta in volta invasi e ricreati da atti performativi site-specific in cui l'osservazione, l'iterazione e il vissuto dei corpi accompagna la riflessione sul quotidiano e le sue rappresentazioni.

Quel che ne resta è l'eco di una voce inconscia, critica e contradditoria, palesata per lo più in coreografie-azioni intime e sperimentali, che fanno della ricerca sul campo il terreno di incontro  con l'altro, mentre il confronto con le nuove tecnologie ne fonda la gran parte delle cifre stilistiche.

Su questa scia, così come è accaduto per il Festival Movimenti Urbani di Palermo e il Festival Danza Urbana di Bologna, il Danae Festival di Milano, giunto ormai alla sua diciottesima edizione, ha presentato un ricco calendario di spettacoli e performances nazionali e internazionali, che, oltre ai luoghi, ha messo al centro del racconto le biografie dei protagonisti di pari passo con il dato autobiografico degli artisti.

Vincitore nel 2009 del Premio Hystrio-Provincia di Milano, Danae, che ha mantenuto la direzione artistica della compagnia del Teatro delle Moire, si è confermato un festival attento al coinvolgimento dei pubblici, spaziando tra spettacoli dalla fruizione immediata e accessibili a tutte le età ad altri più articolati e pensati per un pubblico esperto, già legato per professione o inclinazione al linguaggio contemporaneo.

"Il lavoro dei coreografi e dei performer del Danae ha attraversato narrazioni e immagini estremamente variegate fra loro, riconducendoci sempre e comunque alla nostra presenza di esseri umani, pervasi da fragilità e incertezze ma pur sempre radicati nell'azione"

Comun denominatore del festival è il desiderio di trattare tematiche di interesse collettivo, la volontà di costruire insieme un dialogo a più voci, a partire dai corpi: dalla loro bellezza non convenzionale, dalle loro potenzialità e caducità.

Chi con ironia e leggerezza, chi mettendo alla prova i propri limiti e le proprie risorse, i coreografi e i performer del Danae hanno attraversato, con i propri lavori, narrazioni e immagini estremamente variegate fra loro, riconducendoci sempre e comunque alla nostra presenza di esseri umani, pervasi da fragilità e incertezze ma pur sempre radicati nell'azione, nello spazio-tempo del qui e dell'ora.

Mentre il Festival di quest'anno si avvia verso la conclusione, abbiamo chiesto a Attilio Nicolini Cristiani, coreografo del Teatro delle Moire e direttore artistico del progetto insieme a Alessandra De Santis, di offrire un breve bilancio sull'edizione uscente, con un focus su Vous êtes pleine de désespoir-Una sirena, lo spettacolo che chiuderà ufficialmente Danae: un'appendice e un gran finale, prima assoluta nata dal connubio creativo delle Moire con l'attore e danzatore Alessandro Bedosti.

Dovendo scegliere una parola per contraddistinguere gli esiti di questa edizione del Danae Festival rispetto alle precedenti, o rispetto ad altri festival, quale sceglierebbe?

Userei la parola “partecipazione”, perché questa edizione è stata davvero segnata da una grandissima partecipazione da parte del pubblico; pubblico che ha aderito a proposte molto diverse, differenziate nei loro linguaggi, modalità e luoghi. Si è trattato di un pubblico che in buona parte ha seguito l’intero festival, ma che ci ha anche concesso un grande ricambio: c'è chi ha riempito i teatri, e chi invece ha preferito scegliere opere più performative e spazi inusuali.

C'è stata la possibilità, in questo modo, di intercettare un largo numero di presenze a proposte che hanno tutte riguardato la ricerca e la sperimentazione, secondo quello che è sempre stato l'obiettivo di fondo del Danae.

"Il disegno artistico che abbiamo tracciato è stato un disegno diversificato: abbiamo scelto artisti molto diversi tra loro, accomunati semplicemente dal loro lavoro nell'ambito della ricerca"

Rientrando nel merito dei contenuti, posso dire che anche il disegno artistico che abbiamo tracciato è stato un disegno diversificato: abbiamo scelto, cioè, artisti molto diversi tra loro, accomunati semplicemente dal loro lavoro nell'ambito della ricerca – un cappello che racchiude, e ha effettivamente racchiuso, di tutto. Da spettacoli pour public, aperti ad adulti e a bambini, a progetti per loro natura più selettivi che utilizzavano linguaggi, codici e forme espressive più articolate.

In questa molteplicità di proposte è emerso un filo conduttore?

Sicuramente l'aspetto autobiografico e biografico, una sorta di filo rosso che ha tessuto l'intera durata del festival. Ci sono stati spettacoli dove è emerso fortemente un dato di autobiografia dell'autore stesso, fino a diventare parte della drammaturgia dello spettacolo. Al contempo ci sono stati altri spettacoli che hanno attinto alla biografia del quotidiano, quella di persone qualunque, a vite che non hanno nulla di straordinario, a persone che sono come noi e in cui è facile riconoscersi.

Tra gli artisti che hanno lavorato in questa direzione c'è sicuramente Salvo Lombardo, la cui ricerca sul gesto quotidiano nei luoghi pubblici è durata diversi anni. I suoi sono luoghi di creazione pubblica, che ha ridisegnato con il proprio lavoro e dove lo spettacolo finale diventa una coreografia composta di gestualità raccolte dalla strada.

Silvia Gribaudo, invece, coreografa ormai avviata, ha portato in scena al Teatro Out-Off un corpo quotidiano, quello di una persona che ha superato i sessant’anni, e uno femminile, fuori peso. Silvia lavora spesso con corpi “fuori”, fuori cioè dall'ordinario e dai canoni di bellezza: i suoi corpi di donne sono segnati dalla maternità e dalla vita, e per questo portano con sé forme diverse. Questo diventa il cuore pulsante del lavoro di Silvia, il punto focale che permette al pubblico di entrare in empatia immediata con ciò che accade sulla scena.

Salvo Lombardo e Silvia Gribaudo, benché in luoghi e con modalità diverse, hanno messo al centro il corpo come pagina bianca del racconto. Ci sono artisti che oggi provano ad affiancare altri mezzi alla coreografia?

Sì, senz'altro: molte opere hanno spaziato nell'ambito della performance in senso lato, anche se il corpo resta in un qualche modo protagonista. Penso al bellissimo lavoro di Zimmerfrei, Family Affair, legato al tema della famiglia, in cui il gruppo ha usato un linguaggio ibrido, come suo uso. Uno spettacolo che definirei un “documentario dal vivo”, dall'essenza multimediale, sospeso tra suono, audio e corpo grazie alla presentazione di estratti di video di nuclei familiari milanesi che hanno aderito al progetto. Per quindici giorni, infatti, hanno lavorato insieme per mettere in scena un'opera che trasmetta la sensazione di entrare in una casa, di sedersi nella platea del Teatro La Cucina di Olinda e trovarsi di fronte a una situazione estremamente quotidiana, con i bambini intorno, senza che nulla fosse forzato dalla rappresentazione. Le persone presenti non dovevano recitare, ma semplicemente essere loro stesse e giocare con materiali spesso recuperati da loro stessi, in un susseguirsi di testimonianze, racconti e interviste.

In altri lavori, come quello di Filippo Ceredi e Alessandro Bosetti, il segno autobiografico è marcato in maniera ancora differente. Si tratta di due autori provenienti non dall'arte performativa, ma dal video e dal suono – videomaker il primo e musicista il secondo. Ceredi e Bosetti si sono avvicinati alla performance con i propri mezzi espressivi, portando la propria storia familiare. Una storia dolorosa, nel caso di Filippo, mentre quasi leggera nel caso di Alessandro, ma pur sempre segnata da un abbandono: un allontanamento della madre dalla famiglia che l'autore ha rielaborato, negli anni, in maniera allegra e giocosa, benché l'avesse profondamente segnato nell'infanzia.

Ci raccontava come la partecipazione del pubblico in tutte le sue sfaccettature stia diventando sempre più fondamentale nell'esperienza performativa del Danae. Si potrebbe dire che in alcuni casi è davvero tutt'uno con lo spettacolo. C'è stato, in questo senso, un momento d'interazione per lei particolarmente significativo?

Ce ne sono stati tanti. Forse quello che ricordo con maggiore emozione è legato a un incontro inatteso. Davide Tidoni è un artista che si occupa di sperimentazione sonora: abbiamo instaurato un dialogo ricco, e anche complicato, per trovare i luoghi adatti a realizzare le sue performance, tutte caratterizzate da un carattere clandestino. Avvengono “di nascosto”, il più delle volte la notte. Quella della clandestinità è una dimensione che abbiamo vissuto per l'intera durata del Festival.

Nelle performance di Davide ci siamo ritrovati a identificarci in un raggruppamento di persone che – davvero un po' clandestinamente – si mettevano d’accordo telefonicamente e si riunivano in luoghi periferici della città, per poi incamminarsi con lui nell'esplorazione di questi luoghi inquietanti, ma forse anche per questo magnifici. È stata una di queste occasioni a colpirmi particolarmente.

"Credo che un festival, in particolare un festival di danza, debba provare a entrare altrove: non solo nei luoghi del quotidiano ma anche in spazi urbani dedicati all'arte, al di là dello specifico teatrale"

Davide lavora spesso con fuochi d'artificio e petardi: elementi che suonano e risuonano, che deflagrano nello spazio a livello sonoro. Non si è risparmiato, in questo senso, nemmeno nel parcheggio dell’Istituto Penale Minorile Beccaria. I ragazzi del carcere erano stati allertati che qualcosa sarebbe accaduto proprio lì, vicino a loro, a una certa ora. E infatti li abbiamo sentiti partecipare: le loro voci si sono iniziate a sentire durante la performance, si sono alzate. Un elemento imprevedibile ma molto forte, dal punto di vista sociale e artistico, che ha messo in contatto due mondi apparentemente lontani.

Pensa che anche la Milano più istituzionale abbia beneficiato di questo rimescolamento degli spazi?

Penso di sì, ma credo che sia giusto che entrambe le dimensioni coesistano, che una cosa non escluda l'altra. È giusto che ci siano luoghi deputati e riconosciuti come luoghi teatrali, così come di spazi di produzione. La città di Milano è ricca, in questo senso, di spazi eccellenti.

Io credo che un festival, in particolare un festival di danza, debba da un lato provare ad attraversare questi luoghi e dall'altra entrare altrove, non solo nei luoghi del quotidiano ma anche in spazi urbani dedicati all'arte, al di là dello specifico teatrale, che possano creare un contatto, una scintilla diversa.

Milano è una città ricca di grandi eventi, che hanno ristretto le possibilità, per eventi culturali con budget diversi, di affittare spazi e farsi strada attraverso essi. La sfida, però, è cercare di dialogare diversamente con queste realtà, e con Danae quest'anno ci siamo riusciti, entrando in collaborazione (anche artisticamente) con la Fondazione Bonotto, che ci ha messo a disposizione sia la sua Collezione Fluxus e di Poesia Concreta, Visiva e Sonora, che il bellissimo showroom BONOTTOEDITIONS nella suggestiva cornice di Palazzo Durini.

"È necessario aprirci all'estero e a ulteriori sinergie, rivolgere il nostro sguardo ai giovani e al contemporaneo"

L'imprenditore Bonotto ha aderito con entusiasmo alla forma del progetto, dandoci la possibilità di trasformare il suo spazio e di utilizzare materiali di archivio che possedeva e che lui stesso si è speso per recuperare. Questo dimostra che esiste la possibilità di trovare un punto d’incontro. Non si tratta di entrare in un luogo, pagare uno spazio e fare una performance, ma di entrare in un luogo e incontrare, dialogare con chi lo possiede e insieme costruire un progetto nuovo.

Quali sono gli obiettivi del prossimo Danae?

Aprirci all'estero e a ulteriori sinergie, con il nostro sguardo rivolto ai giovani e al contemporaneo. Un progetto che di sicuro proseguirà nel 2017 verrà presentato nel contesto della piattaforma Next della Regione Lombardia, con il coinvolgimento di Annamaria Ajmone, artista che ci segue da due edizioni e che ha realizzato la durational performance di tre ore nello showroom BONOTTOEDITIONS: per il 2017 beneficerà di una coproduzione italo-francesce, di cui Danae sarà partner.

Per il resto è carta bianca, abbiamo bisogno di respirare, di concentrarci sulla nostra produzione.

A questo proposito veniamo allora a Vous êtes pleine de désespoir-Una sirena, la sua ultima ricerca come danzatore e coreografo, che sarà presentata in prima assoluta a chiusura del Festival. Una creazione concepita dal Teatro delle Moire insieme a Alessandro Bedosti, un danzatore che sulla scena contemporanea non si è mai risparmiato, ma che da qualche tempo ha preferito abbandonare le logiche produttive in direzione di uno studio più personale e lontano dai riflettori. Con lui e Alessandra De Santis avete dato vita a Vous êtes pleine de désespoir-Una sirena, una sirena di cui avete scelto di “rifondare il mito”...

Il cuore di questo lavoro è essenzialmente l'incontro tra noi e Alessandro Bedosti. 

Tutto è cominciato con una suggestione che ci aveva offerto il drammaturgo Luca Scarlini sul tema della sirena, un'idea da noi raccolta in un momento in cui ci sentivamo molto stanchi e affaticati come compagnia dal punto di vista creativo, quasi prosciugati. Pur con qualche riserva inziale, grazie alla possibilità produttiva di mettere in piedi un nuovo spettacolo che il Danae ci ha offerto, abbiamo pensato di provare a rimetterci in gioco in ogni caso. Abbiamo accolto lo spunto tematico della sirena, che già ci interessava dal punto di vista iconografico e letterario, un mito che “ci girava intorno”. Abbiamo così cercato un partner, un alleato che potesse dare una spinta al nostro lavoro. Abbiamo pensato ad Alessandro, innanzitutto perché è un caro amico, con il quale io in particolare tra il 2000 e il 2001 avevo condiviso esperienze di lavoro insieme alla coreografa Monica Francia, della cui compagnia facevamo allora parte. Da allora non avevamo più lavorato insieme.

Alessandro è un artista schivo, che preferisce restare fuori dal sistema, più che dalla scena; crea solo seguendo il proprio bisogno piuttosto che logiche produttive o richieste specifiche. La sua adesione al progetto è stata in primis la risposta naturale alla sua necessità di cominciare nuovamente a creare con qualcuno, e non più da solo come ha fatto negli ultimi anni. Ci siamo messi nelle sue mani, come se fosse il condottiero del progetto. È stato un momento particolare, bello, intenso.

Nel processo creativo ci siamo ritrovati, a un certo punto, a dover rinunciare al tema della sirena, che abbiamo cominciato a sentire troppo stretto: dovevamo azzerare tutto. Per quanto fosse stato, in modi diversi, il motivo conduttore del progetto, abbiamo scelto di girare intorno al tema.  Abbiamo riflettuto sull’assenza della sirena, abbiamo cioè pensato a una sirena che avesse perso il suo elemento seduttivo, facendoci ispirare dalle immagini delle dive del cinema: a come erano agli esordi della propria carriera, e alla fine.

La prima suggestione, quindi, è stata una sorta di album immaginario, costellato di donne anziane –anzi, sarebbe meglio dire vecchie – che pur mantenendo i tratti giovanili vedono il proprio corpo e viso deformati: donne uscite, in parte, dalla scena, che hanno perso il proprio fascino, anche se per noi vibrano ancora di seduzione e capacità attrattiva.

La nostra attenzione si era dunque spostata verso “il lato oscuro” del tema, ovvero l’immagine meramente seduttiva e un po' scontata della sirena.

Lavorando successivamente su di noi e sul nostro corpo, e soprattutto sul corpo di Alessandra, che è un corpo fuori dagli schemi, abbiamo generato un atto performativo che vede al centro il suo corpo che riverbera di una suggestione molto lontana, quello di una sirena pescata dagli abissi, un animale che viene trascinato davanti agli occhi di chi partecipa allo spettacolo.

Questo, insomma, è ciò che accade in un luogo che non sarà – è vero – un palcoscenico tradizionale, ma che è uno spazio di verità, e non di rappresentazione.

Illustrazione di Anna Deflorian

Lucia Cominoli

Giornalista pubblicista, ha collaborato con Hystrio, Krapp's Last Post, Bandiera Gialla, Altre Velocità. Nel 2007 ha contribuito, lavorando con l’Associazione Puntozero presso l’I.P.M C.Beccaria di Milano, alla stesura del libro Il mare dietro un muro. Nostro padre Re Lear di Massimo Marino e Maurizio Buscarino (Electa).Dal 2011 cura il progetto di educazione alla visione “La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta” in collaborazione con ITC Teatro dell'Argine e Rete Cultura Libera Tutti. È Redattrice della rivista Hp-Accaparlante.

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