LA SVEZIA TRA MOGLI E NAZISMO, "THE LAST SENTENCE” (NETFLIX) "NESSUN ESSERE UMANO SOPPORTA UN ESAME MINUZIOSO"?
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LA SVEZIA TRA MOGLI E NAZISMO, "THE LAST SENTENCE” (NETFLIX) "NESSUN ESSERE UMANO SOPPORTA UN ESAME MINUZIOSO"?

“Nessun essere umano può sopportare un esame minuzioso” è scritto in epigrafe sui titoli di testa di “The Last Sentence”. La frase dice molto del film che stiamo per vedere, il cui titolo originale suona “Dom över död man”. Scritto e diretto nel 2012 dallo svedese Jan Troell, oggi novantenne, è stato acquisito da Netflix e certo non è una passeggiata. Bianco e nero rigoroso, vagamente bergmaniano, personaggi per molti versi sgradevoli, un pezzo di storia poco nobile per la Svezia.

Al centro della vicenda c’è un giornalista davvero vissuto, Torgny Segerstedt (1876-1945), già professore di teologia poi diventato ateo, e dal 1917 redattore capo del quotidiano “Göteborgs Handels- och Sjöfartstidning”. Fu un inflessibile antinazista, contro tutto e tutti, al punto da farsi odiare in patria, dopo il 1933, quando l’influenza hitleriana su quel piccolo Paese nordico diventò pressante e minacciosa. Segerstedt non fece sconti nemmeno al re, poco incline a urtare la sensibilità del Führer in cambio di una servile neutralità, ma questa sua nobile missione all’insegna della coerenza estrema non cancellò le debolezze di carattere di un uomo sentimentalmente anaffettivo, crudele, insensibile, infedele, vanitoso.

“The Last Sentence”, che non significa “l’ultima sentenza” ma “l’ultima frase” (e capirete perché se interessa il film), adotta nella messa in scena rigorosa echi del teatro di August Strindberg, con una punta del norvegese Ibsen nei ritratti femminili. Certo, l’andamento è lento, meditabondo, asprigno; la morsa nazista arriva tramite filmati d’epoca e pressioni censorie; e via via si chiarisce il vero tema del film: la contraddizione stridente tra comportamenti pubblici e atteggiamenti privati. Duro, ispido, inflessibile, più affezionato ai suoi tre cani che alla moglie norvegese Puste, madre dei due figli, Segerstedt devasta la propria vita familiare e poi quella della ricca editrice ebrea Maja Forssman, divenuta sua amante.

“Per cenare con il diavolo devi avere un cucchiaio lungo” teorizza il giornalista, sempre molto applaudito in società, a proposito della diplomazia da intavolare con la Germania nazista; e intanto, mentre il tempo passa implacabile, siamo tra il 1933 e il 1945, i fantasmi in gramaglie di tre donne cominciano a tormentarlo, ricambiando i “favori” subìti.

Tutto si regge sul volto unico e scavato dell’attore danese Jesper Christensen, uno di quelli bravi spesso ingaggiati da Hollywood per parti da cattivo; non caso nel duro film “Il debito” era il medico e criminale nazista che fa gola al Mossad. Pare che in un primo momento la scelta di Troell fosse caduta su Max Von Sydow, forse troppo avanti con gli anni. Anche il regista ha avuto le sue esperienze americane: qualcuno forse ricorderà il suo western femminista “Una donna chiamata moglie” con Liv Ullman e Gene Hackman.

PS. La folta parrucca bianca sulla testa dell'attore protagonista poteva essere attaccata meglio. A volte si vede troppo.

Michele Anselmi per Siae.it

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