LA STRANA MODA (PROVINCIALE) DI NON TRADURRE I TITOLI “DISOBBEDIENZA”. NON ERA MEGLIO DI “DISOBEDIENCE”?
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LA STRANA MODA (PROVINCIALE) DI NON TRADURRE I TITOLI “DISOBBEDIENZA”. NON ERA MEGLIO DI “DISOBEDIENCE”?

Diciamo la verità, siamo un po’ provinciali, pur nel fingerci assai anglofoni e internazionali, nella scelta dei titoli da dare ai film. Si poteva tranquillamente usare l’italiano Disobbedienza al posto dell’inglese  Disobedience,  non fosse altro perché il romanzo di Naomi Alderman, da cui è tratto il film in questione, è stato pubblicato in Italia da Nottetempo esattamente col titolo Disobbedienza.  Davvero non capirò mai perché complicare la vita agli spettatori, non tutti pratici con l’inglese e spesso costretti a inventarsi strani giri di parole al botteghino nel chiedere il biglietto.

Vale comunque la pena di vedere, benché non proprio riuscito ma piuttosto intrigante, il nuovo film di Sebastián Lelio, nelle sale da giovedì 25 ottobre. Il regista cileno ha un notevole talento, come confermano i precedenti Gloria e Una donna fantastica (il primo è stato appena rifatto a Hollywood, il secondo ha vinto un Oscar). Alla sua prima volta con una costosa produzione anglo-americana, Lelio sembra meno libero del solito, più compresso, o forse solo intimorito dalla storia ambientata nella comunità ebraica “haredi” di Hendon, a nord di Londra, dove, come spiega lo storico Ariel Toaff,  «tutti negano il primato dello Stato sulla religione e obbediscono esclusivamente alla Torah, ma chi non abita in Israele si adegua alla legge del governo guidato da non ebrei accontentandosi di osservare usanze e riti nel quartiere». Da quelle parti il codice interno è rigido: abbigliamento modesto, gonne lunghe e capelli lisci per le donne, rigida separazione tra i sessi, alimentazione regolata dalla “kashrut” senza carne di maiale, cavallo o coniglio, famiglie giovani e prolifiche con le donne al lavoro e gli uomini curvi sui libri come nei romanzi di Isaac Singer.

In questo contesto piuttosto soffocante, dal quale era scappata in gioventù per diventare una famosa fotografa a New York, torna la tormentata Ronit per partecipare ai funerali del padre, un venerabile rabbino che nell’ultima sua predica in sinagoga, un attimo prima di essere colpito da un infarto, aveva parlato profeticamente della disobbedienza.

 Incasinata e anticonformista, Ronit viene riaccolta con sospetto, come una sorta di estranea, e lei, d’altro canto, si diverte a provocare, indossando una parrucca, per ironizzare su certi “precetti” estetici femminili.

Ma c’è il fattore umano: la fotografa viene ospitata, per qualche giorno, dai suoi più cari amici d’infanzia, Esti e Dovid, lei timida e sottomessa, lui gran studioso destinato a diventare rabbino capo. I due si sono sposati, ma non paiono così felici. Anche perché, in gioventù, Esti ebbe una fugace storia d’amore lesbica con Ronit e certe passioni non si sopiscono mai.

Disobedience è il racconto di una doppia disobbedienza e di un’accettazione dolorosa, anche se alla fine tutto sembra rimettersi a posto, ma fino a quando potrà durare la tregua? Naturalmente, come spesso capita nei film ambientati nelle comunità ebraiche ortodosse,  da Un’estranea tra noi di Sidney Lumet al recente La sposa promessa di Rama Burshtein solo per citarne due tra i tanti, è il sapore unico dei riti, dei canti,  del cibo, delle consuetudini, degli abiti, del rapporto uomo-donna a imprimere alla storia un gusto particolare, solenne e anti-moderno allo stesso tempo.

Rachel Weisz, nei panni di Ronit, deve aver molto amato questa storia, al punto di produrre il film mettendoci parecchi soldi e tutta se stessa, anche nelle scene di sesso, abbastanza audaci, che la ritraggono con la tormentata Esti, incarnata da Rachel McAdams (sì, sono due le Rachel…). Mentre il barbuto Alessandro Nivola conferisce al suo Dovid la giusta dose di prepotenza e fragilità, anche di sobrietà di fronte al deflagrare di quell’amore inatteso, proibito, appunto disobbediente.

Per la cronaca: esiste un film italiano che si chiama La disubbidienza, con l’articolo e la “u”. Fu girato nel 1981 da Aldo Lado, tratto dal romanzo omonimo di Moravia. C’erano Stefania Sandrelli e tutto un altro clima.

Michele Anselmi per SIAE

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