L’AUTISTA BIANCO E IL PIANISTA NERO: VIAGGIO NEL DEEP SOUTH PERCHÉ “GREEN BOOK” È UN FILM PERFETTO, CON O SENZA OSCAR
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L’AUTISTA BIANCO E IL PIANISTA NERO: VIAGGIO NEL DEEP SOUTH PERCHÉ “GREEN BOOK” È UN FILM PERFETTO, CON O SENZA OSCAR

Ogni tanto arriva il film perfetto. Che diverte e commuove, mette d’accordo pubblico e critica, lavora sugli stereotipi senza sprofondarci dentro, adotta un linguaggio personale senza dimenticare il linguaggio universale, ricostruisce con acribia un pezzettino di storia trasformandola in metafora dell’esistenza, dura più di due ore eppure non si guarda mai l’orologio. È il caso di Green Book, che esce il 31 gennaio distribuito da Eagle Pictures. L’ha diretto Peter Farrelly, qui senza il fratello Bobby, ispirandosi a una storia vera che sembrava fatta apposta per essere portata sul grande schermo, anche se ci sono voluti più di cinquant’anni affinché succedesse e la morte, avvenuta nel 2013, dei due veri “personaggi”.

Green Book ha appena ricevuto cinque candidature agli Oscar, nelle categorie principali, ovvero migliore film, sceneggiatura, attore protagonista, non protagonista, montaggio; e certo dovrà vedersela, su quel terreno, sia con Roma sia con La Favorita. Ma, a dirvela tutta, la gara poco mi interessa. Perché Green Book, passato a ottobre alla Festa di Roma, è pensato per piacere al grande pubblico, con le furbizie del caso, ma senza perdere di vista il mistero della Commedia Umana.

New York, 1962.  Il mitico locale “Copacabana” chiude per il capriccio di un boss, così il carismatico buttafuori Tony “Lip” Villalonga si ritrova disoccupato, con nutrita famiglia a carico. L’uomo è una buona forchetta, ma non può continuare a ingurgitare 26 hot-dog al giorno per tirar su qualche dollaro alle scommesse, sicché si presenta a un incontro di lavoro presso la Carnegie Hall. Lì vive, come murato vivo in una specie di museo esotico, un raffinato pianista nero, tal Don Shirley, magro, alto e dai baffetti curati, il quale ha bisogno di un autista fidato per una lunga tournée negli Stati sudisti insieme ai suoi due musicisti.

Tony non ama la gente di colore, l’abbiamo appena visto gettare nel bidone di casa due bicchieri di vetro solo perché vi avevano bevuto due idraulici neri, ma la paga è di 125 dollari a settimana più le spese e due mesi passeranno presto. A Natale sarà di nuovo a casa…

Il film, avrete capito, è un “road movie” sull’amicizia inattesa che nasce  strada facendo tra i due uomini che più diversi non potrebbero essere. A suo modo un A spasso con Daisy alla rovescia. Indiana, Kentucky, Tennessee, Mississippi, Arkansas, Alabama, Georgia: sono le tappe del viaggio sulla Cadillac azzurra, e potete giurarci che un po’ alla volta le distanze tra i due si accorceranno. Il vitale ed esuberante Tony non si capacita che il suo principale, sempre elegantone e malinconico, ignori la musica di Little Richard, Sam Cook o Aretha Franklin; non capisce perché beva tanto da solo, la notte, e perché abbia voluto fare quella tournée in posti ancora intrisi di razzismo feroce. Sapremo perché verso la fine, e intanto anche il pianista, sulle prime infastidito da quel fragoroso compagno di viaggio, si affeziona a Tony, l’aiuterà, novello Cyrano, a scrivere amorose lettere alla moglie, sapendo di avere con sé un “guardiaspalle” capace di toglierlo dai guai laggiù nel Deep South.

Non a caso il titolo viene da una guida  chiamata “Negro Motorist Green Book”, davvero esistita, nella quale si indicavano i luoghi sicuri per gli autisti e i turisti di colore, in modo da non creare tensioni con l’universo bianco. Troppo anche per il bianco “mangiaspaghetti”  Tony, il quale non accetta che il prodigioso Dr. Shirley sia accolto con tutti gli onori nelle sale di concerto ma poi gli si impedisca di fare pipì nei bagni annessi.

Il film è costellato di episodi divertenti o drammatici, e sarebbe un misfatto rivelarli qui, perché l’andamento picaresco è solo la cornice di un viaggio più intimo e imprevedibile nella coscienza di quei due uomini così differenti: l’italo-americano caciarone che si lecca le dita mangiando Kentucky Fried Chicken e ribattezza Chopin “Joe Penn”; l’afro-americano omosessuale che vive privo di affetti, costretto a ripudiare l’amata musica classica per riempire i teatri.

C’è una frase cruciale in Green Book, la scandisce Tony: «Il mondo è pieno di persone che hanno paura di fare il primo passo». Sta qui, credo, il senso ultimo del film, l’apprezzabile filosofia del cine-racconto, che trova in Viggo Mortensen e Mahershala Alì due interpreti precisi, sensibili, fisicamente attendibili, capaci di formare una coppia indimenticabile, ben oltre i cliché in agguato.

Michele Anselmi per SIAE

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