L’AUSTRALIANO “BABYTEETH” SI PRENOTA PER UN PREMIO MAGGIORE? GONG LI FA LA SPIA NEL 1941, LA “SWAT SQUAD” ARABA A MOSUL
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L’AUSTRALIANO “BABYTEETH” SI PRENOTA PER UN PREMIO MAGGIORE? GONG LI FA LA SPIA NEL 1941, LA “SWAT SQUAD” ARABA A MOSUL

La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 9

Il tam-tam festivaliero, s’intende da prendere con le molle perché di solito non ci prende mai, profetizza un premio tra i principali per “Babyteeth”, il film australiano firmato dalla giovane Shannon Murphy. Nella Mostra che la presidente di giuria Lucrecia Martel vorrebbe all’insegna delle “quote femminili” il riconoscimento ci potrebbe stare: 1) perché dei due titoli diretti da donne “Babyteeth” è di sicuro il migliore; 2) perché ogni giuria ama mandare “un messaggio”.

Vedremo sabato sera. Intanto colpisce la delicatezza con la quale la regista esordiente, che viene dal teatro, reinventa per lo schermo una pièce di Rita Kalnejais, lasciando che il tema sempre scivoloso della malattia mortale su un adolescente venga inserito in un racconto irriverente e sentimentale allo stesso tempo, senza ricatti, con affondi anche acri, ma con lo sguardo attento alla cognizione del dolore.

Milla Finley è una sedicenne malata di cancro. Vivace e insofferente alla disciplina scolastica, si invaghisce di un piccolo spacciatore, non molto più grande di lei, e lo porta in famiglia nella sorpresa dei genitori. I quali sembrano normali, affettuosi, ma invece nel privato custodiscono germi tipici della famiglia disfunzionale. Resa calva dalla chemio, Milla indossa le parrucche più fantasiose e vive l’ultimo miglio (ha appena scoperto un nodulo fatale sotto l’ascella) con saggia consapevolezza, anche un lampo di eccentricità, costringendo i suoi pochi amici, a partire dal tossico Moses senza fissa dimora, a fare i conti con la mortalità, le ipocrisie, pure il mistero della vita e della natura.

Eliza Scanlen è davvero prodigiosa nel ruolo di Milla: giovane donna consapevole, ma ancora vergine e fisicamente acerba (il dente da latte del titolo). Tra buffe scene di sesso e presagi luttuosi, il film non dimentica la lezione di Gus Van Sant e della prima Jane Campion, ma lo fa con piglio originale, sensibile; e anche i titoletti scelti per introdurre ogni scena, ormai così di moda, alla fine non disturbano.

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Se “Babyteeth” chiede allo spettatore solo una calda partecipazione, l’altro film in gara, il cinese “Saturday Fiction”, richiederebbe invece qualche spiegazione aggiuntiva da parte del regista. Ma Lou Ye, classe 1965, è di quelli che badano prima di tutto allo stile, tra echi della Nouvelle Vague, intricate storie di spie, padri adottivi e passaggi epocali. Nella Shanghai del 1° dicembre 1941, sotto il dominio dei giapponesi con l’eccezione dei domini francesi e inglesi, torna la famosa attrice Jean Yu, per recitare al teatro Lyceum un testo intitolato “Saturday Fiction”. Essendo interpretata da Gong Li, la diva è bella e rispettata, carismatica; solo che è una spia al soldo delle forze alleate, decisa a carpire segreti vitali a un giapponese vedovo che forse sa molte cose sul proditorio attacco a Pearl Harbor. Pochi giorni dopo, sabato 7 dicembre, la mossa nipponica diventerà tragica realtà.

Il film, girato in bianco e nero, assai nervoso nel montaggio, inzeppato di primi piani a effetto, restituisce la “piovosa” aria del tempo, mischiando per bene le carte, alludendo a una passioncella lesbica, citando “I dolori del giovane Werther” e lasciando che tutto si complichi in attesa della sanguinosa sparatoria finale, forse la cosa migliore del film.

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Si spara ancora di più in “Mosul”, tosto film di guerra che il direttore Alberto Barbera ha piazzato tra i fuori concorso, giustamente cogliendo la curiosità dell’operazione. Il regista americano Matthew Michael Carnahan, letto un reportage del “New Yorker” intitolato “The Desperate Battle to Destroy Isis”, ha pensato di portare sullo schermo le gesta della cosiddetta Swat Squad di Ninive composta da ex poliziotti iracheni decisi a rendere la vita impossibile ai tagliagole dello Stato islamico durante l’assedio di Mosul. La novità è che nel film i “buoni” parlano arabo per tutto il tempo, sono attori arabi e non si vede un soldato yankee.

Mossi da spirito di vendetta o dall’ansia di recuperare familiari rimasti nella parte sbagliata della devastata città, i moderni guerrieri col berrettino da baseball e la scritta “Swat” si intrufolano nei quartieri nemici sapendo di essere in buona misura “morti che camminano”. Li comanda il maggiore Jasem, uno tosto e giusto, fissato con l’ordine, che ha appena fatto entrare nel team un giovane poliziotto curdo salvo per miracolo.

“Mosul” sfodera l’estetica dei film bellici americani, un po’ alla maniera di “Black Hawk Down”: ti pare di stare in mezzo alle sparatorie e ai bombardamenti, le dinamiche psicologiche sono da “uomini veri”, ma non manca qualche finezza nella descrizione delle storie personali e i 100 minuti passano veloci, senza guardare l’orologio.

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