IL PREMIO A MARCELLO FONTE AIUTERÀ “DOGMAN” IN SALA? IL MIO CONSIGLIO: ANDATE A VEDERLO, È UN GRANDE FILM
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IL PREMIO A MARCELLO FONTE AIUTERÀ “DOGMAN” IN SALA? IL MIO CONSIGLIO: ANDATE A VEDERLO, È UN GRANDE FILM

C’è da augurarsi che il premio per la migliore interpretazione maschile conquistato a Cannes da Marcello Forte aiuti al botteghino Dogman. Nonostante gli applausi sulla Croisette, un certo clamore mediatico legato alla vicenda del “canaro” e le recensioni in generale molto calorose, il nuovo film di Matteo Garrone, il suo nono, fatica un po’ sul piano commerciale. Ed è un peccato. Nel primo week-end di programmazione Dogman ha incassato circa 570 mila euro, che non è poco in assoluto, ma assai meno di quanto si attendessero a Raicinema, essendo il film uscito in 380 copie.

Magari il passaparola positivo accenderà la curiosità del grande pubblico, forse spiazzato dal tema, dal manifesto, dal trailer o vai a sapere.  Eppure il film è bello, diretto, crudele e compassionevole al tempo stesso, di quelli che si depositano nel profondo anche grazie alla prova di Marcello Fonte, il quale conferisce al protagonista quel suo corpo minuto e stortignaccolo, il naso aquilino, la voce nasale e quasi infantile, gli occhi rassegnati al peggio sia pure colmi di una strana tenerezza paterna.

Certo ci si chiede come Antonella Boralevi, senza averlo visto, anzi dichiarando di non volerlo proprio vedere, abbia potuto scrivere su La Stampa che Dogman «racconta il degrado morale e la furia squartatoria, la vendetta più mostruosa che ci sia, la violenza per la violenza». Non è così. Perché non contare fino a dieci prima di scrivere tali sciocchezze?

Ma veniamo al film. Per Matteo Garrone i veri animali  non sono i cani ma gli esseri umani. Del resto è stato lo stesso regista a spiegare: «All’origine c’è una suggestione visiva, un ribaltamento di prospettiva, un’immagine: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana».

La locandina, assai suggestiva, rivela molto, se non tutto; anche se il truce episodio di cronaca avvenuto nel 1988 alla Magliana, appunto quello del “canaro” che torturò e uccise un ex pugile per reagire alle continue vessazioni, s’è trasformato alquanto nella sceneggiatura firmata dallo stesso regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. «Tutto, a cominciare dai luoghi, dai personaggi, dalle loro psicologie, è stato trasfigurato» mette le mani avanti Garrone sulle note di regia. Non di meno la madre della vera vittima sta facendo di tutto per bloccare il film (finora non c’è riuscita).

Ambientato in un comprensorio turistico degradato e rugginoso, a un passo dal mare, scovato a Castel Volturno ma reso una sorta di “non luogo” benché vi si parli in romanesco, Dogman è una storia di vendetta, fors’anche di riscatto. Naturalmente viene da pensare a titoli sul tema come Il borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli e Cane di paglia di Sam Peckinpah, ma Garrone si guarda bene dal citare direttamente. Attratto dalle vite estreme, in bilico tra criminalità impunita e ossessioni corporali, Garrone inserisce in questa periferia giallastra, sfatta, minacciosa la sfida per nulla western tra Marcello e Simone. L’uno  è un ometto mite e risolto, non proprio del tutto innocente, che gestisce con cura un negozio di lavaggio e toelettatura per cani, la cui insegna dice appunto Dogman. Il secondo è un ex pugile, cocainomane perso, che terrorizza l’intero quartiere, tra un furto e l’altro,  minacciando e picchiando chiunque non esaudisca i suoi desideri. Marcello ama i suoi cani, spesso di razza o i giganteschi, e ancora di più la figlia Alida, bionda e vivace, avuta dall’ex moglie. Simone non ama nessuno, e anzi gode a essere temuto come la peste: una sorta di Male assoluto, fuori da ogni condizionamento sociale.  La domanda posta dal film è semplice: quanto potrà resistere il mansueto Marcello ai tormenti e agli sgarbi ripetuti che gli infligge il feroce Simone?

Garrone racchiude nella durata aurea di 102 minuti la storia del suo ometto dei cani, lasciando che i fatti, esposti in un crescendo di tensione evocata dal rombo di una motocicletta, portino i due protagonisti verso la cruenta conclusione riassunta da quel manifesto. Poi, certo, il film agita  argomenti non di poco conto, come la dignità personale, l’impossibilità di dire di no dopo aver detto troppi sì, il senso dell’amicizia e del tradimento, lo squagliarsi dell’umana solidarietà, la cosiddetta perdita dell’innocenza. Ma non saprei dire se  Dogman sia davvero, come ama ripetere il regista, «un film universale, etico e non moralistico». Francamente non mi sembra così importante stabilirlo.

Immerso in un desolato microcosmo splendidamente fotografato da Nicolaj Brüel e appena contrappuntato dagli interventi musicali di Michele Braga, Dogman assolutamente da vedere, s’intende malinconico e acre, a tratti pure buffo, forse senza speranza; e trova in Marcello Fonte ed Edoardo Pesce due “antagonisti” precisi, fisicamente all’opposto, destinati a scannarsi in un funereo antro dei tormenti sotto lo sguardo umanissimo di quei cani in gabbia.

PS. Consiglio di vederlo magari in sincrono con L’isola dei cani di Wes Anderson.     

Michele Anselmi per SIAE

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