Il nuovo cantautorato italiano
Vivaverdi
di Federico Sardo

Il nuovo cantautorato italiano

Un’intervista a Emiliano Colasanti sul fenomeno musicale italiano degli ultimi anni, al confine tra indie e pop

Da qualche tempo anche­­ la televisione, le radio più popolari e addirittura il Corriere della Sera hanno cominciato a realizzare che qualcosa sta accadendo nell’indie italiano. Con la forza dei numeri, di tour di successo e di alcune hit, musicisti come Calcutta, Thegiornalisti o I Cani si sono imposti come nomi credibili al fianco di quelli già noti ai principali media, generalmente prodotti dalle major. Questo assorbimento dell’indie nel mainstream, di cui tanto si discute, è avvenuto principalmente tramite quello che viene, a torto o a ragione, definito “nuovo cantautorato italiano”.

Emiliano Colasanti è un giornalista (Rolling Stone, GQ) che ha potuto osservare questo fenomeno da vicino in quanto co-fondatore di una non-più-tanto-piccola etichetta indipendente, 42Records, che in questi anni ha portato alla ribalta nomi come I Cani – appunto –, ma anche Cosmo (la sua L’ultima festa è stata una delle canzoni più suonate dalle radio la scorsa estate) e Colapesce (vincitore di una Targa Tenco nel 2012).

Sono amico di Emiliano da molti anni, da quando I Cani non avevano ancora pubblicato il loro Sorprendente album d’esordio (è il titolo), e abbiamo sempre commentato quello che succedeva “in tempo reale”, a volte anche con pareri discordanti; questa volta abbiamo deciso di dare una forma più compiuta alle nostre chiacchiere, facendo un discorso di ampio respiro e ricapitolando un po’ quello che è successo, riflettendo su conseguenze, implicazioni e cambiamenti.

Prima di tutto, che cos'è questo “nuovo cantautorato italiano”? Esiste davvero o è un'invenzione giornalistica?

Dipende secondo me da cosa s'intende con la parola cantautore.

Perché se cantautore vuol dire semplicemente “tizio – o gruppo – che scrive le canzoni che poi interpreta”, allora sì, possiamo dire tranquillamente che esiste un percorso più o meno laterale di musica italiana che ha nella canzone il suo punto d'arrivo e che ha ciclicamente permesso a determinate realtà di emergere e fare il proprio percorso. Il problema però sta nel peso che quella definizione si porta dietro: perché in Italia essere associati al cantautorato vuol dire sempre e comunque fare ricorso a una tradizione ben precisa e a un immaginario che forse non ha più tanto senso al giorno d'oggi.

Se provi a infilare in una canzone pop un concetto vagamente non generico sei immediatamente marchiato a fuoco come cantautore, ma secondo me il vero punto di forza di questa nuova generazione di autori non è tanto nei testi quanto nella musicalità con cui certe parole vengono utilizzate

Magari mi sbaglio io, ma penso che i vari Calcutta, I Cani e chi vuoi tu siano sensibilmente più vicini a gente come Conor Oberst o agli Xx che a Tenco, Battiato, e De Andrè, anche se poi ovviamente hanno tracce di certa musica italiana presenti nel loro DNA. Però di base a me sembra, proprio per un fattore generazionale, gente che è arrivata a scrivere canzoni in Italiano partendo da tutti altri lidi e guardando sempre e comunque anche altrove. Poi c'è il luogo comune legato all'uso della parola: se provi a infilare in una canzone pop un concetto vagamente non generico sei immediatamente marchiato a fuoco come cantautore, ma secondo me il vero punto di forza di questa nuova generazione di autori non è tanto nei tanto strombazzati testi ma proprio nella musicalità con cui certe parole vengono utilizzate. C’è sicuramente stato un momento in cui in tanti si sono sentiti coccolati da quella definizione – penso al periodo della tanto pubblicizzata “leva cantautorale degli anni zero” – e hanno cominciato a ragionare come se il loro unico orizzonte fosse nel rifacimento di modelli legati al nostro passato. Ma secondo me quella fase è stata ampiamente superata e accantonata nel corso dell'ultimo paio d’anni.

E in tutto questo non possiamo non notare come questa nuova generazione sia emersa in controtendenza con l'operato delle major, che dall'invenzione dei talent in poi si sono adoperate per creare una schiera di interpreti dalle personalità più o meno malleabili, finendo per dimenticarsi quasi del tutto – al di là dei soliti nomi con le spalle larghe e che avevano già un loro peso nel mercato – di quelli che le canzoni le scrivono.

Facendo un passo indietro, possiamo dire che il primo della famosa “nuova leva” sia stato Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica, ndr)?

Prima di Brondi, secondo me, ci sono stati gli Offlaga Disco Pax, che pur facendo oggettivamente un'altra cosa sono usciti in un periodo in cui la musica italiana non mainstream, esclusi ovviamente i reduci degli anni Novanta, sembrava avesse abbandonato la lingua italiana.

Con gli Offlaga e i loro microracconti new wave anche gli ascoltatori del cosiddetto indie hanno riscoperto il gusto per la parola. Le luci della centrale elettrica, infatti, si può considerare la prima grande conseguenza di quella riscoperta: in un momento in cui si badava molto al suono e alle apparenze è uscito un tizio che era puro stomaco e urgenza e in qualche modo ha fatto tabula rasa. Però c'è da dire che mi è sempre sembrato più figlio del rock alternativo italiano degli anni Novanta, quello dei CCCP, degli Afterhours e dei Marlene, che di Dalla e De Gregori. Solo che si presentava da solo con la chitarra, e quindi…

Del resto, lui, quello ascoltava: lo ha sempre detto. Nemmeno i Sonic Youth, direttamente i Marlene Kuntz.

Una questione è anche che questo cantautorato, ormai, non può più essere considerato come un fenomeno banalmente legato al singolo con la chitarra, come dici tu. Perché quello, dal vivo, non lo fa proprio nessuno e nel calderone finiscono un sacco di band. Insomma, Thegiornalisti e Calcutta sono considerati parte della stessa cosa, anche se una è sempre stata una band e l'altro fino all'anno scorso era effettivamente uno che andava in giro con la chitarra. Niccolò (I Cani, ndr) gira con una band, ma le canzoni le scrive fondamentalmente da solo.

Appunto: è una parola che vuol dire tutto e non vuol dire niente.

Prova per un attimo a guardare fuori dall'Italia: Kurt Vile probabilmente è più cantautore di tutti i cantautori italiani. E Capovilla che fa il frontman di una rock band che è nata sulla scia dei Jesus Lizard (Il Teatro degli Orrori, ndr) si percepisce più cantautore di un Calcutta.

Mi sembra che sempre più si stia mescolando questo "nuovo cantautorato" con "nuovo indie" – sempre in quel contesto per cui il termine indie, ormai, è a una distanza siderale dai Fugazi o dai Dinosaur Jr o da ciò che voleva dire indie un tempo.

La parola indie ha perso completamente il suo significato perché è fortemente cambiato tutto il contesto intorno.

O forse lo ha riacquistato, perché se vai a guardare le band che hai citato tu come i Fugazi o i Dinosaur Jr, che sono per tutti il simbolo dell'indie, in realtà quella parola non l'hanno mai usata e si sono sempre definite punk-rock.

Indie era semplicemente il calderone dove finivano tutti quelli che in un determinato momento storico si muovevano al di fuori del mercato delle major e che magari riuscivano pure a lambire il grande successo.

Ma – piccola digressione, però importantissima, visto che in molti casi si parla di veri e propri padrini – come mai, secondo te, oggi con il termine indie non si intendono, ad esempio, gli Wrens (che mi sembrano perfettamente e completamente, dal punto di vista musicale, il proseguimento di cose storiche come i Sonic Youth, i Dinosaur Jr eccetera) o i Fucked Up, ma piuttosto gli Alt-j o gli Xx? Come mai questo spostamento di senso? Come mai non è emerso un altro termine lasciando la parola indie legata alle proprie radici?

In realtà rappresenta entrambe le cose, però indie è una definizione che muta con lo spirito del tempo che rappresenta: ai tempi di Dinosaur Jr e Sonic Youth riguardava tutti quei gruppi che pur con sonorità molto diverse avevano una loro forte specificità di genere, data anche dalle modalità in cui portavano avanti la loro carriera, e rappresentavano un certo tipo di fascia giovanile. Ma rispetto agli anni Novanta la musica ha perso quasi del tutto la sua funzione aggregante, non è più una sottocultura dominante, quella è "Internet", e quindi dentro la definizione di indie c'è finito tutto quello che non è propriamente o classicamente mainstream. In più dobbiamo fare dei distinguo: noi parliamo di indie e pensiamo sempre all'indie rock, ma quel termine non è mai stato così esclusivo.

Rispetto agli anni Novanta la musica ha perso quasi del tutto la sua funzione aggregante, non è più una sottocultura dominante: quella è ‘Internet’, e quindi dentro la definizione di indie c'è finito tutto quello che non è propriamente o classicamente mainstream

In più c'è da dire che l'indie propriamente detto ha fatto la stessa fine del punk: è cominciato come una rottura degli schemi ed è diventato a sua volta uno schema. Tant'è che ora quelli a cui piace e che suonano l'indie rock vengono visti allo stesso modo in cui noi dell'indie rock guardavamo i darkettoni quando eravamo adolescenti. E insomma, io ci sono cresciuto là dentro, è casa mia, lo sai benissimo, però è innegabile che ora come ora gli Xx hanno un impatto sul contemporaneo che è diverso da quello dei Japandroids o dei Parquet Courts. Purtroppo l'indie come lo intendevamo noi è diventato il classic rock del giorno d’oggi.

Per tutti quelli più piccoli di me ma anche di te, se gli parli di vecchio indie rock stai parlando di Franz Ferdinand, non dei Big Black. E la roba tipo Xx o Alt-j non è altro che il continuo di quella roba ma con i suoni più di oggi.

C’è stato un cambiamento epocale anche per quanto riguarda la fruizione, che sicuramente ha contribuito a rompere barriere e steccati.

Per un sacco di tempo questa separazione dei mondi è stata tenuta in vita dal pubblico, ma è cambiata nel modo in cui sono cambiate le modalità con cui la musica viene fruita. I teenager venuti su a pane e Spotify hanno accesso a tutta la musica prodotta nel mondo, proveniente da tutte le epoche e da tutte le scene e passano senza soluzione di continuità dalla trap a Motta, i Radiohead e Justin Bieber.

L'unica grande cultura di massa di questo decennio è fatta da nicchie più o meno grandi che convivono insieme

Se guardiamo poi solo all'Italia c'è anche un altro discorso da fare: l'indie aveva bisogno del contraltare forte del mainstream per esistere, ma da noi non è mai esistito un vero starsystem e pure la fabbrica del pop in realtà è un'azienda di famiglia. Un'azienda di famiglia che ha scelto di puntare quasi tutto sulla televisione e che resta di sasso quando vede gente che in certi canali ci è finita solo marginalmente riempire tranquillamente locali da 3000 persone mentre le star dei talent spesso neanche riescono a partire in tour.

La verità è che l'unica grande cultura di massa di questo decennio è fatta da nicchie più o meno grandi che convivono insieme.

Dei nomi "tuoi", chi vedi più vicino a questo “nuovo cantautorato italiano”? Colapesce, ok, ma anche I Cani. E pure Cosmo è cantautorato?

Tutti e nessuno. Nel senso che tra i miei nessuno è a proprio agio con la definizione di cantautore – neanche Colapesce – e tutti sono arrivati a scrivere canzoni in italiano partendo da un background per niente legato alla musica italiana.

Tu come appassionato di musica nasci, diciamo, piuttosto grezzo e storto, mentre hai finito per pubblicare comunque prodotti di successo pressoché mainstream. C'è stata anche una spinta ad andare incontro al mercato e al gusto popolare, alle mode? 

Io in realtà ho sempre ascoltato di tutto e mischiato con sprezzo del pericolo alto e basso: sono cresciuto con le chitarre, e regolarmente nella mia compagnia di amici c'era gente che mi prendeva per il culo perché mi piaceva anche "la musica non vera" e l'hip hop. Sono musicalmente apolide e sono fiero di esserlo. E in qualche modo questa varietà si vede anche nei dischi che abbiamo fatto uscire con 42 visto che tra I Cani, Go Dugong, Jolly Mare e Colapesce al di là dei riferimenti all'universo animale ci sono un mondo e un altro di differenze. Diciamo che io e Giacomo Fiorenza ci siamo dati solo una regola quando abbiamo cominciato ed era quella di muoverci all’interno del solco della forma canzone senza però avere barriere di genere e di lingua, ma tenendo ben presente una certa cura per il suono (che può anche essere molto lo-fi ma che deve essere sempre e comunque personale). Io sono un fan delle belle canzoni, anche di quelle scritte da "cattivi cantanti" e alla fine è questo quello che cerco. 

Ci è venuta la voglia di provare a dimostrare che un altro pop italiano è possibile, cioè che anche qui da noi si potesse creare uno spazio per gente che fa canzoni che le persone hanno voglia di ascoltare e cantare anche se non corrispondono agli stilemi classici della canzone all'italiana

Con un po' di spocchia dico anche che da un certo punto in poi ci è venuta la voglia di provare a dimostrare che un altro pop italiano è possibile, cioè che anche qui da noi si potesse creare uno spazio per gente che fa canzoni che le persone hanno voglia di ascoltare e cantare anche se non corrispondono proprio agli stilemi classici della canzone all'italiana. Esempio: tu dici che abbiamo pubblicato roba quasi mainstream, ma quando è uscito il primo de I Cani, nel 2011, era praticamente impensabile che una cosa del genere arrivasse ai grandi network nazionali. Nel nostro piccolo abbiamo rotto dei muri che quest'anno poi sono caduti definitivamente (Oroscopo di Calcutta in questo senso può essere definito un game changer).

Su Calcutta sfaterei un mito, che è quello dell'enorme cambiamento avvenuto con Mainstream. Ok, gli arrangiamenti, le cose pulite, ma Calcutta non è mai stato i Wolf Eyes: era più un'idea che si erano fatti i suoi amici. Come diceva Mattioli (Valerio, giornalista e caporedattore di Prismo, ndr): alla fine è sempre stato uno che con la chitarra faceva le sue canzoni. Una cosa che una volta spogliata di qualche effetto e ruvidità rimaneva la più classicamente cantautorale possibile (e infatti ha avuto un successo enorme). La sua era più che altro una questione di appartenenza.

Calcutta, fin dalla prima volta che l'ho visto suonare dal vivo al Dal Verme, mi ha sempre dato l'idea di essere potenzialmente quello più vicino a un tipo di canzone italiana classica. La sua scrittura è quella lì, c'è poco da fare: puoi produrre le sue canzoni come vuoi, ma la sostanza resta intatta e non cambia per via di un arrangiamento. E d'altronde la sua forza è proprio quella: riesce a comunicare tantissimo con pochissimo. E ci riusciva già quando nei suoi dischi la voce era annegata negli effetti. Magari dirò una cosa sbagliata: ma per me con Mainstream ha semplicemente trovato il coraggio di mostrarsi per quello che è e mettere le sue canzoni al centro di tutto, mentre prima in qualche modo stava giocando a nascondino con la sua attitudine.

Il fatto che piacesse, e in cuor mio spero che piaccia ancora, a gente che ha sempre guardato con sospetto al nuovo cantautorato italiano mi ha sempre fatto un pochino sorridere, però penso anche che la sua fortuna sia proprio quella di rimanere, nonostante tutto, un completo outsider. Uno costantemente fuori posto.

E comunque l'ultima volta che l'ho visto dal vivo, la gente cantava in coro anche i brani di The Sabaudian Tape EP. Qualcosa vorrà pur dire.

Secondo me una questione cruciale di tutto questo discorso è che in Italia si fa successo solo cantando, e in particolare cantando in italiano. E che il pubblico sembra non fare caso agli arrangiamenti, alle sonorità, ai suoni... Insomma, alla musica. Ma solo ai testi da poter cantare a squarciagola ai concerti. Anche perché questo è ciò che tiene insieme un'infinità di band per altri versi distantissime: insomma, esistono persone che sono allo stesso tempo fan dei Thegiornalisti e dei Fine Before You Came.

Alla fine al pubblico interessa sempre e soltanto la “canzonetta”? 

La prima cosa che ti arriva quando ascolti una canzone propriamente detta è in realtà la melodia. Il testo è sempre un gradino in più.

Magari qualche parola ti resta attaccata al primo ascolto ma è in un secondo momento che te ne accorgi davvero e questo secondo me è il motivo per cui magari allo stesso pubblico piacciono sia i Fine Before You Came che i TheGiornalisti. 

La collettività trova l'unico sfogo nel concerto e posso capire che per una grande fetta di ventenni sia più appagante trovarsi in mezzo a una folla che canta in coro le stesse canzoni che in trentacinque sotto il palco di un artista avant

Poi forse, ma non ne sono sicuro, c'entra anche qui il modo in cui la musica viene fruita che è sempre di più una questione privata e sempre meno una questione collettiva. Anzi, la collettività trova l'unico sfogo nel concerto e posso capire che per una grande fetta di ventenni sia più appagante trovarsi in mezzo a una folla che canta in coro le stesse canzoni che in trentacinque sotto il palco di un artista avant. La mia speranza è che non tutti si fermino lì e che crescendo arrivino a scoprire anche le cose meno canzonettare.

È lì che si vede il gap con la mia generazione che è invece venuta su in un momento storico in cui la musica veniva vissuta per tribù e quindi ricercando e facendo un vanto della propria esclusività.

Credo che possiamo ormai dare per buono che non esista un “Sanremo vs cantautorato” ma semmai sia esistito un discorso più sperimentale contro la “canzone”: gli Area contro Guccini, per schematizzare. E mi sembra che comunque la musica di cui stiamo parlando sia figlia del trionfo di una delle due fazioni, mentre l'altra sembra destinata a rimanere per sempre una nicchia. Da noi, poi, questo si estremizza e si applica anche semplicemente a chi canta in inglese.

Secondo me però sbagliamo a vedere questo come un fenomeno del tutto italiano perché è così ovunque. Ovunque ci sono gli Alt J che alla fine non fanno altro che canzonette che riempiono le arene e i Konstrukt che a Londra suonano nella stessa tipologia di club in cui suonano a Milano e davanti allo stesso genere di pubblico. Ma forse è anche naturale che sia così: se scegli di muoverti al di fuori dei confini della forma canzone ti stai muovendo anche fuori dai confini del grande pubblico. Il vero problema è che ci sono tanti media che sono chiusi nei confronti di tutto quello che esula dalla canzone.

Di sicuro è innegabile che il cantato abbia una forza comunicativa più diretta: la forma narrativa facilita l’identificazione, che è un aspetto molto importante nell'adolescenza, ma anche più in generale per il successo di pubblico dei prodotti culturali. 

Insomma, questi pezzi da un lato rischiano di essere declassati a "moda", dall'altro però tutte le mode lasciano un’impronta precisa. Ho l’impressione che tra qualche decennio sarà più facile raccontare il presente che stiamo vivendo con un pezzo di cantautorato indie che non con un pezzo noise.

Non lo so, io penso che non sia ancora arrivato il momento per storicizzare questa cosa e anche qui c'entra molto il modo in cui la musica viene fruita oggi: non è più importante chiedersi quanto e se durerà, bisogna accettare che le cose durano un lampo, ma in quell'istante davvero finiscono per essere incisive.

Se penso al 2016 della musica italiana penso immediatamente a Ghali e il suo valore non diminuisce se magari fra due anni non avrà più una luminosa carriera (fra due anni sarà grosso come Jovanotti, ma questa è un'altra storia).

Su questo siamo d’accordo. Qualche tempo fa pensavo che i Lunapop, che quando sono usciti erano esattamente e precisamente un prodotto pop, mainstream e tutto quanto, ora potrebbero tranquillamente essere un prodotto cosiddetto indie. Del resto tra le band di successo del momento i riferimenti possono comprendere anche il Venditti degli anni ’80, e sono convinto che il parere sui Lunapop degli esponenti di molto cantautorato indie contemporaneo sarebbe "ci volo". Cosa è successo? È un’esagerazione? Ci sarà mai un ritorno a un “us vs them”? È importante?

Pure io ci volo, e ci volo con Tiziano Ferro e con tante altre cose, però in qualche misura continuo a ritenere ci sia una separazione tra mondi, tra i Fugazi e Cremonini, non è tutto la stessa cosa.

Viviamo anni strani in cui capita di cominciare ad ascoltare qualcuno proprio perché ti fa schifo o ti fa ridere e poi finire per venirne rapiti. Pensa al fenomeno Dark Polo Gang: gran parte del loro pubblico è formato da gente che ha cominciato ad ascoltarli per il lol e poi c'è rimasta incastrata. Quindi sì, è l'epoca del vale tutto e alla lunga questa cosa avrà per forza di cose dei risvolti poco sani perché di base ci stiamo abituando sempre di più a fornire sovraletture per giustificare cose che non ci piacciono ma che in realtà ci tengono incollati come capita agli anziani coi lavori in corso. Però, come dicevo prima, viviamo anche in un'epoca in cui l'accesso alla musica è davvero alla portata di un click e quindi il gusto personale è tornato al centro del discorso. Perché alla fine c’è poco da fare ma io credo davvero che esista gente a cui piacciono sia Cremonini che gli Einstruzende Neubauten.

Presente.

Eh, pure io. (risate) L'importante sta nel sapere dare un giusto peso alle cose che si ascoltano e valutarne il contesto. L'unica roba che auspico è che tutti gli artisti che stanno emergendo proprio per via della loro trasversalità non perdano l'unicità che li contraddistingue per adeguarsi agli stilemi imposti dal mercato. E purtroppo io questo rischio lo vedo.

Si è passati da una scena indie in cui bisognava farlo strano per forza a un'altra che a forza di elencare a modelli i vari Venditti, 883 e Tiziano Ferro sembra avere abbracciato il conformismo. O meglio: sembra correre il rischio di abbracciarlo nel prossimo futuro. E spero tanto che non accada.

Che poi se ci pensi bene quelli che volevano fare gli strani sono gli stessi che poi sono andati a Sanremo, hanno fatto i duetti coi cantanti pop e ora fanno i giudici di X Factor.

Negli ultimi anni proprio quel mainstream ha pescato a piene mani dal "nostro" mondo per rifornirsi di autori. Da Bianconi (Baustelle, ndr) e Raina (Amor Fou, ndr), a Di Martino, Brondi per Jovanotti, i tuoi Colapesce e Niccolò (per Max Pezzali e Mengoni), Calcutta ora per J.Ax e Fedez...

Come interpreti questa cosa, anche da addetto ai lavori? È un fondo pensionistico o c'è di più? Quando ne parlavo con Edoardo (Calcutta, ndr), a parte il discorso economico, era proprio entusiasta di questa cosa. 

A te fa piacere che i tuoi artisti lo facciano? Non vedi il rischio che si spremano troppo, o si esauriscano, o addirittura che si trovino a proprio agio in quella posizione e lascino perdere il proprio progetto? (Da uno come Niccolò un abbandono del ruolo di frontman e un futuro da autore/produttore/sonorizzatore me lo aspetto anche).

Io credo che uno dei grandi problemi del mainstream italiano sia proprio quello dello spezzatino di autori, più o meno sempre gli stessi che rimbalzano di disco in disco, che fa sì che il nostro pop sia abbastanza privo di personalità e molto piegato su una serie di stereotipi (tra cui anche quello di rincorrere sempre e comunque le hit internazionali del momento), quindi in maniera un po' egoistica penso che se più autori non di professione (perché tutti quelli che hai citato alla fine scrivono pochissimo rispetto ai veri professionisti del settore) si dedicassero a scrivere per gli interpreti mainstream con la stessa libertà di cui godono nei loro progetti personali, non dico che avremmo un pop migliore di quello che c'è adesso, ma perlomeno sarebbe tutto un filino meno scontato. Perché da ascoltatore attento mi rendo conto che è come se quegli autori professionisti fossero obbligati a seguire delle regole, come se le canzoni si potessero scrivere in un modo solo, e noi sappiamo che non è così.

Se più autori non di professione si dedicassero a scrivere per gli interpreti mainstream con la stessa libertà di cui godono nei loro progetti personali, non dico che avremmo un pop migliore di quello che c'è adesso, ma perlomeno sarebbe tutto un filino meno scontato

In più credo che per un musicista sia sempre stimolante provare a confrontarsi con qualcosa al di fuori della propria comfort zone, anche perché scrivere per altri quando si è così fortemente connotati non è proprio una cosa facile. Di base devi provare a superare i tuoi stessi limiti e pensare che quello che non va bene per te potrebbe essere adatto alla pelle di un altro, ed è un bell'esercizio di stile.

Esercizio di stile che volendo ti permette di essere anche più libero quando poi lavori alle tue cose. Il problema secondo me va rintracciato molto nel modo in cui il sistema degli autori viene gestito: come dicevo prima mi sembra che si punti sempre ad avere tutti gli autori del momento in un solo disco (non so, esce il nuovo disco della Michielin e dentro ci sono: due brani di Zampaglione, due di Casalino, due di Ermal Meta, uno del nuovo fenomeno indie…) che a creare un vero progetto collaborativo tra autore e interprete tipo “Pharrell scrive il disco di Justin Timberlake e poi lo produce insieme a Timbaland”, “Diplo e Skrillex che curano tutto l'album di Bieber”…

Certo, probabilmente sarebbe più interessante e stimolante per tutti. D’altronde le popstar hanno sempre funzionato in questo modo, con un’immagine forte data da un team produttivo preciso, solitamente nell’ombra. La novità è questo “spezzatino”, come lo chiami tu, e ho l’impressione che derivi da una frammentazione totale e della ricerca di hit immediate.

Qual è secondo te il rischio più grosso che corre questo "nuovo cantautorato indie"? Non siamo pericolosamente vicini a una generale omologazione alle cose più beceramente radiofoniche, e al rispetto delle esigenze del mercato?

Sicuramente nell’ultimo anno si è allargato il bacino di utenza per un certo tipo di musica ed è arrivato tanto pubblico nuovo, ma non bisogna dimenticarci che tutti i nomi che abbiamo citato in questa conversazione sono finiti a essere passati molto dalle grosse radio "popolari", e non solo da Radio Popolare, senza fare niente per finire in certi ambiti.

Non intendi però a livello di promozione, ma a livello di suono, giusto? La promozione ovviamente c’è stata, ma per prodotti che erano quello che erano, senza essere costruiti per risultati determinati.

Esatto. Semplicemente sono stati la cosa giusta, al momento giusto: le radio passano più musica italiana e molti direttori artistici si sono stufati di passare solo canzoni tutte uguali, scritte dagli stessi autori e prodotti dalla stesse persone. Si sono resi conto che esisteva un sottobosco di gente con un pubblico ma non omologata ai suoni del momento. E quello che bisogna fare ora è provare a mantenere questa autenticità: utilizzare la maggiore attenzione per far sì che nel pop italiano ci sia sempre più spazio per artisti non del tutto pop e non omologarsi a quello che funziona solo perché funziona.

Ora bisogna provare a mantenere questa autenticità: utilizzare la maggiore attenzione per far sì che nel pop italiano ci sia sempre più spazio per artisti non del tutto pop e non omologarsi a quello che funziona solo perché funziona

Il rischio che accada è concreto, ma io non credo in quelli che pensano che per sedersi al tavolo dei grandi bisogna per forza vestirsi come loro. Io credo che il tavolo dei grandi stia per saltare in aria e la miccia è stata finalmente accesa, i discorsi su cosa non è indie e cosa lo è sono superati, non interessano ai musicisti e non interessano in primis al pubblico, però quando leggo tante interviste di gente che una volta arrivata a ottenere una visibilità maggiore si sente in dovere di mostrare superiorità nei confronti del mondo da dove viene provo un pochino di imbarazzo. Mi sembrano chiacchiere sterili sia in un senso che nell’altro.

Un nome che non è ancora venuto fuori nella nostra conversazione è quello di Iosonouncane. Il suo mi sembra un caso molto particolare perché è allo stesso tempo un "outsider", uno che non fa gruppo, che fa le sue cose e al limite quando deve fare qualcosa con qualcuno finisce per farla con un gruppo a sua volta al di fuori di tutto (i Verdena), e perché allo stesso tempo potrebbe essere percepito come il più cantautorale di tutti. Ma è anche quello che, se togliamo la voce da Tanca, fa cose più estreme e sperimentali, a tratti davvero assimilabili a quelle dei progetti underground da trenta persone davanti al palco di cui parlavamo prima.

Ecco, l'esempio di Iosonouncane è perfetto perché riesce a essere il più distante e il più legato alla tradizione italiana nello stesso identico momento, nella stessa identica canzone. È uno di quelli, non il solo, che è riuscito a far coincidere ricerca musicale e al tempo stesso arrivare a un pubblico più ampio: Stormi, per esempio, è una canzone propriamente detta…

Infatti è quella che a me non piace! (Risate)

Chiaro! (risate)

No, va beh, diciamo che è ben inserita nel contesto dell’album, però può essere anche percepita un po’ come una concessione. Il mio problema è che se uno dovesse ascoltare solo quella penserebbe che sia “uno come gli altri”.

È una canzone propriamente detta, col giro di accordi che ricorda Summer on a Solitary Beach, i fiati che sembrano essere stati prelevati da un disco di Battisti, però possiede anche elementi di suono molto personali e a modo suo originali. Poi io sono molto affascinato dal lessico utilizzato nel disco: se la parte musicale è costruita sovrapponendo strati su strati, dal punto di vista testuale ha lavorato per sottrazione utilizzando un vocabolario preciso e di poche parole.

Pochissime, anche la linea melodica vocale è praticamente sempre la stessa. Come se desse più importanza a tutto quello che c’è sotto: è per quello che secondo me si posiziona più in alto rispetto a tutto il resto.

E forse lui andrebbe più assimilato a certo prog rock italiano che al cantautorato, segno tangibile che nel 2017 non è più possibile rinchiudersi dentro certe definizioni. In ogni modo: negli ultimi mesi si è parlato tanto degli artisti che partendo dal basso stanno confluendo nel pop, e io ovviamente ne sono orgogliosissimo, ma un po' si corre il rischio di far passare quella strada come l’unica percorribile. E non è così.

Certo. C’è anche chi nella nicchia ci sta bene, e meno male.

E i rapper, in tutto questo? Vogliamo fare il famoso discorso dei rapper nuovi cantautori?

Una nota che ti riguarda: io credo che un punto di valore, una caratteristica del "nuovo indie cantautorale" è stata di avere riferimenti contemporanei e precisi, e che questa cosa sia stata mutuata dal rap. Insomma "i pariolini di 18 anni comprano e vendono cocaina” (I Cani) è un incipit che davvero racconta un mondo, come "rimo da quando i fra ti rubavano il Woolrich” (Club Dogo), molto più di chi invece ancora abbia De André o Gainsbourg come riferimenti.

La contemporaneità è fatta da linguaggi diversi sempre più mischiati tra di loro. E se la canzone italiana contemporanea è nelle mani di gente che ha più o meno trent'anni ed è cresciuta magari ascoltando nello stesso momento Battiato, gli LCD Soundsystem, Caetano Veloso e Fabri Fibra, per forza di cose i mondi finiranno per toccarsi. C'è stato un momento in cui sembrava che chiunque volesse fare canzone italiana con contenuti importanti dovesse rifarsi per forza a un immaginario passato. Se ci pensi questa cosa è iniziata con Sussidiario Illustrato della giovinezza dei Baustelle e ha raggiunto il suo apice proprio col disco di Vasco Brondi che è nato nel 1984 ma che utilizzava un lessico e descriveva un mondo più vicino a quello dei romanzi di Tondelli e dei dischi dei CCCP che all'Italia del 2007.

Per un certo momento sembrava che l'oggi con le parole dell'oggi potessero raccontarlo solo i rapper, poi le cose sono cambiate e le distanze accorciate

La stessa cosa che è successa anche a certa letteratura italiana dove, per aspirare al titolo di grande romanzo italiano, è diventato obbligatorio utilizzare una lingua anticata e rifarsi continuamente all'immediato dopoguerra e agli Settanta. Per un certo momento sembrava quindi che l'oggi con le parole dell'oggi potessero raccontarlo solo i rapper, poi le cose sono cambiate e le distanze accorciate. Marracash, giusto un paio di settimane fa, mi diceva che per lui è sempre stato strano che nuovi-cantautori e rapper non comunicassero tra di loro.

C’è anche chi, a livello ancora sotterraneo, ma probabilmente destinato a emergere, sta facendo rap lasciandosi influenzare dal mondo del cantautorato indie, vedasi il progetto Carl Brave x Franco 126.

È il frutto di questa nuova collisione di mondi che all'apparenza dovrebbero essere uno contro l’altro: loro fanno trap con le chitarre acustiche, un lessico da rapper e l'immaginario anche letterario di certa nuova canzone italiana indie. Una cosa importante che non abbiamo detto: fino a un po' di tempo fa sembrava che "il cantautorato di nuova generazione" fosse una roba fatta dai trentenni per i loro coetanei, invece è successo che in quest'ultimo anno è arrivata una fascia ancora più giovane, che già c'era ma magari con numeri più esigui, che prima era tutta nelle mani del rap italiano. Quindi c'è effettivamente molta più gente che si ascolta Calcutta e Rkomi, Ghali e I Cani e che poi finisce a fare una musica che è un ibrido delle due cose, mentre se guardi già solo dieci anni fa chi ascoltava Il Teatro degli Orrori probabilmente odiava i Club Dogo e viceversa.

Per concludere, una questione sempiterna: tu dici che l'amore per la canzonetta è lo stesso dappertutto. Però all'estero nel mainstream sono esistiti fenomeni di assoluta novità musicale come i Primal Scream. O nell'iperpop un gruppo come i Blur che si è avventurato anche in soluzioni molto particolari. E mille gruppi indie amatissimi non lo sono certo stati in virtù dei loro testi ma delle sonorità. Noi invece siamo più chiaramente figli della tradizione francese (chansonnier) e italiana, per cui i testi e il cantato sono tutto e la musica accompagnamento.

Per me questo è un falso mito: tre delle più grandi pop star, parlo proprio di successo, della storia della musica italiana sono tutto tranne che delle belle voci, lo stesso Battisti ai tempi veniva definito uno dalla vocalità incerta (cosa abbastanza assurda).

Ok, però “la gente” ama Battisti perché le sue canzoni si possono cantare in spiaggia, non per l'ardita sperimentazione sonora di Anima Latina: insomma, ama Mogol e non Battisti. Esagerando un po’, è come quelli che amano un attore e lo hanno sentito solo doppiato.

Ma la voce ti arriva molto prima dei testi, e la gente riconosce la voce e la melodia di Battisti in un secondo, ben prima di arrivare al testo.

E a me non sembra che la parte musicale di Cani, Cosmo, Colapesce, Verdena eccetera sia meno rilevante dei loro testi.

Comunque forse vorrei aggiungere che ad avere l'ossessione per i testi è più la critica del pubblico, perché di base sono i giornalisti a fare sempre e solo domande relative ai testi e basare gli articoli solo su quello. Cosa che non fanno con la roba anglofona spesso solo perché non conoscono bene la lingua.

Tornando alla musica, io sono molto in imbarazzo a dire questa cosa, ma quando abbiamo mandato “L'ultima festa” in giro per le radio, dove poi è diventata una delle canzoni più trasmesse della scorsa estate, ci hanno tutti detto che era "strana", per nulla radiofonica. A me sembra che da qui si guardi sempre all'estero in maniera molto provinciale: come se i Primal Scream vendessero quanto le Little Mix. E non è così: in Italia come all'estero esiste un pop di massa che domina nell'airplay e nelle vendite esattamente come da noi dominano i Tiziano Ferro, Mengoni, Elisa e co. e poi esiste tutt'altra roba tipo Bon Iver, gli Arctic Monkeys, i National eccetera che finiscono ai primissimi posti della classifica di Billboard facendo canzoni pop anche abbastanza immediate ma dal gusto testuale, musicale e sonoro diverso da quello che domina tra la massa. Semplicemente sembrava che da noi per il pop, chiamiamolo così, alternativo non ci fosse lo spazio e ora piano piano quello spazio si è creato.

E a me Bon Iver, gli Arctic Monkeys e i National fanno schifo quindi tutto torna! (risate)

Vedi? (risate)

A me pare che nessuno dei nomi italiani di cui abbiamo parlato in questa conversazione faccia "bel canto”, nessuno spicca per le doti vocali o per essere particolarmente intonato, e hanno tutte voci non propriamente dette. Semplicemente hanno le canzoni. Io non credo che gli Xx vendano tanti dischi per la produzione di Jamie, ma perché oggettivamente On Hold è una bomba di canzone.

E, anche se nessuno dei due li ama particolarmente, su questo siamo d’accordo.

Federico Sardo

Federico Sardo ha collaborato per tre anni con Resident Advisor; scrive per VICE, Zero e Pixarthinking – oltre a collaborare con Prismo, The Towner e Il Tascabile. È un quarto di Flying Kids Records, con cui ha anche pubblicato il libro antologico Non ti divertire troppo: 1980-1999 20 anni di rock alternativo americano visto da qui.

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