IL MOSSAD OLTRE LA LEGGENDA, TRA CINISMO, ASTUZIE E OMICIDI SU NETFLIX UN DOCUMENTARIO IN 4 PUNTATE DA NON PERDERE
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IL MOSSAD OLTRE LA LEGGENDA, TRA CINISMO, ASTUZIE E OMICIDI SU NETFLIX UN DOCUMENTARIO IN 4 PUNTATE DA NON PERDERE

Che cosa pensiamo quando pensiamo al Mossad? La parolina ebraica significa “Istituto”, ma per tutti è sinonimo di servizi segreti e di intelligence. Tra i migliori al mondo, così almeno vuole la leggenda: per efficienza operativa, capacità chirurgica, abilità nel reclutamento, tecniche di adattamento, perizia tecnologica e via dicendo. Decine di film hanno magnificato l’operato del Mossad, spesso svolto in condizioni impossibili, sfidando ogni previsione geopolitica; o anche rivelando le sue ombre, alcuni suoi fallimenti, i presunti o reali errori strategici.

Chi è interessato al tema, sempre che non si sia accecati da riflessi antisemiti parecchio diffusi anche dove meno te l’aspetti, non dovrebbe perdere il documentario in quattro puntate reperibile sulla piattaforma Netflix. Si chiama “Inside the Mossad”, porta la firma del regista Duki Dror e degli sceneggiatori Yossi Melman e Chen Shelach.

Con uno stile asciutto, che ricorda un po’ quello inventato dal nostro Sergio Zavoli per “La notte della Repubblica”, il cineasta israeliano ci introduce, per quanto possibile, ai “misteri” del Mossad, facendo le domande giuste, puntuali. Ventidue, tra ex direttori, capi intermedi e agenti dell’agenzia governativa fondata nel 1949, sotto la presidenza storica di David Ben Gurion, si raccontano con una certa spregiudicatezza, quasi incuriositi di fronte a quella situazione pubblica, a tratti con una punta di civetteria, fermandosi solo di fronte a episodi e dettagli che non possono essere rivelati, immagino per motivi di Stato. Per la serie: "Domanda successiva?".

Ne esce un ritratto inedito, molto interessante, del Mossad, pure dissonante rispetto all’inossidabile mito eternato da film, serie tv e romanzi spionistici. Molti degli intervistati sono anziani, anche molto anziani, e tuttavia lucidissimi nel ricordare eventi lontani, talvolta dribblare le domande insidiose, buttarla sulla "recita" e sulla manipolazione che pure fanno parte del mestiere, o sul realismo più totale in nome degli interessi nazionali ("A volte devi collaborare con il diavolo in persona").

Sbaglia chi pensasse al Mossad solo come ad una congrega di killer senza scrupoli, pronti a colpire ovunque nel mondo. Basterebbe aver visto “Munich” di Steven Spielberg per sapere che la faccenda è molto più complessa, anche sul versante umano; benché, certo, trattasi di un lavoro che contempla eccezionali capacità di autocontrollo, ragguardevoli risorse mentali e una punta di improvvisazione quando tutto sembra andare storto.

Inutile qui rievocare gli episodi, anche delicatissimi, rievocati dai testimonio intervistati, alcune donne. Ne cito solo uno, per dare l’idea: fu un errore non eliminare l'ayatollah Khomeini quando pure si capì che l’escalation fondamentalista in Iran avrebbe dispiegato i suoi “frutti” malefici su tutto lo scacchiere?

Gli intervistati, tra i quali direttori illustri del Mossad in stagioni bollenti, parlano con voce calma, raccontano come furono reclutati e fecero carriera, confessano errori di sottovalutazione, omicidi inutili o smacchi imprevisti, quasi tutti rivendicando una superiore ragion di Stato, il che significa coniugare astuzia e cinismo. La visione è istruttiva, perché molti di questi capi del Mossad, oggi ottantenni o più, pur riconoscendo di aver dovuto affrontare situazioni complesse, irte di rischi diplomatici, di possibili “danni collaterali”, di sofferenze ingiustamente inflitte, si rivelano inscalfibili sul piano etico-morale, esattamente come te l’aspetti.

C’è un motivo in più, poi, per vedere “Inside the Mossad”. Molti delle missioni rievocate, quelle finite bene e quelle finite male, trovano risconto nei film e nelle serie tv offerte contestualmente da Netflix. Penso a “Red Sea Diving Resort”, sulla mirabolante operazione in Sudan che salvò migliaia di falascia etiopi di religione ebraica; a “L’angelo”, sulla controversa figura della spia egiziana doppiogiochista Ashraf Marwan, celebrata sia al Cairo sia a Tel Aviv; a “The Spy”, sull’agente Eli Cohen che riuscì a diventare viceministro alla Difesa in Siria prima di essere scoperto e impiccato in piazza; a “Operation Finale”, sul piccolo team che volò sotto copertura a Buenos Aires per rapire il diabolico Adolf Eichmann e processarlo in Israele.

Michele Anselmi per Siae.it

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