IL CINEMA ITALIANO VIAGGIA NEL TEMPO: “NON CI RESTA CHE IL CRIMINE” LA COSA MIGLIORE? FORSE I SOPRANNOMI DELLA BANDA (MAGLIANA)
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IL CINEMA ITALIANO VIAGGIA NEL TEMPO: “NON CI RESTA CHE IL CRIMINE” LA COSA MIGLIORE? FORSE I SOPRANNOMI DELLA BANDA (MAGLIANA)

Lo sappiamo: il viaggio nel tempo è un classico del cinema popolare. Offre spunti gustosi, diverte lo spettatore, agevola lo spaesamento dei personaggi, altera alcuni tracciati della Storia, scherza con le epoche, gli oggetti, il destino, invita alle gag surreale. Non sorprende che lo sceneggiatore più indaffarato del cinema italiano, Nicola Guaglianone, firmi dunque, insieme al fedele Menotti, a Andrea Bassi e al regista Massimiliano Bruno, il copione di Non ci resta che il crimine, il cui titolo omaggia direttamente Non ci resta che piangere di Troisi-Benigni (ma lì c’era un verso del Petrarca a fare da spunto).

Guaglianone, sin dai tempi di Lo chiamavano Jeeg Robot, teorizza la rinascita dei cosiddetti generi del cinema italiano con l’aria di chi si sente molto fico, diciamo innovativo e controcorrente; d’altro canto il successo di La Befana vien di notte, altro film da lui scritto, sembra dargli ragione.
Tuttavia anche Non ci resta che il crimine a me non pare una riuscita. Infarcita di citazioni, allusioni e strizzatine d’occhio, la commedia gioca esteticamente con i “poliziotteschi” degli anni Settanta-Ottanta, tra Fernando Di Leo e Umberto Lenzi, a partire dalla grafica del manifesto, dagli zoom sui primi piani, dallo schermo diviso in due, tre o in quattro (split-screeen in gergo); anche se ho l’impressione che il film, nelle sale da giovedì 10 gennaio con Iif-Raicinema, intenda più che altro sfotticchiare le serie tv alla maniera di Romanzo criminale.
In Non ci resta che il crimine accade infatti che tre sfigati cinquantenni, nell’ambizione di “fare soldi a palate”, inventino nella Roma attuale una sorta di tour turistico nei luoghi-simbolo della Banda della Magliana. Ovviamente si atteggiano a truci banditi dell’epoca, almeno negli abiti, nella foggia dei capelli e nei mezzi di trasporto, però sono pezzi di pane: Alessandro Gassmann è un timido mal maritato con una moglie frigida; Gianmarco Tognazzi un commercialista vessato dal capo e spaventato da tutto; Marco Giallini un amabile finto-cattivo con le pose del boss.
Una fuga precipitosa dentro il bar che fu quartiere generale del famigerato  Enrico De Pedis, detto “Renatino”, li proietta dentro il solito buco spazio-temporale: eccoli, quindi, ritrovarsi nel giugno 1982, all’epoca dei Mondiali di calcio poi vinti dall’Italia.
Guaglianone aveva solo nove anni nel 1982, quindi il procedimento drammaturgico non si nutre di nostalgie adolescenziali o di esperienze personali; il viaggio nel tempo, alla maniera di Ritorno al futuro e decine di altri film sul tema, maneggia quindi i materiali di un certo immaginario tra cinematografico e sociologico, in modo da far coincidere, almeno in parte, lo spiazzamento dei tre amici e lo sguardo degli spettatori. E dunque: le cinte di El Charro, i manifesto del primo Rambo, la canzone Figli delle stelle di Alan Sorrenti, la pubblicità dei pennelli Cinghiale, i ghiaccioli multi-colore, gli slippini Port Cros, i ghiaccioli “Arcobaleno”, la tripletta di “Pablito” Rossi, i Kiss versus i Rockets…
Naturalmente, conoscendo come sono andate le cose, i tre cinquantenni riescono a frodare il prossimo e guadagnare milioni, almeno fino a quando il loro destino non deve fare i conti con l’irritabile boss “Renatino” e la sua colorita sexy-fidanzata, incarnati da Edoardo Leo e Ilenia Pastorelli. Un “colpo” favoloso sembra prospettarsi, ma a quel punto tutto si complica e non sarà facile tornare al 2018.
Forse la cosa più azzeccata è la “nomenclatura” dei malviventi romani, alcuni dei quali autentici: il Ventresca, il Bove, il Fusaio, il Biafra, il Fiatella, il Fariseo, e poi Accattone, Operaietto, Accetta (alcuni me li sono persi). Ma il film, nel suo complesso, risulta prevedibile, spesso inerte, pure rallentato nelle scene d’azione e piuttosto lesso negli affondi comici. Il finale apertissimo sembra suggerire un possibile seguito, ma forse è solo un’ennesima citazione. Come la trovata della canzoncina: se in Non ci resta che piangere Troisi intonava il ritornello di Yesterday dei Beatles, qui Gassmann canticchia Dammi tre parole di Valeria Rossi che sarebbe esplosa nel 2001. Le cose cambiano.

Michele Anselmi per SIAE

 

 

 

 

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