Il 2016 del cinema italiano
Vivaverdi
di Pier Mauro Tamburini

Il 2016 del cinema italiano

I dieci film italiani più interessanti dell’anno appena trascorso

Ancor più che una lista di bei film del 2016, questa vorrebbe essere una lista di buoni propositi per il 2017 (e per il 2018, il 2019, il 2020…). Dopo anni difficili per il cinema italiano, con pochi incassi e ancor meno esportazione all’estero, l’anno appena finito potrebbe infatti venire ricordato come uno dei momenti chiave per la rinascita del nostro cinema. Dodici mesi segnati dal tentativo da parte di registi e produttori di rompere gli schemi che hanno portato all’immobilità di cui sopra, e – un dettaglio fondamentale – da un’ottima reazione del pubblico a storie e forme diverse.

I dieci film che abbiamo scelto non sono necessariamente i migliori o i più belli, ma i più interessanti, cioè quelli che insieme possono disegnare una mappa di quanto successo e indicare la via per una cinematografia italiana più variegata e quindi più sana. E, pur se non perfetta, la legge passata in Parlamento due mesi fa dovrebbe dare una mano.

La lista è in un insolito ordine di incassi (dal più basso al più alto) per due motivi: perché nasce anche con l'idea di tenere d'occhio il rapporto tra pubblico e sistema, e perché permette di iniziare con tre film a basso o bassissimo budget, piaciuti sia alla critica sia al pubblico. E va da sé: è anche dal sostegno a piccole opere che bisogna partire per guardare al futuro.

Fiore, Claudio Giovannesi

Fiore racconta la storia d'amore tra Daphne e Josciua, due adolescenti rinchiusi in un carcere minorile. A parte il sempre meraviglioso Valerio Mastandrea, tutti gli altri attori del film sono dei non professionisti. I due protagonisti del film portano lo stesso nome degli attori che li interpretano: Daphne Scoccia e Josciua Algeri sono ragazzi che il regista Claudio Giovannesi ha scovato in giro per Roma e che mette in scena con dolcezza e autentico amore, riuscendo a raccontare lo smodato bisogno di libertà adolescenziale scartando sempre un passo prima della retorica e tratteggiando la vita in un carcere minorile con verità e delicatezza. Presentato in concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, Fiore è il terzo film di Claudio Giovannesi, anche documentarista (si vede) e quest'anno regista di due episodi di Gomorra.

Indivisibili, Edoardo De Angelis

Indivisibili racconta la storia di Viola e Daisy, giovani gemelle siamesi sfruttate dal padre come fenomeni da baraccone ai matrimoni e come sante miracolose a messe e processioni. La storia inizia quando le due ragazze – interpretate da Angela e Marianna Fontana, sorelle anche nella vita – scoprono che un intervento chirurgico potrebbe riuscire a separarle. Ambientato a Castel Volturno, il film racconta un'umanità disperata con un andamento quasi fiabesco ed è ispirato alla storia vera di Daisy e Violet Hilton, gemelle siamesi di inizio Novecento celebri per aver recitato in Freaks di Tod Browning. Indivisibili è stato a un passo dall'essere selezionato come film italiano da mandare agli Oscar, battuto di un solo voto da Fuocoammare ­– di cui ovviamente parleremo più sotto.

Piuma, Roan Johnson

Anche Piuma, e a questo punto forse non è una coincidenza, ha una coppia di adolescenti come protagonisti. Ma a differenza dei film di Giovannesi e De Angelis, Piuma è una commedia pura, leggerissima, che racconta i nove mesi di gravidanza dell'appena diciottenne Cate e del suo ragazzo Ferro, decisamente inadatti al compito che li aspetta. La sfortuna principale di questo film sembra essere stata quella di essere in concorso a Venezia, dove pare ci siano state molte risate durante la proiezione e, curiosamente, altrettanti fischi sui titoli di coda, arrivati da chi protestava contro la scelta di ammetterlo in concorso. Dopo un primo weekend così così è stato tolto dalla maggior parte delle sale in cui era proiettato e non sapremo quindi mai se, con un po' di coraggio in più da parte degli esercenti, la persistenza e il passaparola avrebbero portato più persone a vedere la storia di Cate e Ferro e delle loro famiglie. Nato dal bisogno di esorcizzare le paure della paternità, Piuma è il terzo film di Roan Johnson dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene.

The Pills - Sempre meglio che lavorare, Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi

Scomposto e frammentato, il primo film dei The Pills è immensamente più vivo e onesto e contemporaneo delle commedie interscambiabili che riempiono i nostri cinema. Culmine di un percorso iniziato cinque anni fa su YouTube, Sempre meglio che lavorare racconta lo spaesamento dei trentenni – o meglio: dei post–adolescenti – d'oggi. E sicuramente interessantissimo è stato l'accanimento di una certa critica, più e meno autorevole ma pur sempre critica, nei confronti del film. Anche questo sintomo di un sistema instabile, i The Pills sono stati vittima dell'hype generato prima dell'uscita, della convinzione che questo film potesse, quasi dovesse, rivoluzionare e salvare la commedia italiana. Sempre meglio che lavorare era, paradossalmente, allo stesso tempo un'opera prima e un film molto atteso, con un buon budget e di conseguenza un rapporto – si ha questa impressione – travagliato con la produzione. Come Piuma, dopo una prima settimana di incassi comunque rispettabili è quasi sparito dai cinema, e sono gli stessi autori a scherzare sul flop in Lo sport più completo, uno dei loro migliori episodi online, dopo essere stati addirittura scaricati dal loro stesso produttore. Personalmente, non vedo l'ora di andare al cinema a vedere il loro prossimo film.

Fuocoammare, Gianfranco Rosi

È il più grande film italiano dell'anno e poteva rischiare di essere visto da pochissime persone. L'incidenza dei premi sul successo in sala di un film è spesso dibattuta, ma vincere un Orso d'oro a Berlino con un'opera che racconta il dramma dei migranti, uno dei temi chiave della società in cui viviamo, ha permesso a Fuocoammare di arrivare sulle prime pagine dei giornali e di rafforzare il passaparola, strumento vitale per i film con poche risorse promozionali. Girato durante più di un anno di permanenza a Lampedusa, il documentario intreccia le vicende di più personaggi che vivono, come dire, ai confini della storia. Lo sguardo di Gianfranco Rosi, già vincitore del Leone d'oro al miglior film per il documentario Sacro GRA, è così focalizzato sulle persone da trasformare una vicenda inevitabilmente politica in una vicenda umana, quindi classica, riuscendo nel miracolo di mostrare la morte senza giudizio e sensazionalismo. Come se non bastasse, il film è costellato da immagini di una magnificenza visiva impressionante che risuonano continuamente le une con le altre, diventano simboli, icone, significato.

Veloce come il vento, Matteo Rovere

Proprio sulle pagine di Vivaverdi trovate una lunga intervista a Matteo Rovere, regista del film nonché produttore di, tra le altre cose, Smetto quando voglio. Ambientato in provincia di Imola, il film racconta il rapporto tra Giulia, giovanissima pilota del campionato GT interpretata dalla futura star Matilda de Angelis, e suo fratello Loris, ex pilota ora tossicodipendente interpretato da Stefano Accorsi nel suo miglior ruolo di sempre. Veloce come il vento non è solo un gran film d'azione ambientato nel mondo delle corse automobilistiche (un film di genere!) ma è anche il risultato di un processo produttivo atipico e virtuoso. "Da regista ho cercato per prima cosa di capire quali fossero le immagini fondamentali, e non mi sono minimamente represso in questa ricerca", dice Rovere. Un esempio: la produzione del film ha contribuito all'iscrizione di una macchina al vero campionato GT, dipingendola con i colori dell'auto di Giulia, per poter avere nel film immagini di gare e incidenti veri. E, a proposito di cinema italiano, Rovere dice che "dobbiamo sapere cosa c'è in programmazione nella sala accanto al nostro film e chiederci: perché lo spettatore dovrebbe vedere Veloce come il vento e non l'altro film? Il punto di partenza è valorizzare i punti di forza dell'italianità: cos'ha il film italiano che quello straniero non ha? Di certo un meccanismo di riconoscimento maggiore da parte dello spettatore, che automaticamente si rivede in una realtà più vicina a lui."

Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti

Con sette David di Donatello vinti e un successo di pubblico imprevedibile, insieme a Veloce come il vento ha il merito di avere, per l'ennesima volta e speriamo quella definitiva, stabilito che il cinema di genere è semplicemente cinema, e non ha nulla da invidiare a prodotti solo apparentemente più complessi. Il film racconta la trasformazione in supereroe di Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), burbero delinquentello romano entrato in contatto con sostanze tossiche nel Tevere, e la sua relazione con Alessia, ragazza con evidenti problemi psichici che diventerà la sua mentore. Jeeg Robot è l'approccio romano ai film supereroistici americani, o ancor di più agli antieroi diventati canone da Watchmen – il fumetto capolavoro di Alan Moore dell'86 – in poi. Il film è stato prodotto dallo stesso regista Gabriele Mainetti ed è scritto dallo sceneggiatore Nicola Guaglianone, lo stesso di Indivisibili. Assoluto picco del film è il cattivo della storia, il narciso Zingaro in cerca di visibilità televisiva interpretato da Luca Marinelli. 

La pazza gioia, Paolo Virzì

La Pazza Gioia racconta l'amicizia tra due donne affette da disturbi mentali – le fantastiche Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti – e la loro fuga dalla comunità terapeutica in cui si trovano. Come avviene ormai da decenni in ogni film di Paolo Virzì, La Pazza Gioia vive in un magico equilibrio tra commedia e dramma, e riesce a raccontare tutta l'umanità della pazzia con una grazia e una naturalezza fuori dal comune. In un anno in cui altri grandi autori italiani come Moretti, Sorrentino e Garrone non sono usciti al cinema, Virzì si conferma un tesoro del nostro cinema, a volte dato un po' troppo per scontato. E la buona notizia è che sono da poco finite le riprese del suo primo film americano ad alto budget, The Leisure Seeker, una storia on the road con protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland. 

Perfetti conosciuti, Paolo Genovese

Solidissimo, intelligente, fresco, con un'ottima idea di partenza tenuta alla perfezione per un'ora e quaranta e il miglior cast italiano dai tempi di Romanzo Criminale – Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher e Kasia Smutniak. Perfetti Sconosciuti si svolge tutto durante una cena tra amici che decidono, per gioco, di leggere a voce alta gli sms che arriveranno nel corso della serata sui loro telefoni. Il film è stato un successo enorme, considerato che non ha comici protagonisti, che non è un cartone animato, che non è un sequel, e che... non è un capolavoro. E proprio per questo si tratta forse del film più interessante dell'anno: Perfetti Sconosciuti è semplicemente – si fa per dire – un film fatto estremamente bene, in cui ogni reparto, dalla regia ai costumi, dalla scrittura alla scenografia, ha dato il meglio di sé. E il pubblico ha reagito premiandolo come può capitare solo ai film che rientrano nelle categorie di cui sopra. La speranza è quindi che questo segnale venga recepito da autori e produttori, che non si limitino a copiare e mescolare gli ingredienti di Perfetti Sconosciuti ma si sforzino di intuirne i valori intrinsechi e, soprattutto, a credere un po' di più nel pubblico.

Quo vado?, Gennaro Nunziante

Il film italiano che ha incassato di più nella storia, nonché il film che nel 2016, da solo, ha incassato quasi quanto la metà di tutti gli altri film italiani dell'anno sommati insieme, non poteva non essere inserito nella lista dei più interessanti dell'anno. Di Quo vado? è già stata detta qualsiasi cosa: Checco Zalone è un talento comico straordinario, oltre che un autore intelligente in mano a un regista, Gennario Nunziante, altrettanto intelligente, e l'impressione è che tutte le critiche più scandalizzate – non tanto al film quanto al successo del film – nascano proprio dal vuoto che aveva intorno nei mesi prima dell'uscita. È ovviamente giusto che i film di Zalone (e di chiunque altro) esistano e che le persone vogliano vederli, il fenomeno preoccupante è quando vedono solo quelli. Ma, come abbiamo visto con i successi di pubblico di Jeeg Robot e Perfetti sconosciuti, la colpa sembra essere rintracciabile più nella scarsità dell'offerta che nei gusti degli spettatori. Dettaglio sintomatico nella sua goffaggine, le grosse catene cinematografiche hanno maggiorato di un euro e più il biglietto per Quo vado?, pompando gli incassi ma forse facendo passare la voglia allo spettatore saltuario di tornare in sala, quando dovrebbe accadere esattamente l'opposto: portare al cinema gli spettatori con i blockbuster trovando poi il modo di invogliarli a tornare per film più piccoli e meno promossi.

Gomorra, Matteo Garrone; The young Pope, Paolo Sorrentino

Sopresa! Le serie tv non avrebbero dovuto far parte di questa lista, ma com'è possibile raccontare un anno di cinema italiano senza inserire nell'equazione Gomorra e The Young Pope? Insieme alla loro indiscutibile qualità, le serie di Stefano Sollima e Paolo Sorrentino sono significative per l'investimento culturale e economico che hanno alle spalle. Sono prodotti complessi e ambiziosi sotto ogni punto di vista, che mirano al successo internazionale partendo da due universi italianissimi come il crimine organizzato e il Vaticano. Facendo perno sui propri elementi di forza (un brand, Gomorra, dalla riconoscibilità mondiale, e un regista vincitore di un Oscar) le due serie non si accontentano di portare a casa il risultato ma osano, sperimentano: in una parola, rischiano. E rischiare è da sempre il gesto cardine che permette a un settore culturale di rimanere vivo, di non ripetersi all'infinito fino all'immobilismo, di non cercare cioè il successo replicando i successi passati ma guardando avanti, anche a costo di sbagliare.

Illustrazione di Gio Pastori

Pier Mauro Tamburini

Sceneggiatore e regista del collettivo creativo La Buoncostume, autore di Klondike, Il Candidato, Kubrick – Una storia porno, Camera Cafè. Ha lavorato come giornalista per il Post e scritto di televisione e cultura per Personal Report.

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