I FRATELLI COEN RITORNANO NEL WEST CON UN FILM A SEI EPISODI “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” SOLO SU NETFLIX (NIENTE SALE)
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I FRATELLI COEN RITORNANO NEL WEST CON UN FILM A SEI EPISODI “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” SOLO SU NETFLIX (NIENTE SALE)

Di che cosa parliamo quando parliamo di Netflix? Di circa 130 milioni di utenti in 190 paesi; di 86 film distribuiti nel 2018;  di 11,5 miliardi di dollari investiti in produzione; di un valore in Borsa triplicato negli ultimi 5 anni (almeno secondo un dettagliato servizio dello spagnolo El País).
Per dire che non sarei troppo preoccupato se il nuovo film dei fratelli Coen, il western antologico La ballata di Buster Scruggs, premiato alla Mostra di Venezia 2018 per la miglior sceneggiatura, si può vedere solo sulla piattaforma Netflix, dallo scorso 16 novembre, e non al cinema. 

Negli Stati Uniti, invece, lo faranno uscire in qualche sala prima di Natale solo per poter gareggiare agli Oscar, ma è evidente che alla società americana bandita da Cannes, però forse il festival ci ripensa nel 2019, poco interessa lo sfruttamento detto in gergo theatrical.   

Poi, certo, capisco il disappunto di chi avrebbe voluto vedere sul grande schermo il nuovo film dei Coen, anche se ricordo che il precedente western dei due geniali fratelli, Il Grinta, remake di quello con John Wayne, pur distribuito da una major hollywoodiana, da noi non superò i 3 milioni di euro, ben otto anni fa, quando le sale “tiravano”.

Meglio non riaccendere qui la polemica su Netflix, sui film da far uscire o non far uscire nelle sale, sul decreto legge ministeriale della coppia Bonisoli-Borgonzoni, sulle famose “finestre”, eccetera. Però vale la pena di trattare La ballata di Buster Scruggs come un film a tutti gli effetti, non come una sorta di “sottoprodotto”, perché dentro vi risuonano, in una sorta di summa estetica e filosofica, molti dei temi cari al cinema dei Coen.

All’inizio se ne parlò come di una serie televisiva in sei parti, anche se la voce fu poi smentita dagli stessi interessati. Nei fatti è diventato un film ad episodi, cuciti da una sorta di cornice grafica:  un vecchio libro da sfogliare, novella dopo novella.

Naturalmente con The Ballad of Buster Scruggs (questo il titolo originale)  i fratelli Joel & Ethan Coen tornano nel vecchio West alla loro maniera sulfurea e pessimista, inventando sei storie, perlopiù tendenti al macabro, che sembrano uscire da un libro di racconti in stile Louis L’Amour (anche se il regista Carlo Carlei, gran estimatore del film, preferisce citare come fonte letteraria Meridiano di sangue di Cormac McCarthy).

S’intende che ciascuna di esse allude, più o meno, ad altrettanti sottofiloni dell’epopea western, ma non è necessario cogliere riferimenti spiritosi e strizzatine d’occhio per gustare il cine-volumetto da scorrere come fosse uscito da una polverosa biblioteca ottocentesca.

Girato in digitale e infarcito di partecipazioni illustri, da James Franco a Liam Neeson, da Tim Blake Nelson a Tom Waits, da Brendan Gleeson a Tyne Daly,  il film si apre e si chiude con la straziante ballata Streets of Laredo che riassume bene il senso dell’operazione, all’insegna di una soffusa quanto funerea nostalgia.

Ogni tanto i Coen la buttano in burletta e si ride, salvo poi virare verso un’epica più classica e struggente, sia pure attraversata da un lampo di perfidia: sulla natura umana, sulle bizzarrie del caso, sulle strettoie dell’esistenza, sull’ineluttabilità della morte.

Un pistolero canterino/chitarrista vestito di bianco che pensa di essere invincibile nonostante la ricca taglia che pende sulla sua testa; un inetto rapinatore di banche che scampa all’impiccagione ma finirà lo stesso sulla forca per un reato mai commesso; un malinconico show teatrale itinerante con un ragazzo inglese senza gambe e senza braccia, una specie di freak, che recita alati pensieri tratti da Shelley e Lincoln a rozzi pionieri sotto lo sguardo dell’impresario avido; un vecchio cercatore d’oro che ai bordi di un ruscello paradisiaco trova finalmente la vena d’oro capace di renderlo ricco se non fosse che…; una zitella destinata in moglie a un benestante dell’Oregon che si innamora di uno dei due cowboy incaricati di guidare la carovana attraverso i territori indiani; una diligenza con cinque passeggeri a bordo, due dei quali stanno molto ad ascoltare e forse non sono coloro che dicono di essere.

Volendo le citazioni si sprecano: dai film con Gene Autry all’omaggio a Per qualche dollaro in più (siamo a Tucumcari), da I compari a La ballata di Cable Hogue, da L’ultima carovana a Ombre rosse. Ma alla fine dei conti credo che i Coen non abbiano più di tanto saccheggiato la cineteca, preferendo cucire addosso ai loro  personaggi, s’intende abbastanza tipicizzati, pure stereotipati, destini che potremmo definire buffi se non fossero quasi tutti ghermiti dalla morte. Humour nero e iconografia western vanno a braccetto in La ballata di Buster Scruggs, lasciando nello spettatore un vago senso di disagio, forse anche una domanda esistenziale: verso dove s’avviano davvero i viaggiatori della diligenza che chiude simbolicamente l’antologia?

Michele Anselmi per Siae.it

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