I DILEMMI DI UN GIUDICE DI FAMIGLIA: LA VITA, LA MORTE, IL DIRITTO. EMMA THOMPSON PRODIGIOSA. ECCO UN FILM DA NON PERDERE
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I DILEMMI DI UN GIUDICE DI FAMIGLIA: LA VITA, LA MORTE, IL DIRITTO. EMMA THOMPSON PRODIGIOSA. ECCO UN FILM DA NON PERDERE

Giovedì 18 ottobre escono tredici (13) film nelle sale italiane. Un’autentica follia, un caso di cine-cannibalismo. Sicché bisognerà scegliere: e il mio consiglio porta dritto a The Children Act - Il verdetto. Lo firma il 75enne cineasta inglese Richard Eyre, sulla base del romanzo di Ian McEwan che potete trovare in libreria, Einaudi Super ET, col brutto titolo La ballata di Adam Henry.

Qualche mio collega critico, vedrete, scriverà che la storia è bella ma lo stile è piatto, senza picchi, “descrittivo”. Io penso invece che la regia di Eyre sia perfettamente intonata al clima e alla sostanza: rispetta gli attori senza lasciarli a ruota libera, ispessisce il dilemma morale attorno al quale ruota la vicenda, intreccia fatti personali e processuali preparando un terzo tempo che rovescia le dinamiche psicologiche in campo.
Certo The Children Act - Il verdetto non esisterebbe senza la prova, davvero immensa, di Emma Thompson, un’attrice che s’era un po’ persa per strada e qui giganteggia per finezza, adesione fisica, senso della misura, pure ironia. Peccato non sentirla recitare in inglese, benché la doppiatrice Emanuela Rossi sia precisa, attendibile (mi auguro che la distributrice Bim metta a disposizione qualche copia in versione originale con i sottotitoli).

Giudice dell’Alta Corte britannica specializzata in diritto di famiglia, Fiona Maye è quotidianamente alle prese con casi delicati, che implicano scelte dolorose, di vita o di morte. Ad esempio due gemellini siamesi, l’uno dei quali sta uccidendo l’altro. «Un bambino in buona salute è meglio di due morti» teorizza Fiona, spiegando che nel suo tribunale «si applica la legge, non la morale». Quindi via libera al chirurgo perché separi il “sano” Mark dal “malato” Matthew.
L’antefatto, avrete capito, serva a inquadrare la vita della donna: ancora bella e desiderabile, ma assorbita così intensamente dal proprio lavoro da non essersi accorta che il marito prof americano Jack, ormai estenuato dall’andazzo familiare, è sul punto di mollarla per vivere una storiella di sesso con una ventottenne, «un ultimo giro». Troppo per l’umiliata e ferita Fiona, la quale caccia il marito dalla loro bella casa e si tuffa nel prossimo caso, ancora più scottante.
Perché il minorenne Adam Henry, affiliato ai Testimoni di Geova come i suoi genitori, ha deciso di lasciarsi morire in ospedale: la trasfusione di sangue potrebbe salvarlo dalla leucemia, ma la sua religione non lo permette. Che fare? Assecondare la volontà del ragazzo o obbligarlo alla cura? Prima di emettere il verdetto, Fiona decide, con scelta inusuale, di incontrare il ragazzo, e tutto si complicherà.

Succedono tante cose in questo film compatto e divagante al tempo stesso, pure felicemente spiazzante, nel quale il magistero legale e le scorticature affettive di Fiona finiscono col saldarsi, rivelando la tribolata condizione umana della donna, che si sente in buona misura abbandonata agli albori della vecchiaia.

Suggerirei di non sottovalutare il ruolo importante, emotivamente cruciale, svolto, nell’incedere della storia, da una ballata popolare irlandese il cui testo, sul tema del rimpianto amoroso, fu composto nel 1889 dal poeta William Butler Yeats. Down by The Salley Gardens torna due volte nel film, quasi come un contrappunto sentimentale, un elemento di inattesa complicità, anche perché Fiona suona bene il pianoforte e sta preparando un concerto di Natale insieme a un avvocato canterino.
Tra affondi drammatici e frammenti di humour britannico, il film agita argomenti non di poco conto: il potere delle convinzioni religiose, le prerogative della giustizia, l’usura del matrimonio, gli effetti tardivi di una maternità negata, il gioco del destino che frantuma regole, sobrietà e convinzioni, facendo cadere ogni maschera di autocontrollo. Il tutto, io trovo, senza furbizie, ma con le risorse dello spettacolo, seguendo abbastanza fedelmente lo spirito del romanzo.

Di Emma Thompson, davvero prodigiosa e perfettamente delineata anche sul piano degli abiti e dell’acconciatura, s’è già detto; ma non sono da meno Stanley Tucci, Fionn Whitehead e Jason Watkins, rispettivamente il marito infelice e donnaiolo, il tormentato Adam in fuga dalla famiglia e il premuroso/buffo assistente vessato dalla giudice.

 

Michele Anselmi per SIAE

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