"HOLLYWOOD" TRA SESSO MERCENARIO E FANTASIA ANTIRAZZISTA CONSIGLIO DI ANDARE OLTRE LA PRIMA PUNTATA (È SU NETFLIX)
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"HOLLYWOOD" TRA SESSO MERCENARIO E FANTASIA ANTIRAZZISTA CONSIGLIO DI ANDARE OLTRE LA PRIMA PUNTATA (È SU NETFLIX)

Ci sono le “favolacce”, come suona il titolo di un film dei fratelli D’Innocenzo rintracciabile “on demand”, e ci sono le favole a lieto fine, come suggerisce una miniserie tv di Netflix in sette puntate (disponibile dal 1° maggio). Ho esitato un po’ a vederla, avendo letto sarcasmi e stroncature; poi, invece, benché poco incuriosito dal tema iscritto nel titolo, me la sono cuccata tutta in due sere. Quindi significa che funziona. In effetti i creatori Ryan Murphy e Ian Brennan l’hanno pensata bene: prima demitizzando quel mondo con uno sguardo truce un po’ alla “Hollywood Babilonia”, tutto sesso, vizio, deboscia e prostituzione omo/etero; poi riscattando i personaggi in modo da mostrare la faccia buona, progressista, a suo modo rivoluzionaria, “apripista” sul piano dei costumi, della cosiddetta Mecca del cinema. Anche se il tutto avviene sul filo di un'asprigna e sottile ambiguità, per nulla buonista, da "what if", per la serie: che cosa sarebbe dovuto (potuto) succedere se... Non a caso, come fa notare il produttore televisivo italiano Giannandrea Pecorelli, lo strillo di lancio recita: "What If you could rewrite the story?".

Per questo non bisogna credere a tutto quanto si vede in “Hollywood”, e certo sull’argomento sono stati fatti film ben più densi, da “Il grande coltello” di Robert Aldrich al recente “C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino, passando magari per “Ave, Cesare!” dei fratelli Coen e il dimenticato “Hollywoodland” di Allen Coulter, solo per dirne quattro tra i tanti. Ma è anche vero che serie di Murphy & Brennan non punta così in alto, vuole offrire un colorito spaccato pop della Hollywood che fu, mischiando nomi veri e situazioni inventate, sapendo che il binomio redenzione/affermazione, nel campo del cosiddetto Sogno Americano, è sempre un gran tirante narrativo sul quale arpeggiare.

Nella Los Angeles del 1947 in molti sognano di sfondare nel cinema. Ma pochi ce la fanno, un modo per sopravvivere, in attesa di varcare i cancelli degli immaginari Ace Studios, è fare “marchette” travestiti da benzinai nell’esclusiva “gas station” gestita dal magnaccia d’alto bordo Ernest “Ernie” West, ispirato alla vera figura di Scotty Bowers. Lì, esibendo la parola d’ordine “Dreamland”, passano attori, attrici, produttori, mogli ricche e annoiate, cantanti come Cole Porter, tutti alla ricerca di “servizietti extra”.

Nel gruppo dei “boy” pagati per soddisfare i clienti altolocati ci sono l’ex soldato belloccio Jack Castello, con debiti, moglie incinta e grandi speranze d’attore, e il nero campagnolo Archie Coleman, aspirante sceneggiatore e omosessuale dichiarato. Il terzetto di amici si completa con l’arrivo di un regista, bianco ma di origini filippine, che si chiama Raymond Ainsley. L’idea, per sfondare, è di girare un film sulla tragica storia di Peg Entwistle, un’attricetta inglese che il 16 settembre del 1932, umiliata e senza lavoro, si buttò giù dalla gigantesca lettera “H” della scritta Hollywoodland, poi accorciata in Hollywood.
La serie intreccia i casi di una ventina di personaggi, per raccontare la nascita miracolosa di quel film che nessuno, sulle prime vorrebbe produrre, tanto più quando Ainsley propone di far interpretare Peg ad un’attrice nera, che poi è la sua bellissima e fiera fidanzata Camille.

Suggerisco, a chi fosse interessato, di non fermarsi alla prima puntata, tutta sesso mercenario, ammucchiate gay, mogli in fregola, sia pure in una chiave scherzosa/birichina (molto si allude e poco si mostra). Poi, un po’ alla volta, il racconto amorale trova una sua cornice morale nella quale far lievitare le ambizioni dei personaggi, e insieme l’urgenza di sfondare barriere razziste, pregiudizi omofobi, ipocrisie maschiliste, ruoli stereotipati. Sempre che potesse andare così.

Se la ricostruzione d’ambiente è abbastanza accurata, lo stile è quello che è, un po’ poverello, diretto, si vede insomma che i vari registi ingaggiati rispondono a un preciso disegno imposto dai due autori in cartellone: colpire duro sul piano delle emozioni, senza tanti fronzoli, cercando l'applauso complice. In quest'ottica dolcemente “fantastica”, almeno apparentemente, anche la tormentata omosessualità di Rock Hudson, negata per decenni nella realtà, trova invece una sua orgogliosa affermazione; e comunque tutti, nel corso dell’epica avventura per realizzare quel film inviso al Ku-Klux-Klan, diventano più buoni, dignitosi, audaci…

Se i ruoli principali sono coperti da attori poco noti in Italia, nell’affollato racconto corale fanno capolino, arricchendo amabilmente il contesto, veterani come Dylan McDermott, Mira Sorvino, Patti LuPone, Jim Parsons, Queen Latifah e Holland Taylor. Avvertenza: la serie non è doppiata, a causa del blocco imposto dal Coronavirus, ma i sottotitoli sono fatti benissimo e la presa diretta in inglese aggiunge, diciamo, verità alla finzione.

Michele Anselmi per Siae.it

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